JOYCE CAROL OATES.
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I paesaggi perduti.
Romanzo di formazione di una scrittrice.
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Titolo originale: The Lost Landscape. A Writer's Coming of Age.
Traduzione di: Katia Bagnoli.
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2017 Mondadori Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Cosa accade quando una delle pi importanti scrittrici contemporanee, autrice di romanzi dalle trame avvincenti e personaggi memorabili, decide di abbandonare la finzione per raccontare di s?
Non un memoir sulla sua vita di scrittrice e nemmeno una classica autobiografia.
Joyce Carol Oates non racconta tutto, ma solo quello che  decisivo, gli anni cruciali per la persona (e la scrittrice) che sarebbe diventata. Addentrandoci nelle pieghe dell'infanzia e dell'adolescenza scopriamo tanti misteri e capiamo dove nasce l'immenso serbatoio di storie che  la mente di Joyce Carol Oates. Il padre e la madre che sono personaggi da romanzo, il pollo un po' speciale come migliore amico, il primo incontro con la morte quando la migliore amica si suicida, una sorella che  un enigma pericoloso e triste, gli amori e i libri, Alice nel paese delle meraviglie. Ma il vero protagonista  il paesaggio, quell'America rurale fatta di fattorie e avventure all'aria aperta, duro lavoro e perdita, felicit estive, un paesaggio che diventa molto pi di uno sfondo per i romanzi futuri.  l'origine stessa del desiderio di scrivere.
Ci sono molte foto in questo romanzo, sfilate dall'album di famiglia e mostrate per la prima volta ai lettori. Istantanee di tanto tempo fa e ritratti recenti, tutti ugualmente animati da un fascino mitico che ci fa riconoscere in quei volti lontani e imperscrutabili i fantasmi della nostra infanzia, gli stessi che potremmo ritrovare nei bauli dimenticati nelle soffitte delle nostre case di famiglia. Queste foto, assieme ai ricordi dell'autrice, a volte commoventi a volte irriverenti e teneri, ci dicono che quei fantasmi sono gli stessi per tutti noi e ci stanno vicini per tutta la vita, fino a quando non finiamo per diventare noi stessi questi fantasmi che abitavano il paesaggio e il tempo perduto della nostra infanzia.
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L'AUTRICE.
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Joyce Carol Oates  nata a Lockport, vicino a New York, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attivit di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Universit di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Universit di Princeton. Dal 1978  anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonch Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente  professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
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Gi nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il pi importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize;  stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
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Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le pi prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi  unanimemente annoverata tra i pi importanti autori mondiali.
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A mio fratello Fred Oates, e in ricordo di tutti quelli che se ne sono andati.
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Nota dell'autrice.
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I paesaggi perduti non intende essere un memoir esaustivo della mia vita, e nemmeno della mia vita di scrittrice. , almeno per me, qualcosa di pi prezioso e al contempo indefinibile: un resoconto delle forme che la mia vita (di scrittrice, ma non solo) ha assunto durante l'infanzia, l'adolescenza e l'inizio dell'et adulta. Si concentra sul paesaggio dei primi anni, i pi cruciali, ma anche su un certo paesaggio rurale nella parte occidentale dello stato di New York, a nord di Buffalo, che  stato la fonte non solo di tanta parte del materiale che ho utilizzato nel mio percorso di scrittrice, ma anche del desiderio stesso di scrivere.
Poich per questo libro District School #7, Niagara County, New York  di importanza fondamentale, l'ho ripreso da The Faith of a Writer (2003), modificandolo leggermente. Una versione sostanzialmente diversa di Visions of Detroit ([Woman] Writer, 1988)  stata inserita qui con il titolo Detroit: citt perduta 1962-1968 (Detroit: Lost City 1962-1968). Altri capitoli sono stati rivisti in maniera significativa rispetto alle versioni pubblicate, spesso su invito di un editore o un direttore, su giornali, riviste e libri.
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I.
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Cominciamo....
Da bambini, cominciamo immaginando dei fantasmi e avendone paura. A poco a poco, durante la nostra lunga esistenza, finiamo per diventare quegli stessi fantasmi che abitavano i paesaggi perduti della nostra infanzia.
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Mamma e io.
Carolina Oates e Joyce nel giardino della casa di Millersport, maggio 1941. (Fred Oates)
14 maggio 1941. Un periodo di tensioni. Di gravi preoccupazioni per quello che stava per succedere, avrebbe detto mio padre di quel momento nella storia della nostra famiglia, ma chi lo immaginerebbe, guardando la vecchia e preziosa istantanea di me e mia madre che giochiamo con dei gattini nel cortile sul retro di casa?
Pareva che dovessi andare in guerra. Nessuno sapeva che cosa sarebbe successo. Alla Harrison facevamo i doppi turni. Sui giornali comparivano vignette su Hitler niente affatto divertenti. All'incubo di Pearl Harbor mancano ancora sette mesi, ma gli Stati Uniti sono in continuo allarme da quando, nel 1939, Hitler ha scatenato il suo Blitzkrieg contro una Polonia impreparata. Nel maggio 1941, mentre l'Inghilterra  sotto attacco, gli Stati Uniti sono impegnati in una guerra non dichiarata contro la Germania nell'oceano Atlantico... Ma io ho due anni e undici mesi e ignoro le preoccupazioni degli adulti che non riguardano direttamente me.
Mio padre, Frederic Oates, che tutti chiamano Fred o Freddy, ha ventisette anni e sta fotografando la mamma e me dietro la nostra fattoria di Millersport, nella parte occidentale dello stato di New York: oggi pap non  alla catena di montaggio della Harrison Radiator, una divisione della General Motors, che si trova a Lockport, New York, a sette miglia di distanza, dove si lavora per la difesa, o cos si ritiene.  un'epoca imprevedibile, di inquietudini e rapide trasformazioni, un'epoca pre-televisione, in cui le notizie arrivano in concise comunicazioni radiofoniche e dalle sobrie pagine del Buffalo Evening, News che viene consegnato nel tardo pomeriggio sei giorni su sette. Ma tutta la turbolenza del mondo  molto distante dalla nostra fattoria, dove ogni cosa  verde e umida in quel maggio quasi estivo e l'erba nel cortile cresce vigorosa e disordinata. Qui mia madre Carolina, ventiquattro anni, che tutti chiamano Lena, mi coccola sull'erba mentre giochiamo con i gattini neri e sorride a pap che ci scatta la foto.
Immagini scattate con la fotocamera a cassetta blu. Delle decine o centinaia di fotografie di quegli anni sembra ne siano sopravvissute pochissime, e di certo saremmo rimasti sbalorditi se nel maggio del 1941 avessimo pensato: Queste foto ci sopravvivranno!
Come eravamo felici, e come doveva sembrare bella e facile la vita a quella Joyce Carol bambina lontana - che non sapeva sarebbe stata la primogenita di tre figli - e i cui peggiori guai nella vita consistevano nel sopportare che le districassero i ricci aggrovigliati e li legassero con dei nastri, e nell'essere vestita bene per qualche occasione speciale degli adulti.
Nell'immagine, dietro me e la mamma si vede un ciliegio con la corteccia scura, e dietro l'albero la fattoria, un edificio in legno a due piani, un po' cupo, di propriet dei genitori adottivi di mia madre, John e Lena Bush. Costruita nel 1888 in Transit Road - all'epoca una strada di campagna a due carreggiate che collegava la cittadina di Lockport con Buffalo, citt in espansione a una ventina di miglia di distanza, e sorprendentemente grande per gli standard di Millersport, dove le case dei nostri vicini erano a un piano solo e senza cantina, poco pi che capanne o baracche -, questa fattoria dal tetto spiovente  stata demolita alcuni decenni orsono, eppure abita ancora con indomita prepotenza i miei ricordi, ed  il luogo dove si svolgono i miei sogni ricorrenti. (In uno di questi sogni non riconosco una scena, ma una sensazione: una tonalit, una lama di luce. Spesso i dettagli si confondono. Se ci sono delle figure umane i loro volti sono confusi. Mi pare di sapere dove mi trovo e chi c' con me, bench non sia in grado di dar loro un nome. Soltanto quella sensazione, confortante e al tempo stesso contaminata da una specie di paura viscerale: di nuovo a casa.) Si noti la porta a botola della cantina, normale in quest'America rurale ormai scomparsa, come la botte per la raccolta dell'acqua piovana a un angolo dell'edificio, che veniva usata per tutti gli scopi fuorch bere.
Alle spalle di pap che ci sta fotografando (e non visibile all'occhio di chi guarda), c' l'aia: il fienile scolorito dalle intemperie, con il parafulmine di metallo sul punto pi elevato del tetto; i pollai circondati da filo spinato per tenere lontani i procioni, le volpi e i cani dei vicini che sconfinano nella nostra propriet, i capanni per le provviste, i campi, i frutteti. A destra della porta scorrevole del fienile c' una porticina pi piccola:  l'angolo della fucina di nonno Bush, con l'incudine e il martello, gli attrezzi da fabbro, una piccola forgia a carbone e mantici a manovella. Polli e galline che non hanno idea di essere allevati all'aperto gironzolano becchettando per terra, indifferenti a qualunque altra cosa. Tutto questo... perduto.
Le fotografie sono state la nostra salvezza. Senza fotografie i nostri ricordi si sarebbero dissolti, sarebbero evaporati. L'invenzione della fotografia nel Diciannovesimo secolo - e dell'istantanea nel Ventesimo - ha rivoluzionato la consapevolezza di s degli esseri umani; perch quando sosteniamo di ricordare il passato quasi sicuramente stiamo ricordando le nostre foto preferite, sulle quali a un passato da lungo tempo sbiadito  stata data immortalit visiva.
Nel 1941 fare fotografie era privilegio degli adulti. Io scarabocchiavo con entusiasmo con i miei pastelli Crayola su album e blocchi di carta. L'erba erano i tratti orizzontali del pastello verde. Gattino nero, pastello nero. I polli e le galline erano forme verticali dall'aria vagamente umanoide. A ritrarre i miei genitori non ci provavo nemmeno. Nei miei disegni infantili non compare nessuna figura di adulto, soltanto erba verde scuro e alberi, gattini e gatti con il pelo di vari colori, e i polli Rhode Island Red.
Nessuna storia d'amore  profonda e duratura come quella della prima infanzia. Per tutta la vita abbiamo nostalgia dei nostri genitori, giovani, attraenti e misteriosi, che ci erano cos fisicamente vicini e al tempo stesso cos distanti e inaccessibili, imperscrutabili.  questa l'origine dell'amore, che colora e determina tutto ci che verr dopo? Sento l'esigenza di guardare tutte le vecchie foto di famiglia amorevolmente conservate negli album e nelle buste. Sono attratta anche dalle foto di famiglia di sconosciuti, e nei negozi dei rigattieri rovisto nelle scatole di vecchie cartoline e istantanee; anche se queste persone non sono la mia famiglia, spesso non sono poi cos diverse da noi. Bambini in istantanee di tanto tempo fa, a cui l'affetto di un adulto conferisce un'illusoria forma di immortalit, e tutti ormai probabilmente defunti. Mi assale un desiderio che quasi mi travolge: Voglio scrivere le loro storie!  il solo modo, per me, di conoscere questi estranei, scrivere le loro storie...

Happy, 1942-1944.
Ero il suo pollo da compagnia. Ero Happy.
Soltanto uno era il pollo da compagnia della bambina con i riccioli rossi nella piccola fattoria di Transit, all'estremit settentrionale della Erie County, nella parte occidentale dello stato di New York, in quell'epoca lontana che erano i primi anni Quaranta.
Alla bambina venne fatto credere di essere stata lei la prima a chiamarmi Happy. In effetti credo sia stato uno degli adulti, probabilmente la madre.
E probabilmente era stata sempre la madre, non la bambina, ad accorgersi per prima che ero l'unico fra tutti i polli e le galline a correre incontro alla bambina chiocciando come per dirle ciao.
Oh, guarda! -  Happy che viene a dire ciao.
La bambina e la sua mamma ridevano deliziate vedendo che io, senza essere chiamato, andavo a becchettare intorno ai piedi della bambina e sembravo chinare la testa quando mi si accarezzava delicatamente il dorso, come fanno i cani e i gatti quando vengono coccolati.
Alla bambina piaceva moltissimo, perch avevo un piumaggio morbido. Non ruvido e puzzolente come quello degli altri polli pi vecchi.
Alla bambina piaceva sentirmi chiocciare gentilmente, in tono interrogativo.
Al mattino presto correva fuori.
Polletto! Happy! chiamava, con le manine a coppa intorno alla bocca.
E io arrivavo correndo! Dal fienile ombroso, o dai cespugli, o da qualche punto dell'aia dove mi trovavo in mezzo ad altri polli normali dal piumaggio rosso scuro. Uno sbatter d'ali e co-co-co-co-co in un limpido staccato: Eccomi! Sono Happy!
Il nonno scuoteva la testa incredulo. Mai visto niente del genere: quel dannato pollastro crede di essere un cane.
Era un segno di quanto mi considerassero speciale, il fatto che la famiglia parlasse di me al maschile. Non come di una gallina qualsiasi, una stupida gallina ovaiola come tante altre, ma di un vivace giovane pollo.
Perch le altre erano soltanto galline, difficili da distinguere l'una dall'altra se non le si osservava con attenzione, cosa che nessuno faceva (eccetto la nonna, che esaminava quelle sospettate di essere malaticce).
Ero davvero Happy! Davvero non ce n'erano altri come me.
Le mie piume dalle belle tonalit rosse si gonfiavano e brillavano pi lucide di quelle delle altre galline, perch io non stavo sempre a rotolarmi nella polvere come loro nel tentativo (perlopi futile) di liberarsi dei parassiti. Non si trattava soltanto del fatto che Happy era giovane (c'erano altri polli giovani come me, usciti dall'uovo quell'anno): ero molto pi intelligente e pi bello; catturavo l'attenzione fra tutti gli abitanti del pollaio, perch si capiva dal luccichio dei miei occhi e da come arrivavo di corsa, prima ancora che la bambina mi chiamasse, che ero un polletto veramente speciale.
In cortile, tra il fienile e la fattoria, c'erano delle piccole buche dove le galline si rotolavano e starnazzavano come grossi uccelli dementi che avevano perso la capacit di volare. A volte addirittura una dozzina di polli si rotolava contemporaneamente nella terra come in una bizzarra e aggraziata danza moderna; solo che loro non erano aggraziati e si ignoravano, salvo, di tanto in tanto, per beccarsi, chiocciando petulanti e irritati. Quando non si rotolavano nella polvere (e nelle loro feci nere e liquide) passavano il tempo a conficcare il becco nel terreno alla ricerca di larve e insetti, semi rimasti dall'ora del pasto, pezzettini di frutta marcia. La loro felicit non era quella di Happy, ma un tipo di felicit molto ottusa, perch il cervello di una gallina non  pi grande di un pisello, e quindi che cosa si pu pretendere? Ecco perch Happy, cio io, era una tale sorpresa per la famiglia, e una tale gioia.
Avevo la cresta rosea, turgida di sangue, godevo di ottima salute. I miei occhi erano insolitamente attenti e limpidi. Ma con un occhio da una parte e uno dall'altra della testa, come ci si pu aspettare una visione coerente? Vediamo doppio, e una parte del nostro cervello quasi si spegne affinch l'altra parte possa mettere a fuoco ci che vediamo.  cos che capiamo in quale direzione correre, per sfuggire ai nostri predatori.
Comunque, in genere le galline non lo fanno. Non sfuggono ai predatori.
Certe volte sono cos tonte che corrono incontro al predatore. Succede quando quello  abbastanza astuto da rimanere immobile. Le galline non riescono a decifrare l'immobilit, e non riescono a individuare qualcosa che le fissa.
Proprio non ero uno di loro. Essere considerato speciale e chiamato con un nome, Happy, significava che, bench anch'io fossi un pollo, ero diverso. E soprattutto non ero una stupida gallina.
Qualche volta, in occasioni speciali, sotto la supervisione degli adulti e sempre stretto fra le braccia della bambina, Happy era autorizzato a entrare in casa.
A nessuna gallina, nemmeno al signor Gallo, era mai permesso di entrare in casa.
Non nelle camere di sopra, ma al pianoterra, nella lavanderia sul retro - una stanza con il pavimento di linoleum dove c'erano una lavatrice e un'asciugatrice manuale, e venivano tenuti cappotti e stivali -,  qui che mi portava la bambina, Joyce. Beninteso, sempre tenuto con-gentilezza-ma-con-fermezza tra le braccia, oppure fermo sul pavimento della lavanderia o - in alcune occasioni molto speciali - nella cucina adiacente, dove la nonna passava quasi tutto il suo tempo. Qui la bambina riceveva pezzetti di pane da darmi, sul pavimento.
E qui, a volte, mi veniva permesso di stare sulle ginocchia della bambina, per essere vezzeggiato e coccolato.
Le altre galline sarebbero state gelose di me, ma erano troppo stupide. Non se ne rendevano conto. Nemmeno il signor Gallo capiva quanto era privilegiato Happy. Certe volte si piazzava sulla porta sul retro della fattoria a chiocciare e a pulirsi le penne, a protestare, ad agitarsi, sbattendo le ali, richiedendo l'attenzione di chiunque entrasse in casa o ne uscisse, sfacciatamente in cerca di un boccone speciale, e se non riceveva niente starnazzava indignato e allungava il becco aguzzo minacciosamente.
La bambina aveva paura del signor Gallo, e gli passava davanti di corsa. La mamma e la nonna lo scacciavano, perch anche loro ne avevano paura. Il nonno e il pap ridevano del signor Gallo e gli tiravano un calcio. Trovavano molto divertente che uno stupidissimo uccello provasse a intimidirli.
A volte Happy era autorizzato a passare la notte nella lavanderia, in una scatola foderata di paglia, come un nido. E la piccola Joyce mi accarezzava, e mi faceva festa, e mi dava cose buone da mangiare.
Happy! Sei cos carino.
... sei tanto bello. Ti voglio bene.
Happy. Ti voglio bene.
La bambina mormorava piano, in modo che nessun altro potesse sentire. Aveva molte cose da raccontarmi, segreti di ogni genere da confidare, sussurrati contro la mia testa, nel punto dove (secondo lei) avevo le orecchie, e quando chiocciavo mi parlava in tono eccitato, perch le sembrava che anch'io parlassi con lei, e le raccontassi dei segreti.
Di cosa parlate sempre tu e Happy? chiedeva la madre alla bambina, ma la bambina, ostinata, scuoteva la testa e non spiegava.
(A volte nel piccolo nido di Happy c'erano un uovo o due. La bambina prendeva quelle uova e le dava alla nonna, perch erano uova speciali di Happy, che non andavano confuse con quelle delle galline del pollaio.)
(Eppure, anche se facevo le uova, sembrava scontato che Happy fosse un maschio. Perch ci si riferiva a me sempre come a lui.)
Alla bambina venne regalata una scatola di pastelli Crayola! Subito si mise a disegnarmi sui fogli di un blocco. Color ruggine era il suo pastello preferito, perch era il colore delle mie bellissime piume. La bambina disegn e color molti, moltissimi miei ritratti che venivano ammirati da tutti quelli che li vedevano. Con l'aiuto della madre, la bambina scrisse con cura in stampatello, sotto i disegni
HAPPY
Certe volte i parenti in visita ci sbirciavano dalla porta della cucina mentre la bambina, seduta sul pavimento vicino alla mia scatola, mi disegnava e io chinavo la testa battendo le palpebre e chiocciavo rivolto a lei.
Alla bambina capitava di sentire la gente dire:  una gallina normale? O una specie di faraona, che sono pi intelligenti?
Non si era mai sentito che una gallina potesse diventare un animale domestico, in quel mondo. Almeno non in quella parte della Erie County, nello stato di New York.
Un pollo e una bambina non condividono un linguaggio nel senso in cui s'intende comunemente la parola linguaggio. Eppure Happy conosceva il proprio nome e alcune altre parole (segrete) mormorate dalla bambina, e la bambina sapeva sempre cosa volevano dire i suoni speciali di Happy che nessun altro riusciva a capire, e cos quando la madre, o il padre, o qualsiasi adulto, le chiedevano di cosa mai parlassero lei e quel pollo rosso, la bambina ripeteva che era un segreto e non lo poteva raccontare.
A volte, imprevedibilmente, provavo il bisogno improvviso di baciare la bambina: una rapida e leggera beccatina sulle sue mani, o le braccia, o la faccia.
E la bambina mi dava un bacino speciale, che era solo per me, proprio sulla testa.
Ero un polletto di neanche un anno, all'epoca della vita della bambina in cui non aveva ancora imparato a correre sulle sue gambette grassottelle senza inciampare e cadere e ansimare e piangere.
Se la madre era nei paraggi correva a rimetterla in piedi e la consolava. Se c'era la nonna, probabilmente emetteva un verso come quello di una gallina indignata e le diceva di alzarsi, che non si era fatta niente.
Se invece c'era il padre la prendeva subito in braccio perch il suo cuore soffriva quando sentiva la figlia piangere, anche se non si era fatta male davvero. (Per il padre non c'era spesso, perch lavorava in una fabbrica che si chiamava Harrison Radiator a sette miglia dalla fattoria, a Lockport.)
Comunque, se un adulto le asciugava gli occhi e il naso, la bambina dimenticava in fretta il motivo del suo pianto, anche se si era fatta un livido o un graffio sulla gamba... La bambina piangeva facilmente ma con altrettanta facilit dimenticava.
Quando sei una bambina piangi facilmente e dimentichi facilmente.
E non  difficile sembrare felice se sei un giovane pollo senza ricordi come l'interno liscio di un guscio d'uovo.
La madre aveva scelto di chiamare la bambina Joy-ce Carol perch le sembrava un nome felice, c'era gioia in quel nome, e quando la gente lo pronunciava sorrideva.
Anche la madre era una persona felice. Aveva solo vent'anni, ancora una ragazza, quando era nata la bambina, per la bambina non aveva idea di cosa fosse nascere, e non avrebbe saputo dire se la sua bella mamma con i riccioli fosse giovane o vecchia, non pi di quanto Happy avesse un'idea dell'et altrui.
A quel tempo la bambina era figlia unica e quindi era un periodo felice per lei, che aveva una stanza tutta per s (separata dalla camera dei genitori da un armadio a muro) al piano di sopra della fattoria in legno. Di l a poco si sarebbe capito che la bambina era soltanto la primogenita. Sarebbe arrivato un altro figlio, un fratellino piccolo con un nome speciale, Robin, a competere per l'attenzione e l'affetto proprio come le galline lottavano per conquistarsi le granaglie gettate nel cortile all'ora del pasto.
La bambina era ignara della straordinaria sorpresa che l'aspettava. La bambina ignorava ogni cosa del futuro eccetto la promessa che l'avrebbero portata in macchina a Pendleton a prendere il gelato, o a trovare l'Altra Nonna (la madre del padre) che viveva a Lockport, oppure in vacanza, come a Natale o a Pasqua, oppure il giorno del suo compleanno che era il 16 giugno, il giorno pi speciale di tutti, quando le peonie rosso scuro fiorivano a profusione lungo un lato della casa e alla bambina veniva detto che fiorivano solo per lei.
Il giorno del suo quarto compleanno alla bambina fu permesso di darmi le briciole della torta mentre gli adulti guardavano la scena e ridevano. Happy venne autorizzato ad accoccolarsi sulle sue ginocchia, a patto che lei mi tenesse stretto fra le braccia, con le ali ripiegate.
Furono scattate fotografie con la macchina fotografica Brownie Hawkeye del padre.
Foto della piccola Joyce Carol con Happy, 1942.
Accigliandosi con aria schifata, la nonna diceva, nel suo inglese incerto, Le galline sono sporche. Le galline dovrebbero stare per terra.
Alla nonna io non piacevo, anche se qualche volta faceva finta che le piacessi. Per lei un pollo rimaneva soltanto un pollo. E un pollo doveva servire a qualcosa, altrimenti era inutile.
All'aperto, se la bambina non c'era e la nonna si avvicinava, sapevo di dover scappare a nascondermi. Bisognava sempre scappare e nascondersi dalle altre galline che stupidamente grattavano e becchettavano per terra, nell'angolo pi buio del fienile o lontano, nel frutteto.
I polli non sono spor-chi, protestava la bambina. Happy  carino e pulito.
E cos, quando un grumo di schifezza calda e bagnata mi usciva dall'ano, cosa che non potevo impedire, finendo sui pantaloncini della bambina, gli adulti mi indicavano ridendo, e la madre si affrettava a pulire con un fazzolettino mentre la nonna faceva un verso di disapprovazione: tzk-tzk.
La bambina era imbarazzata e si vergognava, per mi perdonava sempre. E presto dimenticava il pasticcio che avevo combinato, perch era una bambina tanto piccola e dimenticava tanto in fretta e presto ricominciava ad accarezzarmi e coccolarmi, e a baciare la sommit ossuta della mia testa.
Happy... ti voglio bene.
Essendo cos piccola, la bambina sperava di piacere anche agli altri polli, e non soltanto a Happy, che era il suo beniamino.
Ingenuamente, sperava che il Gallo (che era persino pi bello di Happy, e molto pi grosso) la trovasse simpatica. E cos rimaneva ogni volta sorpresa, e ferita, quando lui la ignorava o peggio ancora arruffava le penne indignato e si avventava a beccarla sulle mani o sulle ginocchia nude con tanta forza da farla sanguinare.
Questo successe molte volte, che la bambina gridasse Oh! e scappasse spaventata, a volte inseguita dal signor Gallo, e se il nonno stava guardando si piegava in due dal ridere come se non avesse mai visto niente di cos divertente. Il nonno aveva una risata sonora e forte come il rumore dei tappi che saltano dalle bottiglie. Il suo torace a botte si scuoteva, gli occhietti scaltri sparivano fra le rughe, la risata diventava sbuffo, ansito, tosse. Una tosse violenta e prolungata. Eppure il nonno rideva. Perch niente lo divertiva di pi che vedere qualcuno inseguito da quel dannato uccello, a parte la vista delle lenzuola bianche della nonna che sventolavano cos forte da staccare le mollette e cadere per terra facendo arrivare la nonna di corsa, furibonda, agitata, che brontolava in una strana lingua gutturale che la bambina non capiva e le faceva paura, come gli strilli acuti e gli starnazzi delle galline quando qualcosa le gettava nel panico, e allora la bambina se ne stava immobile e facendosi piccola e chiudendo gli occhi si tappava le orecchie come chi aspetta che qualcosa di angosciante vada via, finisca.
Se la bambina era in casa e sentiva che fuori si era scatenata una baruffa improvvisa, segno che qualcuno o qualcosa stava mettendo in agitazione le galline, correva immediatamente a cercarmi. Oh oh oh... dov' Happy?
La bambina sapeva dell'esistenza delle volpi, dei procioni e dei cani randagi che acchiappavano le galline e le divoravano - anche se sarebbe stato strano che una di queste creature tentasse un'incursione durante il giorno - e quindi doveva trovarmi, nella confusione, prendermi in braccio e baciarmi sulla testa e lisciare le mie ali ben ripiegate e portarmi via in fretta, assicurandomi che a Happy non sarebbe mai capitato niente di male.
Eravamo polli Rhode Island Red. Tre dozzine di galline e un gallo.
Altri pulcini erano stati uccisi appena si era capito che erano maschi. Il nostro gallo non immaginava di essere arrivato vicino a fare la stessa fine. Oppure non se ne curava minimamente. Per tutto il giorno il signor Gallo incedeva impettito e si posava sui rami pi bassi degli alberi mettendo in mostra le spettacolari penne della coda e la mantellina; il folto piumaggio rosso ruggine, rosso scuro, rosso giallastro che brillava al sole. Le zampe gialle e squamose, e gli speroni troppo appuntiti appena sopra gli artigli. Bench il signor Gallo fosse stupido quanto qualsiasi gallina senza cervello che becchettava per terra, e si rotolasse nella polvere nel tentativo pressoch inutile di liberarsi dei parassiti, restava uno spettacolo affascinante, perch non si sapeva mai quello che avrebbe fatto di l a un attimo. (Non si sapeva nemmeno cosa avrebbe fatto una gallina, ma qualsiasi cosa potesse fare era talmente insignificante che non valeva la pena osservarla.) Il signor Gallo invece era capace di saltare fin quasi a un metro da terra sbattendo le ali, per mangiarsi una libellula, per esempio, e poteva avventarsi, accecato dalla rabbia, su una gallina ignara, su due galline ignare, oppure, come se gli fosse venuto in mente in quel momento e adesso che lo stava facendo gli sembrasse una cosa importante, si gettava a terra e si rotolava vigorosamente nella polvere fino a quando le sue piume sgargianti diventavano grigie come quelle di un pollo qualunque.
Il signor Gallo non dava alcun segno di riconoscermi - di sapere chi era Happy!  assurdo che quello stupido uccello non sembrasse nemmeno accorgersi di quando la bambina mi riservava speciali attenzioni e mi dava del buon cibo in sua presenza. (Mi sarebbe piaciuto pensare che il signor Gallo fosse geloso di me, ma la verit  che era troppo vanitoso e stupido per conoscere la gelosia.)
Insomma, il signor Gallo mi ignorava, a meno che non gli attraversassi impudentemente la strada o non riuscissi a spostarmi abbastanza in fretta quando, all'ora del mangime, si lanciava alla carica fra le galline.
A volte, per motivi noti soltanto al suo cervellino grande come un pisello, il signor Gallo cantava a squarciagola irritato e sbatteva le ali mostrandosi indignato e svolazzava sopra la recinzione, come una persona che cerchi goffamente di arrampicarsi su una corda.
All'alba il signor Gallo svegliava tutti con il suo chicchirich. Era il primo gallo a svegliarsi in tutta Millersport: poco dopo il suo, si sentivano i chicchirich dei galli delle fattorie vicine. Non c'era gallo che si svegliasse prima del signor Gallo, e nessuno il cui canto fosse altrettanto rumoroso.
Le galline erano convinte che il canto del signor Gallo rompesse il silenzio della campagna prima dell'alba per permettere al sole di spuntare. Forse lo pensava anche la bambina, ma solo quando era molto piccola.
Il nonno, che si interessava pochissimo delle galline - competenza della nonna - era comunque orgoglioso di quel dannato uccello. Gli piaceva che il signor Gallo rincorresse gli altri polli e le galline e i gatti del fienile che osavano avvicinarsi troppo e dovevano essere messi in riga.
In quante albe la bambina  stata svegliata dalla voce del signor Gallo. Per tutta la vita, anche quando, diventata grande, era andata a vivere lontana dalla fattoria di Transit Road, le capitava di svegliarsi al canto sempre pi debole di un gallo nel buio che precede l'alba.
Il gallo  un messaggero dell'Aldil? Ti sveglia affinch tu non abbia altra scelta che seguirlo nell'Aldil?
Divenuta un'adulta pi vecchia della madre e del padre della sua prima infanzia, le capitava spesso di toccarsi le ginocchia, dove le piccole cicatrici lasciatele dal becco del gallo erano ormai sbiadite, come se leggesse in Braille, quando era sola, molto spesso a letto. Alla luce spietata di un bagno le accadeva di esaminarsi le ginocchia e accigliarsi, perplessa, perch le cicatrici della sua infanzia erano scomparse come se non fossero mai esistite...  difficile rinunciare alla superstizione che la tua pelle sia indelebilmente segnata fin dall'infanzia in un modo noto solo a te.
Che trauma ricordare come il signor Gallo prendeva di mira una gallina senza ragione apparente - gli aveva mancato di rispetto? Lo aveva deriso? Aveva osato mangiare qualcosa destinato a lui? - con rapidi affondi del becco, fino a quando la gallina terrorizzata cominciava a sanguinare, e poi la inseguiva fino a quando sembrava che lei cadesse, o si inchinasse, davanti a lui. E allora il signor Gallo poteva avere piet di lei e allontanarsi impettito. Per sulla testa della gallina si sarebbe formata una crosta, lucida e brillante come un terzo occhio, che avrebbe attirato l'attenzione di un'altra gallina, e cos, chiss perch - la bambina non lo capiva e ne era molto spaventata - questa gallina becchettava la ferita e subito dopo ne arrivava di corsa un'altra a becchettarla anche lei, e un'altra, e un'altra ancora, e certe volte il signor Gallo, attirato dal chiasso, poteva ritornare per il coup de grce - una serie di rapide beccate fino a quando la povera gallina ferita e sanguinante cadeva a terra e non riusciva pi a rialzarsi sotto la scarica di beccate... E sentendo il baccano sull'aia la nonna correva fuori sgridando tutti gli uccelli e allontanandoli, con l'intento di recuperare non una gallina ancora viva che lottava, ma il corpo senza vita dell'uccello, che serviva a lei.
Nella sua lingua dura e gutturale, la nonna malediceva le galline e il gallo. Gran parte dei suoi discorsi sembravano rimproveri e imprecazioni. Raccoglieva il corpo sanguinante della gallina, metteva a bollire una pentola d'acqua in cucina e ci gettava la gallina, in modo che poi fosse pi facile spennarla.
In quelle occasioni la bambina scappava e si copriva gli occhi.
La madre le diceva: Non badarci, tesoro, vieni ad aiutarmi in cucina!
Perlopi la bambina non avrebbe ricordato queste cose. I ricordi della fattoria di Transit Road erano molto selettivi, come lo scolapasta in cui la nonna buttava l'acqua bollente con dentro gli spaghetti sottili fatti con l'impasto che preparava lei, che tratteneva soltanto gli spaghetti e lasciava scorrere via il liquido.
Negli anni successivi avrebbe ricordato con un sorriso dolce molto poco della fattoria, dell'aia, delle Rhode Island Red... soltanto me.
La bambina era molto emozionata! Aveva cinque anni.
Era l'estate in cui ebbe il permesso di aiutare la nonna a raccogliere le uova dai nidi nel pollaio (dove gli escrementi avevano un odore cos intenso che dovevi trattenere il respiro, soprattutto se aveva piovuto) e di l a poco alla bambina fu permesso di dar da mangiare ai polli da sola, due volte al giorno, il loro speciale mangime. A lei sembravano minuscoli sassi, presi a manciate, da gettare alle galline; per prendere i semi infilavi una teglia di latta nel sacco del mangime, che stava dentro un sacco pi grande, di tela, per proteggerlo dai topi e dai ratti.
Com'era eccitante! La bambina si fece quasi la pip addosso per l'entusiasmo.
E poi cominci a chiamare le galline con voce stridula e tremula, come le aveva insegnato la nonna - CO!-co-coco-co-co-co-CO! - le galline arrivarono da lei di corsa facendola sentire molto speciale, molto potente. Non le capitava mai di sentirsi potente, e non avrebbe saputo descrivere la sensazione, all'epoca; ma gridare: CO!-co-coco-co-co-co-CO! provocava in lei una grande emozione, le faceva battere forte il cuore. Sentiva il sangue scorrerle nelle vene, si sentiva molto speciale e molto fiera di s.
Oh, si rendeva conto - essendo una bambina sveglia e intelligente - che le galline non badavano a lei: avide e impazienti com'erano di ingozzarsi di semi, non s'interessavano minimamente a lei, n a ci che le circondava; eppure alla bambina pareva di piacere a quegli animali, e che sapessero chi era, perch le si avvicinavano di corsa, scontrandosi, beccandosi nella frenesia di impossessarsi dei semi che lei spargeva a terra con un gesto ampio e incerto.
La nonna le aveva insegnato a distribuire il mangime nel modo pi uniforme possibile. Non si voleva che le galline corressero tutte insieme in un unico punto, facendosi del male. La bambina capiva di dover essere equa con tutte, e non soltanto con alcune.
Per quelle pi grosse e pi aggressive si precipitavano e beccavano le altre cacciandole via in malo modo, anche se la bambina ce la metteva tutta.
Naturalmente Joyce Carol mi nutriva in modo speciale, in una piccola zona sicura sul lato della casa. Era il pasto riservato a Happy, servito prima della distribuzione generale. Se qualche gallina se ne accorgeva e si avvicinava chiocciando, la bambina pestava i piedi per terra e la mandava via.
Anche se si stava aggirando furtivo nell'orto, il signor Gallo arrivava correndo sulle sue lunghe zampe. Il signor Gallo sentiva il richiamo Co-co-co-co! anche da molto lontano. Si apriva un varco fra le galline raggruppate e chioccianti allontanando quelle sciocche e ingurgitava quanti pi semi poteva. A volte faceva una pausa, guardando in su con un movimento veloce degli occhi gialli, e prendeva la decisione - chiss perch - di correre verso la bambina e darle una beccata sul ginocchio nudo.
Questi attacchi erano talmente fulminei, quando avvenivano, che la bambina non aveva mai il tempo di sottrarsi e scappare.
Ohhh! Perch il signor Gallo  cos cattivo?
La bambina rimaneva sempre sbigottita, non capiva perch il gallo fosse tanto cattivo.
Il suo becco era cos rapido, aguzzo e cattivo.
Cosa ancora peggiore, a volte il gallo rincorreva la bambina, nel tentativo di beccarle le gambe. Se la nonna se ne accorgeva lo scacciava sventolando il grembiule e insultandolo in ungherese. Se era il nonno ad accorgersene, gli tirava un calcio cos forte da sollevare in aria il pennuto indignato che strillava e agitava le zampe.
Era uno dei misteri della vita della bambina, perch sembrava essere molto simpatica alle altre galline, e il suo polletto la adorava, e invece il signor Gallo continuava a comportarsi con tanta cattiveria? Non le sembrava sensato che il signor Gallo divorasse i semi che gli dava e poi la aggredisse come se la odiasse. Non avrebbe dovuto esserle grato?
La madre la baciava e la abbracciava teneramente e diceva: Eh, i galli sono fatti cos, tesoro!
Quando la bambina si lamentava con la nonna del fatto che il gallo la beccava e la faceva sanguinare, invece di confortarla la nonna diceva in tono impaziente, nel suo inglese frammentario e gutturale: Lui  un gallo. I galli sono cos,  inutile che fai quella faccia ogni volta.
La bambina girava da sola per la fattoria. Uscire dalla propriet le era proibito.
C'era il grande fienile, e c'era il silo e c'era il pollaio, e c'erano i capanni e l'aia, e il cortile, e i campi coltivati a patate e granturco, e c'era un frutteto, e dietro il frutteto un viottolo lungo un quarto di miglio che portava alla fattoria dei Weidenbach, dove c'erano grossi cani cattivi che abbaiavano e mordevano e dove la bambina non osava andare. Le galline gironzolavano ovunque, e anche il signor Gallo, nella loro incessante ricerca di cibo, frugando con zampe e becco, bench capitasse di rado di vedere un pollo in uno dei campi pi lontani o sul viottolo. Happy accompagnava la bambina in questi posti solo se lei lo chiamava o lo portava tenendolo stretto fra le braccia.
La bambina mi posava sul ramo pi basso del lill vicino all'ingresso posteriore della casa, in modo che potessi stare appollaiato. Mi esortava a provare a volare come un uccello. Ma se mi dava una spintarella e perdevo l'equilibro, le mie ali battevano inutilmente e cadevo gi, non sempre sulle zampe.
Allora mi rialzavo e me ne andavo barcollando e chiocciando forte, protestando come una qualsiasi gallina stizzita; la bambina si affrettava a raggiungermi per dirmi quanto le dispiaceva, e prometteva che non l'avrebbe fatto pi.
Happy! Non essere arrabbiato con me, ti voglio bene.
(Si dava per scontato, mai nessuno ne dubitava o si interrogava su questo, che le nostre ali non servissero a niente. Potevamo batterle e volare per un pochino - nemmeno il signor Gallo ci riusciva per pi di qualche metro - ma c'erano i tacchini selvatici, pi grassi e pi pesanti delle Rhode Island Red, che riuscivano a volare sui rami pi alti degli alberi e appollaiarsi l.)
Non solo il pollaio e gran parte dell'aia, ma anche il prato dietro la casa - prato era il nome dato al tratto coperto di erba ispida e corta chiamata sanguinella sottile che andava dall'aia e dal vialetto fino al pereto - era punteggiato di sterco di pollo. Macchie semiliquide nere e bianche che piano piano s'indurivano come piccole pietre e perdevano l'odore intenso.
Non piaceva a nessuno correre scalzo in cortile, sui radi ciuffi d'erba.
E c'era quel brutto ceppo su un lato del fienile, pieno di macchie scure.
E intorno al ceppo macchiato, piume di gallina. Piume sporche e appiccicose in manciate scure e grumose.
L nessun pollo razzolava e becchettava, persino il signor Gallo stava alla larga. E la bambina.
Era la nonna, sai, a uccidere i polli.
No! Non lo sapevo.
Lo sapevi di certo, Joyce. Devi aver visto... molte volte...
No. Non lo sapevo. Non ho mai visto.
Ma...
Non ho mai visto.
Negli anni a venire avrebbe ricordato poco dei nonni ungheresi. I genitori adottivi di sua madre. Di quegli anni rimanevano poche fotografie. Sapeva che il nonno e la nonna erano qualcosa che si chiamava ungherese. Erano arrivati su una barca enorme da un posto lontano che si chiamava Ungheria, anni prima che lei nascesse, e quindi la faccenda non la interessava molto, essendo avvenuta tanto tempo prima. Alla bambina i nonni sembravano vecchissimi. La nonna dal petto prosperoso e i fianchi larghi non si era mai tagliata i capelli, che avevano striature argentate e le arrivavano fin oltre la vita, se scioglieva la crocchia formata da una grossa treccia. La nonna aveva diciotto anni quando era venuta in America su una barca e a diciotto anni le era sembrato troppo tardi per imparare l'inglese, mentre il nonno lo aveva imparato quanto bastava per parlarlo un po' e per leggere facendo scorrere un dito sotto le righe stampate di quotidiani o riviste.
Il nonno era un uomo alto con una grande pancia e le basette che pungevano, un uomo a cui piaceva ridere come se trovasse divertenti un sacco di cose. Le dita delle sue mani ruvide e callose si impigliavano nei riccioli della bambina quando la stuzzicava.
Il solletico era persino peggio, quando gli puzzava l'alito, forte e penetrante come benzina per via del sidro che beveva da una bottiglia di ceramica smaltata. Ma la madre insisteva a dire alla bambina, il nonno ti vuole bene, se piangi lo fai diventare triste.
Il nonno era proprietario della fattoria, una delle pi piccole di Transit Road. La maggior parte del terreno era occupata da un pereto. Le pere erano il prodotto principale della fattoria, e poi c'erano le uova. La bambina e i suoi genitori vivevano l, nella propriet del nonno, al primo piano della casa. La bambina capiva che suo padre non era troppo contento di vivere l, perch era nato a Lockport e preferiva di gran lunga la citt alla campagna. Aveva provato a fare il contadino e lo detestava. Spesso la bambina sentiva i genitori parlare di andare via, a vivere a Lockport, dove abitava la mamma del pap che era la sua Altra Nonna. Solo che gli anni passavano, tutti gli anni della loro vita sarebbero passati come in sogno, e chiss perch... non se ne andarono mai.
Il nonno e la nonna avevano qualcosa di strano, ma la bambina non riusciva a capire cosa fosse. Pi tardi avrebbe scoperto che non erano i veri genitori della mamma, bens i suoi genitori adottivi. Questo la inquietava, le dava un senso di pericolo come la lunga spaventosa scala a pioli su cui solo pap poteva salire per raccogliere le pere, le mele e le ciliegie dai rami pi alti degli alberi.
La bambina si accorse che quando i genitori parlavano fra loro, o se altri adulti stavano parlando, appena lei si avvicinava tacevano di colpo. Le sorridevano, la chiamavano per nome, ma non rivelavano l'argomento della conversazione.
Certe volte la bambina correva a nascondersi. Quando gli adulti si parlavano in tono aspro. Quando il nonno inveiva contro la nonna in ungherese, e lei piangeva di rabbia e nascondeva la faccia arrossata fra le mani.
La bambina aveva visto spesso i lunghi e ruvidi capelli grigio-neri ricadere sulla schiena della nonna come una cosa viva e livida: la bambina chiudeva gli occhi per non vederli, proprio come rifuggiva dalla vista dei grossi seni che parevano meloni morbidi e liberi sotto la canottiera, che non si dovevano vedere, perch c'erano cose, questo la bambina lo intuiva, che era sbagliato vedere e che se le vedevi te ne dispiacevi.
In una fattoria ci sono tante cose del genere. Creature selvatiche che sono strisciate sotto una baracca per morire, o le ossa di un pollo o di un coniglio spolpate per bene nella notte dall'attacco feroce di un gufo.
Joyce Carol! Vieni qui.
Con una risatina nervosa che sembrava un colpo di tosse, la madre proteggeva gli occhi della bambina dalle cose che non doveva vedere. Fra le sopracciglia della madre, sottili rughe di cruccio e preoccupazione.
Tesoro, ho detto vieni qui. Adesso entriamo in casa.
A volte la bambina si ritrovava senza fiato, spaventata, ma poi non ricordava pi perch.
La bambina mi portava spesso con s nel suo nascondiglio speciale. Happy fra le braccia della bambina, stretto stretto.
Il mio corpo tremante. Il cuore che batteva forte. Piume di gallina bellissime, lisce e calde! La bambina mi teneva in braccio e mi sussurrava che ci saremmo nascosti nel vecchio silo vicino al fienile, che non veniva pi molto usato, adesso che alla fattoria non c'erano pi mucche o maiali o cavalli. Dentro il silo gli odori erano forti, come se qualcosa fosse fermentato, o marcito. La madre della bambina le aveva raccomandato di non andare mai a giocare l, era pericoloso, dentro il silo. L'odore ti pu soffocare. Se i tutoli del mais ti cadono addosso possono soffocarti. Per la bambina si nascondeva con me nel silo perch credeva che a lei non potesse succedere niente di male.
Solo che la bambina cominci a osservare che se una gallina diventava debole, o si ammalava, o aveva perso delle penne, le altre la attaccavano. Cos in fretta... chi poteva dire perch? Persino Happy certe volte prendeva a beccate un pollo pi debole, e la bambina mi sgridava e mi portava via.
No, no, Happy... non si fa.
Non sapevamo perch ci comportavamo cos. Happy non lo sapeva. Era come deporre le uova. Come rilasciare un grumo caldo di escrementi dall'ano, una cosa che succedeva.
Sentendo trambusto nell'aia la bambina correva a vedere, sempre preoccupata che il pollo ferito potessi essere io, ma non era mai cos.
Eppure a volte sul mio becco brillava del sangue, e quando la bambina mi chiamava io non sembravo sentire. Pic pic pic fa il becco, come una grossa onda che ti travolge e a cui non puoi resistere.
La bambina divent grande e se ne and via, ma non dimentic mai il suo Happy.
La bambina dimentic molte cose, ma non Happy.
La bambina divenne una donna adulta, e le bastava vedere un'immagine di galline perch l'assalisse la nostalgia, acuta come un dolore. Soprattutto le galline con le penne rosse e i galli! Le si inumidivano gli occhi, il cuore le batteva tanto forte da far male. Era stata cos felice. Cos tanto tempo prima...
Tuttavia avrebbe continuato a sostenere di non aver mai visto uccidere un pollo. Di non aver mai visto nemmeno una delle Rhode Island Red afferrata per le zampe mentre si dibatteva violentemente, con pi violenza di un essere umano, gettata sul ceppo per essere decapitata con un unico rapido colpo dell'ascia insanguinata, brandita da un braccio muscoloso.
Era il braccio della nonna, di solito. Perch era lei l'ammazza-galline.
Una cosa che la bambina non aveva visto. Non aveva visto.
La bambina ricordava un'epoca in cui il nonno non aveva pi la pancia grossa e la sua solita sicurezza. Quando cominci a tossire di continuo. E a tossire sangue. Il nonno non prendeva pi in giro la bambina, n la faceva scappare in lacrime come scappava dal signor Gallo. La bambina fissava con orrore il nonno che tossiva, tossiva, tossiva, piegato in due dalla sofferenza, che quasi non riusciva a respirare. Il nonno espelleva con un grande sforzo del catarro dalla gola e sputava il liquido verde e gelatinoso in uno straccio. E la bambina avrebbe voluto nascondere la faccia, tanto era terribile da vedere.
Le venne spiegato che il nonno aveva una malattia ai polmoni. Polvere d'acciaio, dicevano, della fonderia di Tonawanda. Il nonno aveva odiato quel lavoro da operaio a Tonawanda ma era stato costretto a farlo, per tenere in piedi la fattoria. Perch la fattoria e la famiglia non andavano avanti da sole.
Al nonno piaceva dire, nel suo tono ironico e amaro, che la fonderia l'avrebbero dovuta dirigere lui e gli altri operai, e non i maledetti padroni. Fino a quando quei tremendi attacchi di tosse non ebbero la meglio su di lui, il nonno continu a dire che un giorno i lavoratori si sarebbero ribellati ai maledetti padroni, ma questo non sarebbe accaduto, come fu chiaro in seguito, durante la sua esistenza terrena.
Vendere le uova, seduta sul ciglio della strada. Seduta, a sognare, in attesa che un veicolo si fermasse. Dei clienti.
Quanto? Alla dozzina?
Oh,  troppo. Pi avanti le vendono a meno.
C'erano sempre uova da vendere. E alla fine dell'estate le pere nei cesti da una ventina di chili. Mais dolce, pomodori, cetrioli, patate. Mele, ciliegie. Zucche.
Era con un vago senso d'ansia che la bambina ricordava di essere stata seduta dietro una stretta panca sul ciglio della strada, davanti a casa. Capitava che la madre dovesse rientrare in casa per un po', e la bambina restava da sola.
Ad augurarsi che non si fermasse nessuno. Di non vedere un veicolo rallentare e parcheggiare.
Era in ansia anche per le galline, che, come fossero cieche, si inoltravano sul vialetto spingendosi fino alla statale. Polli ignari dei veicoli che sfrecciavano a pochi metri da dove loro razzolavano e becchettavano.
La bambina spiava ansiosamente che nessuna gallina finisse sulla strada. Sapeva, pur non essendo sicura fino in fondo di come facesse a saperlo, perch non l'aveva mai visto succedere, che di tanto in tanto qualche pollo restava ucciso.
Strilli improvvisi e sbattere d'ali. Prima corri a vedere, e poi non vuoi vedere.
Una delle paure costanti nella vita della bambina era che Happy potesse venire schiacciato su quella strada, perch non poteva tenermi d'occhio tutto il tempo.
Ogni mattina correva fuori senza fiato e mi chiamava subito: Polletto! Happy!.
E io arrivavo di corsa dal pollaio, o dal fienile, o da un angolo erboso vicino alla porta sul retro, affrettandomi sulle mie zampette magre, per ricevere coccole e carezze.
Happy! Ti voglio bene.
Una risata gentile, e al tempo stesso crudele.
Certo, Joyce, che mangiavi il pollo da piccola! Mangiavi quello che mangiavamo noi.
No. Lei la pensava diversamente.
Dovevi mangiare qualsiasi cosa fosse messa in tavola. Quello che mangiavano tutti gli altri. Non ti sarebbe mai stato permesso di non mangiare qualcosa.
No! Non era vero.
Odiavi la carne grassa, e cose come i ventrigli, e ci facevi ridere quando cercavi di nasconderli - sotto il piatto! - come se cos non potessimo scoprirli, quei pezzettini di ciccia, una volta sparecchiato. Comunque la carne bianca di pollo la mangiavi. Certo che la mangiavi.
No. Questo era... non era vero...
A quei tempi i bambini mangiavano quello che c'era. O mangiavano o rimanevano a pancia vuota. Tuo padre ti avrebbe sculacciato per bene se tu avessi rifiutato il pollo, o qualsiasi cosa tua madre o tua nonna avessero preparato.
Invece no. Lei non ci credeva.
 vero, in effetti ricorda la nonna ungherese che prepara la pasta in cucina. Larghe strisce di pasta morbida e farinosa, bianca come un fantasma, sul tavolo rotondo coperto da una tela cerata, e sopra le strisce di carta oleata. Ricorda la nonna, una donna tarchiata con i capelli grigi legati in una treccia annodata sulla nuca, sempre con il grembiule, un grembiule bianco sempre sporco, che impugna un lungo coltello scintillante e rapida taglia la pasta in sottili striscioline. E le gambe della nonna strette dentro calze di cotone color carne anche quando faceva caldo. La cosa sorprendente era che nel viso flaccido e severo della nonna certe volte appariva il faccino implorante di una ragazzina. E la bambina ricorda qualcosa con la carne bianca, senza testa, dentro un pentolone che sobbolliva sul fuoco, piccole sfere di grasso giallo che venivano a galla.
La zuppa di pollo con i tagliolini della nonna ti piaceva tantissimo! Non te lo ricordi?
Lei nasconde gli occhi. Nasconde la faccia. Sta male al pensiero di quel tremendo odore di piume bagnate, di carne bianca spennata.
Protesta, io non c'entravo niente.
Cercando di ricordare, presa dal panico: cosa ne  stato del suo polletto, a cui voleva tanto bene?
I nostri ricordi sono ci che rimane su un muro dopo che  stato imbiancato a calce. Vecchi cartelloni a brandelli che pubblicizzano Mail Pouch Tobacco. Le lettere pi chiare superstiti che sbiadiscono sotto i tuoi occhi. Il nonno ungherese cos burbero, cos chiassoso quando rideva, e sicuro di s, che amava tanto la nipotina da non riuscire a tenere le dita callose lontane dai suoi riccioli, era morto a cinquantatr anni, con i polmoni soffocati dalla polvere d'acciaio della fonderia di Tonawanda. La nonna ungherese visse ancora a lungo e non impar mai a parlare l'inglese, e men che meno a leggerlo. La nonna mor in una casa di riposo di Lockport dove la nipote non venne portata a farle visita nemmeno una volta, n le venne detto come si chiamava o dove si trovasse esattamente.
Perch? La madre aveva voluto coprire gli occhi della bambina. Anche quando non fu pi una bambina, la madre volle proteggerla da turbamenti e preoccupazioni.
Cosa ne era stato di me? Cos'era successo a Happy? Oh, la bambina non lo sapeva!
La bambina non sapeva. Sapeva soltanto che un giorno tremendo... Happy non c'era pi.
Pronuncia ad alta voce la parola: Happy.
C' qualcosa di inquietante nella parola happy. Felice felice felice felice.
Una parola tremenda. Che genera terrore. Fe-li-ce.
Svegliarsi di notte, fra lenzuola aggrovigliate, rabbrividendo spaventata al punto da pensare che fosse stata l l per incespicare e precipitare in un abisso.
Happy. Fe-li-ce. Eravamo tanto felici...
Nel gelido terrore notturno lei conta i suoi morti. Come se recitasse il rosario, conta i suoi morti. Il nonno che se n'era andato per primo, aprendo la porta da cui la Morte poteva entrare a prenderli tutti. La nonna morta in un luogo imprecisato, lontano bench vicino. La madre morta d'infarto nel sonno, a poco pi di ottant'anni. Il padre che se n'era andato lentamente, anche lui a poco pi di ottant'anni, nel nuovo Ventunesimo secolo, sempre pi rinsecchito, frastornato e al tempo stesso vigile, in uno stupore pieno di nostalgia.
Volevamo che voi bambini aveste il meglio, ma non  andata cos. Eravamo troppo poveri. Io lavoravo come un disperato, ma non bastava. Poi  andata meglio, ma quei primi anni... L'unica cosa buona era che vivevamo a Millersport. Vivevamo nella fattoria del vecchio. Ti piacevano tanto gli animali. Ti ricordi il tuo polletto, Happy? Caspita, quanto bene volevi a quel piccolo pollo rosso.
Pap che si asciuga le lacrime. Pap che ride, e dire che non era mai stato un tipo sentimentale, santo cielo!
Lei stava pensando a quando avevano trovato il gallo - non pi il signor Gallo, ma un povero uccello esanime, assassinato - il bellissimo piumaggio macchiato e rovinato - dietro al fienile, dove una volpe, probabilmente, o il cane di un vicino, lo aveva afferrato e scrollato spezzandogli il collo, lasciandolo l moribondo. Povero signor Gallo!
Vedendo il gallo cos, orribilmente immobile, la bambina aveva pianto e pianto e pianto.
E c'erano anche parecchie galline ferite a morte e insanguinate, gli occhi aperti ma ciechi. Gettate a terra come rifiuti.
E venne il giorno, non molto tempo dopo, o forse nello stesso momento, in cui Happy scomparve.
La bambina era scioccata e incredula, e all'inizio non pianse.
Era cos spaventata che non riusciva a piangere.
Perch era terrificante, per lei, l'idea che Happy fosse, non si sapeva come... sparito.
Era corsa urlando dalla madre in casa, al primo piano. La madre sosteneva di non avere idea di dove potesse essere. Lo cercarono insieme nel pollaio, e nel fienile, e nei campi, e nel pereto. Chiamando Happy! Happy! Chiamando a gran voce Co-co-co-co-CO!
Arrivarono le galline correndo, battendo gli occhi e chiocciando. Occhi gialli che fissavano.
E nessuna di loro ero io.
Quel mattino la madre aveva portato la bambina a Lockport a trovare l'Altra Nonna, che era la madre del padre e viveva a un piano alto di una casa in legno grigio dall'altra parte della ferrovia. La strada statale, Transit Road, che passava davanti alla casa della bambina, diventava Transit Street attraversando la citt e si trovava a mezzo isolato appena dalla casa dell'Altra Nonna.
L'Altra Nonna si chiamava Blanche, ma veniva anche chiamata Nonna, proprio come quella ungherese. La bambina si sforzava di capire come fosse possibile. Come mai due persone che erano cos diverse potevano essere allo stesso modo... la Nonna?
L'Altra Nonna che viveva a Lockport era molto pi simpatica della nonna di Millersport. Questa nonna non puzzava di grasso, o di ventrigli, o di penne di pollo bagnate, n di altre cose disgustose, bens di qualcosa di pallido e color panna come i gigli. Forse questa nonna usava il profumo? Le sue mani erano morbide grazie alla crema? La bambina era sempre benvenuta quando esplorava le stanze della nonna, compresa la camera da letto dove c'erano tante cose carine: un copriletto di satin lucido, rosa a fiori bianchi, una toletta con tre specchi e piano a specchio, tanti barattoli dal profumo dolce e bottigliette che sapevano di buono, una spazzola con le setole morbide che non facevano male ai capelli quando la nonna glieli spazzolava.
Cosa pi importante di tutte, la nonna che si chiamava Blanche non parlava in ungherese, con suoni gutturali e rabbiosi, e non avrebbe mai gridato contro nessuno; era inimmaginabile - la bambina non lo poteva immaginare! - che questa nonna gentile potesse comportarsi in modo crudele con un pollo.
Era la nonna a cui pap voleva bene, perch era la sua mamma. Alla bambina era stata raccontata questa cosa straordinaria che lei non riusciva a comprendere, perch pap era cos pi alto della nonna che le sembrava sciocco che il suo pap alto e forte e cos energico avesse una mamma.
Questa era la nonna che leggeva i libri presi in prestito dalla biblioteca di Lockport, mai meno di tre alla settimana. E quei libri avevano l'odore della biblioteca, per via delle sovraccoperte di plastica. E c'era un bel timbro verde che diceva LOCKPORT PUBLIC LIBRARY. Questa nonna port la bambina in biblioteca passando dall'ingresso dei bambini e tenendola per mano, per procurarsi una tessera per lei. Perch questa era la sorpresa, una delle pi grandi e belle sorprese nella vita della bambina: Joyce Carol era abbastanza grande per avere una tessera della biblioteca: sei anni. Ed era autorizzata a prendere in prestito i libri per bambini con le figure, scelti da lei personalmente, dagli scaffali della biblioteca... tantissimi scaffali! Libri bellissimi! La bambina era talmente emozionata che quasi non riusciva a parlare per ringraziare la nonna. Farsi timbrare e consegnare i libri dalla bibliotecaria la intimidiva molto, ma la nonna era accanto a lei, quindi non c'era niente da temere.
E la bambina e la nonna che si chiamava Blanche lessero quei libri insieme, sedute sul dondolo della veranda della casa di legno grigio in Grand Street.
Per tutta la giornata la bambina non pens a me nemmeno una volta.
Durante le ore passate a fissare le bellissime illustrazioni a colori, girando le pagine lentamente, mentre nonna Blanche leggeva le parole di ogni pagina e incoraggiava la bambina a leggere con lei... la bambina non pens nemmeno una volta a Happy.
Per quando nel tardo pomeriggio la madre la riport a Millersport e la bambina corse sull'aia a chiamarmi, Happy non era da nessuna parte.
La bambina e la madre cercarono nel pollaio, nel fienile, nel frutteto... Oh, dov'era Happy? La bambina piangeva, singhiozzava.
La nonna (ungherese), che stava stendendo le lenzuola ad asciugare sul filo, ripeteva di non averlo visto.
La nonna non aveva mai veramente distinto Happy dagli altri polli e dalle altre galline, e la bambina lo sapeva. Era ridicolo, pensava la nonna, immaginare che un pollo fosse diverso dagli altri!
Anche il nonno sosteneva di non aver visto Happy! In effetti non aveva idea di che aspetto avesse quell'accidenti di pollo. Tutto ci che riguardava i polli era una faccenda della nonna, e non interessava al nonno, che era esausto per il lavoro nella fonderia di Tonawanda e a cui non importava niente di tutto quel casino per uno stramaledetto pollo.
Quando il padre, verso sera, torn dalla fabbrica di Lockport, non era dell'umore giusto per sentir parlare di Happy. Non era dell'umore giusto per sentire la figlia piangere, gli dava sui nervi. Per, vedendo la sua bambina con gli occhi rossi e il terrore nello sguardo, il padre si chin per darle un bacio sulla guancia.
Non piangere, ritorner. Come si chiama... Happy?
Certo. Happy ritorner.
Lei lo chiama... Happy. Ha la gola arrossata a furia di chiamare... Happy!
Si  svegliata coperta da un sudore gelido e malsano, fra le lenzuola aggrovigliate. Il piccolo pollo rosso  nella stanza... vero? Ma di quale stanza si tratta, e quando? Ed eccomi qua - all'improvviso - rannicchiato ai piedi della bambina. Lei si inginocchia per coccolarmi e mi bacia sulla piccola testa dura, e mi prende in braccio, le mie ali delicatamente premute contro i fianchi. E la piccola testa di pollo chinata. E le palpebre tremolanti. Piumaggio rosso scuro accarezzato delicatamente dalle dita di una bambina.
Dove sono andato, Joyce Carol? Sono volato via. Un giorno, quell'estate, le mie ali erano abbastanza forti per sollevarmi. E una volta che hanno cominciato a muoversi mi sono alzato in volo, sbalordito ed esultante; e l'aria mi teneva a galla e mi sferzava, e sono volato sopra il punto pi alto della pi vecchia casa di legno di Transit Road.
Cos in alto, una volta che il vento mi aveva sollevato, che riuscivo a vedere i polli rossi sotto di me che razzolavano e becchettavano come sempre, e vedevo il tetto del vecchio fienile, e la cima del silo; vedevo il campo di patate pi lontano, e l'estremit del pereto, e i solchi del viottolo che delimitava il frutteto e portava alla fattoria dei Weidenbach dove abitavano i grossi cani che abbaiavano.
Perch per Happy era arrivato il momento di volare via.

La scoperta di Alice, 1947.
Il libro che ha cambiato la mia vita - da cui  nato il mio desiderio di diventare scrittrice, e mi ha ispirata a scrivere,  Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio di Lewis Carroll. Questo bellissimo volume di un formato un po' pi grande del normale, pubblicato da Grosset & Dunlap nel 1946, mi fu regalato dalla nonna (ebrea) Blanche Morgenstern nel 1947, in occasione del mio nono compleanno. (La nonna che amava i libri, la madre di mio padre, mi regal libri a ogni compleanno e a Natale e anche in altre occasioni, compreso Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett. Sempre la nonna mi regal la mia prima macchina per scrivere - una macchina per scrivere giocattolo - e una vera Remington per i miei quattordici anni, come se avesse previsto che ne avrei avuto bisogno.) Ancora oggi conservo come un tesoro e tengo in bella vista su uno scaffale della libreria nel mio studio il libro ricevuto in dono, arricchito dalle illustrazioni dalla sinistra bellezza, quasi realistiche, di John Tenniel.
Le immagini di Alice fra le sue bizzarre meraviglie la ritraevano sorpresa, a volte intimidita da quel mondo, e tuttavia mai sopraffatta. Tenniel, straordinario illustratore, ha dato al personaggio una seriet temperata dal buonsenso e una tenera sobriet che non si trovano nella maggior parte delle illustrazioni dei libri americani per l'infanzia di allora. Alice  chiaramente una bambina, per non  infantile. C' in lei qualcosa di responsabile e maturo, un'inclinazione a mostrarsi scettica, a volte, nei confronti degli adulti che la circondano; una scarsa disponibilit a subire prepotenze o a essere sottomessa con la paura. Alice dice quello che pensa come ben pochi bambini, all'epoca e anche oggi, sono incoraggiati a fare. A nove anni io ero decisamente troppo giovane per capire i temi sotterranei delle sbalorditive avventure di Alice, che alludono all'evoluzionismo darwiniano e al principio della selezione naturale attraverso la sopravvivenza del pi forte, un argomento controverso nell'era vittoriana in quanto rappresentava una sfida alla teologia cristiana convenzionale, e che nel Ventunesimo secolo non  stato ancora accettato da tutti.
Come ogni bambino estasiato dal suo libro preferito, io volevo essere l'eroina della storia... volevo essere Alice. Dovevo aver notato che Alice non assomigliava a nessuna ragazzina di mia conoscenza; sembrava appartenere all'alta societ di un paese straniero, con tradizioni (il t delle cinque, i muffin, le regine, i re e i valletti) completamente sconosciute alla societ agricola di Millersport. Credo di aver imparato da Alice a essere leggermente pi audace di quel che sarei stata, a contestare l'autorit - cio gli adulti - e a guardare la vita come una possibilit di avventure. Se prendevo Alice come modello, ero pronta a riconoscere la paura e persino il terrore senza soccombervi. Nei libri di Alice ci sono scene di un'illogicit da incubo - numerose drammatizzazioni della paura di essere mangiati, per esempio - indicative della sostanziale seriet del testo, eppure Alice non si lascia mai prendere dal panico e non perde n il buonsenso n la dignit.
Sapevo bene che si trattava del personaggio di un libro, e che Alice non stava raccontando la sua vera storia. Il nome dell'autore del libro era scritto in lettere dorate sulla costa e nel frontespizio: Lewis Carroll. Diventare come Lewis Carroll fu per me un'aspirazione, cos come aspiravo a essere Alice nel paese delle meraviglie, e ben presto cominciai a disegnare storie nello stile delle illustrazioni di Tenniel, non di adulti o bambini ma di gatti e galline dal piumaggio rosso. Da bambina questi romanzi, scritti sui fogli a righe di un blocco, mi tenevano impegnata per ore. (Decine di anni pi tardi, vedendo i facsimile dei libri in miniatura delle sorelle Bront, avrei provato un senso di comunione con loro. Forse le sorelle Bront erano pi sole di me nella canonica del padre in una Haworth spazzata dal vento della brughiera inglese, ma certo non pi affascinate di me dai libri.) Da Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio erano nati non solamente la mia passione per la scrittura ma anche il mio senso del mondo come spettacolo indecifrabile, essenzialmente assurdo ma affascinante, a proposito del quale  ragionevole esclamare, con Alice: Stranissimo, e sempre pi stranissimo!.

District School #7, Niagara County, New York.
Amavo la mia prima scuola! - cos ho detto spesso, e probabilmente  la verit.
Da piccola ero piena di emozioni, aspettative e apprensioni, e a volte la prospettiva di andare a scuola mi riempiva di paura. Ai miei occhi l'edificio scolastico su Tonawanda Creek Road nella Niagara County, a circa un miglio da casa mia, era un luogo magico, un luogo con un significato profondo, e tuttavia non un luogo dove da piccola potessi esercitare qualcosa di simile al controllo, anche se allora non avrei saputo definirlo cos.
Davo per scontato ci che oggi mi sembra meraviglioso: che dalla prima alla quinta elementare, dal 1943 al 1948, avrei frequentato la stessa scuola, composta di una sola aula, che vent'anni prima aveva frequentato mia madre, Carolina Bush. Se si escludeva l'arrivo dell'elettricit negli anni Quaranta, e qualche miglioria di secondaria importanza che non comprendeva l'impianto idraulico, in quegli anni era cambiato ben poco. Si trattava di un edificio con la struttura di legno su fondamenta di pietra grezza, fatiscente e rovinato dalle intemperie, costruito intorno all'inizio del secolo pi o meno nello stesso periodo in cui fu costruita la fattoria dei miei nonni, venticinque miglia a nord di Buffalo e circa dieci a sud di Lockport.
Verso la fine di agosto, in previsione dell'inizio delle lezioni che sarebbero cominciate in settembre, dopo il Labor Day, andavo a piedi fino a scuola con la mia scatola nuova di matite e la gavetta per il pranzo, entrambi regali di nonna Blanche, e mi sedevo sul gradino di pietra dell'ingresso. Lo facevo per il piacere di starmene l a sognare l'inizio delle lezioni: forse per il piacere di godermi la solitudine e il silenzio che, una volta cominciata la scuola, sarebbero diventati merce rara.
(Qualcuno si ricorda ancora delle scatole di legno per le matite? Avevano all'incirca le dimensioni di una piccola gavetta per il pranzo, e alcuni cassettini che si aprivano rivelando appuntite matite a mina gialle, pastelli Crayola, gomme per cancellare, un compasso. Che emozione il compasso con la sua punta aguzza! L'odore dei pastelli! Le gavette, anch'esse forse ormai dimenticate da tutti, di solito erano di metallo leggero, con due maniglie; a differenza delle scatole di matite, con il loro meraviglioso profumo di pastelli e gomme, le gavette finivano ben presto per puzzare di latte nei thermos, banane troppo mature, burro di arachidi, marmellata o panini con la mortadella e carta oleata usata molte volte.)
La scuola, pi impressa nella mia memoria della mia stessa faccia di bambina, si trovava arretrata di una decina di metri rispetto a Tonawanda Creek Road, una strada non asfaltata. Aveva tre alte finestre sui muri laterali, e finestrelle piccolissime sulla facciata; un tetto a scandole leggermente inclinato che lasciava entrare l'acqua, se pioveva forte, e davanti una specie di baracca semibuia e maleodorante che chiamavamo ingresso; niente di romantico come una stanza con soffitto a cupola con una campana da suonare per chiamare gli studenti. (La nostra insegnante, la signora Dietz, se ne stava in piedi sulla porta come un'amazzone e agitava una campanella. Era il simbolo della sua autorit: il suono irritante della campanella, il gesto secco della robusta mano destra quando la scuoteva vigorosamente. Nei miei ricordi la faccia solida della signora Dietz era sempre rossa.)
Dietro la scuola, lungo un pendio coperto di rovi e di una vegetazione da giungla, c'era il crick, come lo chiamavamo noi: l'ampio e spesso fangoso Tonawanda Creek, il rapido fiume dove agli alunni era proibito giocare o andare in esplorazione; sui due lati della scuola c'erano campi non coltivati dove cresceva l'erba; sul retro le rozze latrine di legno, a sinistra per i maschi e a destra per le femmine, con lo scarico a cielo aperto, di un fetore insopportabile nella stagione calda, che finiva nel torrente. (In altri punti, lontani dall'argine, i bambini, quasi tutti maschi pi grandi, spesso andavano a nuotare. Si tuffavano dalle fiancate del ponte quando il livello dell'acqua era abbastanza alto. A quei tempi non ci si poneva il problema dell'inquinamento e gli energici ragazzotti di campagna non erano certo schizzinosi.)
Ricordo le latrine esterne con un moto di ribrezzo. Ma negli ultimi tempi sono pi incline a provare una sorta di preoccupata compassione per la povera signora Dietz, che non aveva scelta e doveva usare anche lei i gabinetti delle femmine.
Nel cortile davanti alla scuola e sui lati c'era una specie di campo giochi dove improvvisavamo giochi come May I? - che prevedeva passi da bambino piccolo e passi da gigante - e Pom-Pom-Pullaway, pi rumoroso e turbolento, dove ai giocatori poteva capitare, per essere catturati, di essere trascinati sul cemento, o persino scaraventati a terra. E c'erano nascondino e acchiapparello, che erano i miei giochi preferiti, in cui me la cavavo bene, perlomeno se gli altri bambini non erano molto pi grandi di me.
Joyce  veloce come una gazzella! dicevano con ammirazione alcuni maschi, inseguendomi come inseguivano i bambini pi piccoli, per fare i prepotenti e terrorizzarli.
All'interno la scuola odorava di smalto, polvere di gesso e fumo e cenere della legna bruciata nella stufa panciuta. Nei giorni nuvolosi, non infrequenti nella parte occidentale dello stato di New York, a sud del lago Ontario e a est del lago Erie, dai vetri delle finestre entrava una vaga luce caliginosa, a cui le lampade a soffitto davano uno scarso contributo. Sedevamo nelle file di banchi - i pi piccoli davanti, i pi grandi dietro - fissati alla base da binari di metallo, come un toboga; il legno di cui erano fatti quei banchi a me pareva bellissimo, levigato e con una sfumatura rossa brunita come quella delle castagne matte. Il pavimento era di assi grezze. La lavagna occupava tutta la parete di fronte a noi. Una bandiera americana pendeva floscia nell'angolo sinistro della lavagna, sopra la quale, per tutta la larghezza dell'aula, posizionati in modo da attirare il nostro sguardo affinch potessero imprimersi nella nostra memoria, c'erano quadretti di cartone con le lettere dell'alfabeto nella bellissima forma calligrafica del Metodo Palmer.
Bench con gli anni la mia grafia sia leggermente cambiata, il Metodo Palmer ha sempre prevalso. In un'era in cui quasi nessuno scrive pi a mano, e perlopi le firme sono illeggibili, si pu star sicuri che chi  cresciuto sotto la tutela del Metodo Palmer scriver non solo bene ma anche in modo leggibile.
Forse il Metodo Palmer conteneva in s una tendenza (involontaria, inconscia) moralizzatrice? Se, nello scrivere, le nostre intenzioni sono bellezza e chiarezza, non  probabile che siamo delle brave persone?
Naturalmente la signora Dietz era maestra in quest'arte calligrafica. Scriveva alla lavagna per noi parole ortograficamente corrette, e noi imparavamo a imitarla. Imparavamo ad analizzare le frasi con la solenne precisione dello scienziato che espone le equazioni. Imparavamo a leggere leggendo a voce alta, e a fare lo spelling facendolo ad alta voce. Imparavamo a memoria e recitavamo. I nostri libri non erano quasi mai nuovi, perch appartenevano al distretto scolastico e venivano dati in uso agli alunni, da un anno all'altro, fino a quando cadevano a pezzi. (Come mi piacerebbe poterli vedere adesso! Non ho nemmeno un vago ricordo di quel che ci facevano leggere, e di come fossero i nostri libri di aritmetica.) La biblioteca della scuola consisteva in un paio di scaffali e fra i volumi c'era un dizionario Webster, che mi affascinava: un libro tutto fatto di parole! Un tesoro di segreti, sembrava a me, disponibile per chiunque volesse cercare.
Alcune delle mie prime esperienze di lettura in effetti avvennero proprio su quel dizionario. A casa non ne avevamo mai avuto uno fino a quando, in quinta elementare, vinsi un concorso di ortografia sponsorizzato dal Buffalo Evening News, e ne ricevetti uno identico a quello della scuola.  rimasto con me per molti decenni, insieme ai due preziosi volumi di Alice.
Le mie prime esperienze creative non avvennero grazie ai libri stampati ma agli album da colorare, che usavo quando ancora non sapevo leggere. Non imparai a leggere che a sei anni, in prima elementare, anche se a quel punto, con una precocit che ora mi sembra comica, avevo gi prodotto un certo numero di libri su blocchi di carta, disegnando, colorando e scribacchiando in quella che secondo me era un'imitazione convincente degli adulti. I miei primi personaggi non erano esseri umani, bens polli e gatti verticali disegnati con ingenuo entusiasmo e impegnati in confronti apparentemente drammatici; ovviamente Happy compariva pi spesso di qualsiasi altro personaggio. Il titolo di uno di questi romanzi su taccuino era presumibilmente The Cat House, ambientato in una vera casa in cui alcuni gatti vivevano come esseri umani. (Quando diventai grande mio padre mi prendeva in giro per questo titolo, il cui umoristico doppio senso mi era sfuggito.a Per anni mia madre conserv il taccuino fra le sue cose, ma temo che ormai The Cat House sia perduto per i posteri.)
Oltre ai due libri di Alice che in poco tempo imparai a memoria, a casa avevamo l'inquietante Lo scarabeo d'oro e altri racconti di Edgar Allan Poe, che era di mio padre: il titolo era scritto in lettere dorate satinate sulla copertina, fatta di uno strano materiale spesso e sbiadito che sembrava corteccia con una patina di muschio. Che cosa riuscissi a ricavare dalla prosa ostinatamente gotica di Poe, non riesco proprio a immaginarlo. Bench i suoi racconti classici sembrino muoversi nei nostri ricordi con la spaventosa rapidit dei film dell'orrore, la prosa in cui sono scritti  sommamente formale, tortuosa, ampollosa e a volte confusa. Solo il suo capolavoro, Il cuore rivelatore, ha una fluidit diretta unica. Eppure, forse perch avevo pochi altri libri a disposizione, perseverai, da bambina, a leggere Poe, e devo aver assorbito, insieme alla consapevolezza di una prosa molto diversa da quella di Lewis Carroll, qualcosa della sua speciale sensibilit. (Non stupisce l'immediata affinit che ho provato per Paul Bowles, la cui prima raccolta di racconti, La delicata preda,  dedicata a sua madre che gli aveva letto i racconti di Poe quand'era bambino.)
Nella mia logica infantile, non corretta da nessun adulto, dato che non mi passava nemmeno per la testa di parlarne, il misterioso mondo dei libri era diviso in due categorie: i libri per bambini e i libri per grandi. Le letture per l'infanzia, nei testi delle elementari, di solito erano irreali, molto semplici nel lessico, nella grammatica e nel contenuto; generalmente proponevano situazioni improbabili se non addirittura del tutto fantastiche come nelle fiabe, nei fumetti e nei film della Disney. Potevano essere divertenti, e istruttivi, ma non erano reali. La realt era il regno degli adulti, e per quanto io, figlia unica di cinque anni, fossi circondata da adulti, non vi potevo entrare e neppure figurarmelo, dall'esterno. Per entrare in quella realt, per trovare una via di accesso, leggevo.
Con avidit e ardore! Come se ne andasse della mia vita.
Uno dei primi libri che lessi, o tentai di leggere, fu un'antologia presa in prestito dalla nostra biblioteca scolastica, una vecchia edizione del Treasury of American Literature pubblicata probabilmente prima della Seconda guerra mondiale. Insieme ad autori oggi perlopi dimenticati (James Whitcomb Riley, Eugene Field, Helen Hunt Jackson) c'erano i nostri classici del New England, anche se io ero troppo piccola per sapere che Hawthorne, Emerson, Poe, Melville e tutti gli altri erano dei classici e ancor pi per sapere che parlavano di un'America che non esisteva pi, e che per famiglie come la mia non era mai neppure esistita. Io credevo che quegli scrittori, esclusivamente uomini, fossero i depositari della realt. Il fatto che la loro realt fosse tanto diversa dalla mia non faceva che confermarla, anzich screditarla o semplicemente qualificarla: la scrittura degli adulti era una forma di saggezza e di potere, difficile da comprendere ma inoppugnabile. Quelle non erano semplici fantasie, erano cose reali, voci di una autenticit adulta. Mi sforzavo di leggere per lunghi minuti la prosa in caratteri minuscoli sulle pagine ingiallite con le orecchie, capendo ben poco eppure catturata dalla voce di un altro che mi risuonava dentro. Affrontavo quei libri come affrontavo un albero (un pero, per esempio) su cui era difficile arrampicarsi. Devo essermi sentita quasi fisicamente sfidata da quei lunghi paragrafi pressoch impenetrabili, con un linguaggio cos diverso dall'inglese americano che si parlava a Millersport, e lontanissimo dalle frasi del nostro abbecedario. Gli scrittori erano semplici nomi, parole. Ed erano parole esotiche: Washington Irving, Benjamin Franklin, Nathaniel Hawthorne, Herman Melville, Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau, Edgar Allan Poe, Samuel Clemens. In questa antologia non c'era Emily Dickinson, e non l'avrei letta fino al liceo. Non consideravo queste eminenti persone uomini in carne e ossa, esseri umani come mio padre e mio nonno, che avessero davvero vissuto, e respirato; era la loro scrittura a diventare la persona. E per quanto non sempre capissi ci che leggevo, sapevo che almeno era vero.
Era la voce in prima persona, la voce (apparentemente) immediata che mi colpiva in quanto veritiera. Non so perch, ma di rado le storie per bambini sono narrate in prima persona. L'Alice di Lewis Carroll  sempre vista da una certa distanza, come Alice. (Anche se vediamo ogni cosa attraverso il suo sguardo stupefatto, e non ci  mai dato sapere qualcosa che lei non sappia.) Invece molti degli scrittori per adulti che mi sforzavo di leggere scrivevano in prima persona, e in maniera molto convincente. Non sarei stata in grado di distinguere fra le voci da saggista di Emerson e Thoreau e quelle da narratore di storie inventate di Irving e Poe; ancora oggi devo soffermarmi a chiedermi se Il genio della perversione sia un saggio confessionale, cos come si presenta, o uno dei Racconti del grottesco.  possibile che abbia assorbito da Poe una tendenza a muovermi liberamente fra generi diversi, radicando il surreale nell'apparente realt di una voce dal tono sincero, impersonale. Poe era un maestro, fra altre cose, del trompe-l'il letterario, in cui le riflessioni speculative sulla psicologia umana scivolano nella narrativa fantastica senza tuttavia abbandonare la voce sincera della prima persona.
Tempo dopo mi sarei chiesta perch le prime forme d'arte, le pi primitive sembrano essere state favolistiche, leggendarie e surreali, popolate non da uomini e donne di dimensioni normali, ma da di, giganti e mostri. Perch la realt si  evoluta con tanta lentezza?  come se, guardandosi in uno specchio, i nostri antenati fossero rifuggiti dalla vista dei loro volti nella speranza di vedere qualcos'altro: esotico, terrificante, consolatorio, idealistico o delirante, ma decisamente altro da s.
Della signora Dietz penso: com' stata eroica! Sottopagata, sottovalutata, sovraccarica di lavoro. (Sto ipotizzando che un'insegnante di un avamposto rurale negli anni Quaranta fosse sottopagata.) Non solo doveva insegnare a ragazzi di otto classi diverse tutti insieme, ma anche mantenere la disciplina mentre la maggior parte degli alunni pi grandi frequentava le lezioni controvoglia, in attesa di compiere sedici anni e di essere legalmente autorizzati ad abbandonare la scuola per poter lavorare con i padri nelle fattorie; in famiglia questi ragazzi imparavano a cacciare e uccidere gli animali, ed erano spietati nel canzonare (il termine bullismo, pi corretto, non era ancora entrato in uso) i bambini pi piccoli. Alla signora Dietz toccava anche il compito di alimentare la nostra stufa a legna, unica fonte di calore, nel duro clima del Nord dello stato di New York, dove non era raro che nelle mattine di vento la temperatura scendesse sotto lo zero, costringendoci a stare seduti nei banchi con muffole, berretti e cappotto per tutto il giorno, a battere i piedi calzati negli stivali per impedire che gli spifferi gelidi dal pavimento ci intorpidissero le dita... Posso solo immaginare le difficolt emotive e psichiche sopportate dalla povera signora Dietz, e oggi provo un tardivo sentimento di solidariet per lei, che nell'infanzia mi era sembrata una vera gigantessa.  una figura archetipica nei miei ricordi, come nessun altro insegnante, poich nessuno oltre a lei mi ha trasmesso le capacit fondamentali di leggere, scrivere e far di conto che oggi mi sembrano naturali come respirare. Sono grata alla signora Dietz per non essere mai crollata (in maniera evidente), e aver sempre mantenuto una certa atmosfera di buon umore nella classe. Con tutti i suoi disagi e pericoli, per me l'edificio di quella scuola divenne una specie di santuario: un mondo prezioso contrapposto al caos e all'ignoranza che imperversava fuori dalle sue mura.
Anni dopo, trovandomi nella zona di Lockport per una conferenza organizzata dalla biblioteca comunale, fui avvicinata da una donna della mia et, dall'aria familiare, e quando si present ricordai immediatamente chi era: una ragazzina che abitava in una fattoria a poche miglia dalla nostra, in una strada accanto al fiume. Mi raccont che durante l'intervallo, fuori dall'aula, a volte insegnavo a lei e ad altri bambini, che non avevano capito le spiegazioni della nostra maestra... Che piacere rincontrare, dopo tanti anni, Nelia Pynn! Mi piace il suo nome, riemerso da quel passato ormai perduto, e devo scriverlo un'altra volta: Nelia Pynn.
A lungo abbandonata e sigillata da assi di legno, la District#7 venne demolita alla fine degli anni Settanta. E ancora per molto tempo, in seguito, ogni volta che tornavo a Millersport a trovare i miei genitori, ho fatto un giro nostalgico fino all'area dove ora non restavano che le fondamenta e un mucchio di macerie. Presto di queste scuole costituite da una sola aula con una pluriclasse rimarranno tracce, se ne rimarranno, soltanto nelle fotografie: legami con un passato della frontiera americana mitopoietico, che a noi che lo vivevamo in prima persona sembrava semplicemente vita.
a. Cat-house significa bordello, postribolo, cosa che la Joyce bambina non poteva sapere. (NdT)

Piper Cub.
Non avere paura. Pap  qui con te.
Solo che non lo vedevo, perch era dietro di me. Non mi sembrava naturale che mio padre, che in auto occupava sempre l'autorevole posto del conducente, fosse seduto alle mie spalle, nel Piper Cub di un bellissimo colore giallo acceso, come le ali di una farfalla.
Era un giorno d'estate degli anni Quaranta. Dovevo avere nove o dieci anni. Alcuni anni prima il giovane e avventuroso Fred Oates aveva ottenuto il brevetto di volo e questo era il mio primo giro in aereo con lui.
Pap non era stato arruolato nell'esercito come aveva temuto. Non aveva combattuto nella Seconda guerra mondiale grazie a un rinvio concesso a tutti i lavoratori della Harrison Radiator, occupati nell'industria della difesa. E poi, finita la guerra, gli aeroplani del governo erano stati venduti ai privati, e uomini come lui cominciarono a prendere lezioni di volo.
Di come e perch mio padre avesse preso lezioni di volo al Lee's Airfield in Transit Road a nord di Buffalo, non ho idea. Non aveva mai avuto molti soldi. Per mandare avanti la famiglia non solo lavorava alla Harrison, ma dipingeva insegne e cartelloni pubblicitari per le aziende della zona. Eppure in qualche modo era riuscito a pagarsi delle lezioni di volo fin dal 1935 (a ventun anni) e nel 1937, un anno prima della mia nascita, aveva ottenuto il brevetto che gli permetteva non solo di pilotare piccoli velivoli come il Piper Cub, il Cessna e lo Stinson, ma anche, infine, lo sportivo biplano Waco e addirittura gli apparecchi da addestramento dell'Air Force: un Fairchild da 175 cavalli, un monoplano Vultee da 450, dotato di cabina con il tettuccio apribile, che volava fino a dodicimila piedi di quota.
La mia prima volta sul Piper Cub sarebbe diventata uno dei ricordi pi importanti della mia vita.
All'inizio ci fu subito la stranezza di mio padre che mi vestiva (cosa inedita, soltanto mia madre mi vestiva) con tanto di occhialoni e casco, troppo grandi per me. (Lui aveva il paracadute, io no, il che mi sarebbe sembrato infausto se ci avessi pensato. Ma ovviamente io non sarei stata in grado di azionarlo.) Poi fui praticamente issata da pap sull'unico sedile anteriore dell'aeroplano, e mi venne allacciata la cintura; lo sportello, che sembrava fatto di un metallo molto pi leggero di quello delle portiere delle automobili, venne chiuso con la sicura. L'elica del Piper Cub fu azionata manualmente da un ragazzo che lavorava come meccanico, fino a quando cominci a girare con un gran frastuono, e il motore si accese. Dopo fui trasportata sulla pista irregolare, superando file di apparecchi pi grandi, a una velocit sempre maggiore, terrorizzata, con la bocca secca, fissando sbigottita dal parabrezza il mondo che mi si precipitava addosso decisamente troppo in fretta, e senza nessun adulto che mi facesse da scudo, come se fossi io il pilota, e non pap, che sedeva dietro.
Poi, all'improvviso, provocandomi la nausea, il piccolo aereo vibrante si sollev, sorvolando una fila di alberi e i campi aperti.
Come ogni bambina di dieci anni mi fidavo ciecamente di mio padre. Come mi fidavo di mia madre. E oggi mi chiedo che cosa deve aver pensato la mia giovane mamma, guardandoci dalla pista. Anche lei nutriva una completa fiducia in mio padre? Aveva paura, quando lui la portava a volare, e desiderava davvero accompagnarlo? Oppure si sentiva in qualche modo in dovere di farlo? Ed era giusto che mio padre, con il suo brevetto appena ottenuto, portasse con s la figlia di dieci anni? A quei tempi era piuttosto normale essere spericolati, avventati, un atteggiamento che nella nostra epoca pi prudente, nella quale i figli sono iperprotetti dai genitori, sembra qualcosa di impossibile. Dobbiamo ricordare che allora non si sapeva nemmeno che cosa fossero le cinture di sicurezza in auto, e praticamente tutti (compresi i miei genitori) fumavano.
Mio padre avrebbe ripetuto per tutta la vita che Volare  pi sicuro che andare in macchina. Da un punto di vista statistico  (evidentemente) vero, tuttavia per alcuni di noi ci non basta a rassicurarci.
I miei ricordi pi intensi di quel primo volo sono i campi che si allungano sotto di noi, il turbinio dell'elica proprio davanti a me, il vento che ci sballotta, e l'aeroplano che vibra. A bordo di piccoli velivoli si  molto consapevoli del vento. Si  molto consapevoli del cielo. Sotto di te ogni dettaglio sembra ingrandito. Di colpo hai una prospettiva nuova e inaspettata - guardi in basso, stranamente, dall'alto.  una specie di miracolo vedere i tetti delle case e dei granai mentre ci voli sopra.
Invariabilmente, il pilota di un piccolo apparecchio punta verso casa, per sorvolare la sua propriet. Mio padre non mancava mai di farlo, una deviazione di pochi minuti, visto che la nostra fattoria si trovava a non pi di tre miglia dal campo di aviazione. Cosa c' di pi bello che sfiorare le case di amici e parenti?
Quella spensieratezza parla della giovane et di mio padre e di un'epoca anch'essa giovane. Sfiorare le case e le propriet volando a bassa quota era considerato uno scherzo simpatico, non una pericolosa seccatura come saremmo portati a giudicarla oggi.
Con il suo Piper Cub mio padre di solito ci portava a Lockport, dove potevamo vedere l'Erie Barge Canal allungarsi sotto di noi; spesso ci portava anche verso le cascate del Niagara, e il fiume Niagara; non ci perdevamo mai il Tonawanda Creek, che costeggiava la nostra fattoria scorrendo parallelo a Transit Road e che sarebbe rimasto nei miei sogni per sempre. Trovavo tutti quei corsi d'acqua affascinanti come la vista dall'aereo scosso dal vento. La sicurezza  un piccolo prezzo da pagare per godere di questa vista! potrebbe aver detto mio padre.
Sospesi nell'aria... portati dall'aria! Per mio padre e i suoi amici piloti non c'era niente di meglio.
Il ritorno alla base: quel fremito nello stomaco mentre il Piper Cub vola in cerchio sopra la pista e comincia la discesa. (A volte, se non si trova nella posizione ideale, il pilota decide di non atterrare. E cos vieni riportato di nuovo su, di nuovo rapidamente in volo, il muso dell'aeroplano che punta verso il cielo, cos che per un inquietante momento si vede soltanto quello.) Poi, una virata per tornare gi e riprovarci, con il muso dell'aereo che si abbassa obbedendo a un movimento della cloche.
La manovra pi pericolosa  l'atterraggio. Un errore in questa fase pu risultare fatale...
Un rassicurante sobbalzo quando le ruote del carrello toccano la pista e nel giro di un istante l'apparecchio  a terra, e procede a scosse e rimbalzi.
Si ritornava all'hangar in una specie di trionfo. E mia madre ci correva incontro per accoglierci con un forte abbraccio e un piccolo singhiozzo di sollievo che sembrava dire Grazie a Dio! Siete tornati da me sani e salvi.
Negli anni successivi mio padre mi port in volo su alcuni degli aeroplani pi grandi e pi minacciosi del Lee's Airfield. Esisteva almeno una foto di me e pap nella cabina del Fairchild PT-19 con il tettuccio aperto: casco e occhiali, sorridiamo e salutiamo con la mano rivolti alla macchina fotografica presumibilmente azionata da mia madre... ma questa preziosa istantanea (che non ho smesso di cercare) sembra perduta. Mi imbarazza ricordare che nel giro di un paio d'anni dal primo volo sul Piper Cub ero talmente abituata a volare con mio padre, e cos totalmente fiduciosa, che osavo persino portarmi un blocco dove scarabocchiavo le mie storie in cielo...
(Che cosa scarabocchiavo in continuazione? Mia madre conservava una selezione di blocchi pieni di polli e gatti in posizione verticale come figure umane: so di averli visti, ma, anche perch mi sembravano ridicoli, me ne rimane un ricordo molto vago. Nella mia vita di scrittrice sembra esserci stata una transizione diretta dall'attivit di pre-alfabetizzazione, in cui disegnavo con vigore sui blocchi di carta con i pastelli Crayola, alle mie prime storie infantili, una volta che imparai a scrivere come scrivono gli adulti, e da l un'altra transizione senza soluzione di continuit ai miei primi racconti dattiloscritti quando avevo quattordici anni.9
Bench mio padre non si fosse mai potuto permettere un aeroplano suo, rimase un pilota entusiasta per vari decenni; alla fine totalizz pi di duecento ore di volo. In effetti Fred Oates era famoso a Millersport e dintorni per il suo amore per gli aeroplani. Fu con riluttanza che poco prima dei settant'anni, quando cominci a vederci meno, smise di volare.
(A met degli anni Settanta una troupe cinematografica tedesca venuta a Millersport per preparare un documentario sulla mia carriera di scrittrice intervist i miei genitori, e il regista organizz le cose in modo che mio padre potesse portare lui e l'operatore a sorvolare i luoghi della mia infanzia su un monomotore Cessna da 182 cavalli. Com'erano coraggiosi quei tedeschi! O magari non si rendevano conto di com'erano coraggiosi ad affidare le loro vite a uno sconosciuto, Fred Oates, che poteva vantare soltanto il brevetto rilasciato da un campo d'aviazione della zona rurale nel Nord dello stato di New York? E quanto fu strano per me vedere il filmato con mio padre seduto ai comandi mentre sorvolava ancora una volta quel paesaggio familiare!)
Pap aveva detto spesso che per un pilota non c' niente sulla terra paragonabile a quello che prova nella cabina, con la sua strumentazione, lass.
Pi avanti negli anni, lui e mia madre vennero spesso a trovare me e mio marito, Raymond Smith, a Princeton. Venivano sempre in aereo, a volte con un piccolo apparecchio che li portava al piccolo aeroporto a una decina di miglia da casa nostra.
Per quanto prendere l'aereo non sia affatto come volare - insisteva a dire mio padre - lui trovava lo stesso quei viaggi esaltanti. Non mancava mai di commentare le prestazioni del pilota e, se ne aveva l'opportunit, si congratulava con lui per il suo buon atterraggio.
Certe volte, quando viaggio in aereo da sola e dal finestrino vedo un mare di nuvole, oppure la terra, o l'acqua che scintilla in lontananza, provo una fitta improvvisa, un senso di nostalgia... per cosa di preciso non so.
Per il Lee's Airfield, forse. Per i lucenti piccoli Piper Cub e i ragazzi che aiutavano a metterli in moto. Per il mio amato pap, un padre giovane con i capelli scuri a ciuffi scomposti e l'attaccatura a punta sulla fronte, che ride mentre mi allaccia il casco sotto il mento perch devo essere ben buffa nella mia tenuta di volo, da piccola. E per la mia amata madre, che non osava respirare fino a quando il luccicante aeroplanino giallo non tornava sulla pista con un atterraggio riuscito.
L'aura romantica dei piccoli aeroplani. Pap pilota.
Eppure mi basta chiudere gli occhi per vedere i campi sobbalzare dai finestrini del Piper Cub e sentirci ancora sollevati in volo, sballottati dal vento, mentre coraggiosamente continuiamo a salire...

Dopo Black Rock.
Tutte le famiglie nascondono segreti? Tutte le famiglie tramano segreti o addirittura li coltivano? La famiglia  l'unit sociale che sembra dipendere in maniera cruciale da una separazione netta fra chi detiene il potere e chi  subordinato; chi esercita il potere deve necessariamente sapere pi dei suoi subordinati, e in alcuni casi sembra che a impedire la condivisione della conoscenza sia una specie di tab.  stato prima che tu nascessi  una affermazione neutra e insieme un modo di chiuderti in faccia una porta che tu vorresti aprire a tuo rischio e pericolo.
Naturalmente, in qualche modo misterioso, i bambini sanno sempre quello che viene loro taciuto. Non le parole esatte della canzone, ma la sua melodia, e la tonalit. Lo scrittore potrebbe essere una persona che durante l'infanzia impara a cercare e a decifrare indizi; qualcuno che ascolta attentamente quanto viene detto, nello sforzo di captare ci che viene taciuto; qualcuno che diventa sensibile alle sfumature, alle allusioni e alle espressioni fuggevoli di un volto.
E ci sono i repentini silenzi fra adulti, quando un bambino si avvicina troppo.
Nella sua prefazione a Quel che sapeva Maisie, Henry James indaga sulla stretta connessione fra beatitudine e malvagit, l'ironia di una lega cos strana che per qualcuno  buona e giusta mentre per un altro  errore e dolore. In nessun'altra condizione tale paradosso  pi vero di quando si verifica una morte prematura e violenta, per esempio l'uccisione del padre di mia madre, che rappresent anche la fine e l'irrevocabile dissoluzione di una famiglia.
Questo accadeva molto prima che io nascessi, nel 1917, nella comunit ungherese di Black Rock, che ora fa parte di Buffalo. All'epoca, il padre di mia madre, immigrato dalla campagna intorno a Budapest, aveva una quarantina d'anni e lavorava in una fabbrica di Buffalo. Una notte venne ucciso in una taverna di Black Rock da un altro immigrato ungherese, picchiato a morte con un attizzatoio, secondo la versione ufficiale.
Al di l di questi pochi fatti crudi non sembra si sappia altro. L'assassino deve essere stato identificato, forse persino arrestato e condannato, ed  probabile che l'omicidio sia stato considerato un gesto di legittima difesa e forse era la verit. L'unica cosa che ho saputo sul conto del padre di mia madre  che, come altri maschi ungheresi della famiglia, lo si sarebbe potuto definire un tipo irascibile, se non rissoso, e che era un forte bevitore. La parola contadino  una parola negata, disonorevole agli orecchi dei contemporanei, eppure contadini ungheresi probabilmente  la descrizione pi oggettiva dei familiari di mia madre, immigrati nella zona occidentale dello stato di New York agli inizi del Novecento. Per gli standard contemporanei questi immigrati erano persone disperatamente povere, membri della classe di cui Upton Sinclair ha scritto in modo tanto convincente in La giungla (1906), ambientato nei macelli di Chicago.
La morte improvvisa del padre di mia madre lasci la famiglia in una situazione di grave indigenza. C'erano otto figli, i pi grandi dei quali lavoravano gi. (Ricordiamo che si era nel 1917, quando i figli degli immigrati anzich andare a scuola lavoravano nelle fabbriche, nei mulini e nei macelli per salari molto pi bassi degli adulti.) La mia nonna biologica, che non ho mai incontrato, e di cui non ho mai neppure visto una foto, in quel periodo diede via almeno uno dei figli, la pi piccola, mia madre, che aveva nove mesi.
La bambina venne affidata alla coppia che io avrei conosciuto come i nonni Bush: Lena e John. (Bush era il nome che i due immigrati avevano ricevuto a Ellis Island, un'approssimazione della pronuncia del loro cognome ungherese, Bus.) Un giorno mi sarebbe stato raccontato, o meglio lasciato intendere, nel modo casuale con cui in genere venivano comunicate informazioni genealogiche, che forse John Bush era un fratello del padre defunto di mia madre. Se questo era vero, la mamma era stata mandata a vivere da uno zio e da sua moglie, che sembra un destino meno triste dell'essere ceduta a dei perfetti estranei. A quei tempi non esistevano le adozioni, o quanto meno mancavano istituzioni governative che si occupassero della sorte dei bambini degli immigrati che, nelle comunit di devoti cattolici romani di Black Rock, erano molto numerosi. Mia madre venne accolta da una coppia che non solo desiderava una figlia, ma aveva bisogno di due braccia in pi per la fattoria; appena ebbe raggiunto l'et minima le furono affidate delle incombenze; per qualche anno frequent una scuola costituita da una sola aula a un miglio dalla piccola fattoria di Millersport, sull'altra riva del Tonawanda Creek nella Niagara County... la stessa scuola con un'unica aula che anni dopo avrei frequentato io.
Mia madre studi per breve tempo in una scuola cattolica gestita da religiose a Swormville, a quattordici anni si diplom e smise di studiare. Otto anni di scuola erano considerati pi che sufficienti in quei giorni della nostra storia, soprattutto nelle comunit agricole, dove poter dire ho il diploma di scuola media era motivo di grande fierezza.
Quando mia madre, Carolina Bush, aveva diciotto o diciannove anni e faceva la cameriera part-time in un ristorante sulla Millersport Highway, conobbe Frederic Oates. Doveva essere il 1935 o il 1936. Fred Oates aveva tre anni pi di lei; era nato a Lockport, una cittadina a sette miglia a nord di Millersport, sull'Erie Canal. Come la prima infanzia di mia madre, anche la vita di mio padre era stata segnata dalla morte prematura e violenta di un familiare, nel suo caso del nonno materno, un ebreo tedesco che aveva tentato di uccidere a fucilate la moglie e la figlia quattordicenne (la mia futura nonna Blanche), e aveva finito per uccidere soltanto se stesso. Anche mio padre aveva dovuto abbandonare presto gli studi, per andare a lavorare in una fabbrica (la Harrison Radiator) a Lockport. Avrebbe lavorato alla Harrison per ben quarant'anni prima di andare in pensione, anche se nel frattempo era passato dalla catena di montaggio al reparto progettazione di attrezzi e matrici.
Poich questi segreti familiari rimanevano avvolti nel mistero, per il senso di umiliazione o vergogna delle persone interessate, io non ho mai saputo, n ho avuto la possibilit di verificare, se quei due (bellissimi) giovani si confidassero fra loro, o si compatissero a vicenda; il riserbo caratterizzava entrambi i rami della famiglia, insieme a un'ostinata reticenza; non erano persone a cui venisse facile aprirsi, men che meno raccontare tutto di s. Il bisogno di mettersi a nudo per cui  famosa la nostra epoca sarebbe risultato stupefacente a persone come loro, difficilmente credibile, e in nessun modo desiderabile. Tra i miei familiari sembrava regnare la paura che una parola imprudente non potesse essere poi ritirata; parlare senza riflettere portava a dire cose avventate di cui ci si sarebbe pentiti. In molti dei miei romanzi c' un simulacro del confessionale, ma interpretarlo in senso letterale sarebbe fuorviante. La via dello scrittore non  la trascrizione letterale, bens la trascrizione delle emozioni.
Io e mio fratello Fred Jr siamo cresciuti ignorando tutto delle origini della nostra famiglia. Non sapevamo che nostra madre era stata data via da sua madre, dopo che il padre era stato assassinato, non sapevamo che la mamma di nostro padre era stata quasi uccisa da un padre furibondo. Non sapevamo che lei, Blanche Morgenstern, fosse ebrea. (Nella parte occidentale dello stato di New York allora non sapevamo neppure che cosa significasse ebreo.) Saremmo diventati adulti prima di conoscere anche solo i contorni di quegli antichi e ignominiosi segreti che avevano alterato la traiettoria di vite (impoverite) e al tempo stesso avevano reso possibile la nostra nascita, rispettivamente nel 1938 e nel 1943.
Era affascinante, suppongo. Vivere fra adulti che probabilmente parlavano spesso fra loro in una specie di codice. (I genitori adottivi di mia madre, nella cui casa vivevamo tutti insieme, avranno certamente parlato della sua madre biologica e dei fratelli, che abitavano a meno di dieci miglia da noi; c'erano zii e zie Bush, e cugini, che a un certo punto comparvero e che conobbi piano piano, durante l'adolescenza.) Ai bambini era precluso l'accesso alla maggior parte della vita adulta; non soltanto a quel tipo di segreti di famiglia, ma anche quando si trattava di guai economici, problemi di salute, difficolt di lavoro. Intorno alla casa di famiglia ben illuminata aleggia a volte la torbida penombra popolata di adulti che non ti sono particolarmente affezionati, e non sono tenuti ad augurarti ogni bene.  possibile che lo scrittore/artista sia stimolato dai misteri dell'infanzia, oppure che siano i misteri dell'infanzia a stimolare lo scrittore/artista. A volte, mentre scrivo, quando sono pi assorta e catturata dalla scrittura, fino a diventare ansiosa, mi ritrovo a immaginare che quanto sto inventando sia in qualche modo reale; se riesco a risolvere il mistero del romanzo, avr risolto un mistero della mia vita. Il fatto che il mistero non sia mai risolto fino in fondo sembrerebbe essere la ragione dei continui sforzi dello scrittore per riuscirci: ogni storia, ogni poesia, ogni romanzo  una reiterata richiesta di penetrare quel mistero, instancabilmente rinnovata.
Lo scrittore  un decifratore di indizi, se per indizi si intende una narrazione sotterranea incerta e discontinua.
Ero gi pi che adulta e abitavo lontano da Millersport quando venne alla luce il segreto della famiglia Bush, e fu comunque una piccola luce tremula, una cosa della quale nessuno voleva parlare senza distogliere lo sguardo, con aria imbarazzata e colpevole, e la voglia di cambiare argomento al pi presto. Crescendo nella loro casa, in quella fattoria di Millersport, forse mio fratello e io avevamo intuito vagamente che John e Lena Bush non erano i veri genitori di nostra madre, ma altro non potevamo sapere, e la reticenza familiare, che  una sorta di dignit, ci impediva di chiedere, proprio come i nostri coetanei non avrebbero sfrontatamente chiesto ai loro padri quanto guadagnavano e alle loro madri se avevano davvero desiderato dei figli.
Ed ecco la sorpresa: il racconto di mia madre del trauma della sua prima infanzia non riguardava l'uccisione del padre - che non aveva conosciuto, essendo una neonata, all'epoca - ma il fatto mortificante di essere stata data via. Alla fine degli anni Novanta, per un servizio speciale di O, The Oprah Magazine, fu chiesto ad alcune scrittrici di intervistare le loro madri, e cos appresi alcuni aspetti di quell'antica e triste storia che a distanza di tanti anni ancora turbava la mamma. Sembrava sapere soltanto questo: suo padre era stato assassinato e sua madre l'aveva data via. Ripet pi volte: Mia madre non mi ha voluta. Io piangevo, piangevo.... Ne fui sconvolta... aveva ottant'anni, dopotutto! Ma quel trauma che risaliva al 1917 per lei era recente e vivo come se tutti quegli anni non fossero passati.
Fra tutti i membri della nostra famiglia, paterna e materna, Carolina Oates aveva la reputazione di essere la pi generosa, buona, affettuosa e solare. Non volevo pensare che in fondo al cuore pensasse a se stessa come a una bambina non voluta dalla madre.
I crimini riecheggiano per anni, e attraverso molte esistenze.  raro che un omicidio distrugga la vita di una sola persona. Ed  paradossale accettare l'idea che se un immigrato ungherese non fosse stato ammazzato nel 1917 oggi io non esisterei; quanti di noi, molti pi di quanti siano disposti a parlare di faccende cos sordide, devono la propria nascita alla morte prematura di persone che non hanno mai conosciuto ma alle quali sono legati da quel misterioso destino condiviso che si chiama sangue?
Ecco l'ironico equilibrio di cui scriveva Henry James: la tragedia che per mia madre fu sempre fonte di grande pena e vergogna, per me, sua figlia, rappresent la genesi stessa dell'esistenza.

Gite domenicali.
C'era una volta la gita domenicale.
Nelle meravigliose automobili di pap!
(Davvero meravigliose, o eravamo mio fratello e io a immaginarle cos? Ovviamente erano tutte auto americane e tutte prodotte dalla General Motors, perch mio padre lavorava alla Harrison Radiator di Lockport, fornitrice di componenti per la GM. Bench tecnicamente non fossero automobili nuove, ma usate, ai nostri occhi erano sempre nuove e spettacolari.)
Dove andiamo? chiedevo.
E l'enigmatica risposta era: Aspetta e vedrai.
La macchina era il nostro principale strumento per avventure, esplorazioni e divertimento; le lunghe gite domenicali, circolari, apparentemente non programmate, con al volante mio padre o mia madre, furono il mezzo fondamentale per sentirci una famiglia.
Naturalmente noi non lo sapevamo. All'epoca non saremmo neanche riusciti a formulare un simile concetto.
Se i viaggi in auto nei giorni feriali avevano sempre un obiettivo, le gite domenicali non avevano un itinerario o una meta prefissati. Se alla guida c'era pap non era improbabile percorrere Transit Road verso sud in direzione del Lee's Airfield, solo per vedere chi c'era; se guidava la mamma non era impossibile che prendessimo verso ovest o verso est lungo la stretta strada piena di curve che costeggiava il Tonawanda Creek, dove lei conosceva gli abitanti di ogni casa. La nostra macchina era come una barchetta, o forse un piccolo aeroplano, sospinto, come i perpetui cumuli nel cielo sopra i Grandi Laghi, in una qualsiasi di queste direzioni, per puro caso; le gite erano come sogni a occhi aperti familiari, sogni che quasi per magia ci trasportavano nella realt e si trasformavano in paesaggi. Inconsapevolmente eravamo incantati dai misteri di un paesaggio (conosciuto) e del posto che vi occupavamo.
Lo scrittore  una persona che capisce quanto sia profondamente misterioso ci che  familiare. Quanto stranamente opaco ci che abbiamo visto mille volte. E quanto inconsolabile  la perdita, nel momento in cui ci che diamo per scontato ci viene portato via.
Era un paesaggio bellissimo e stregato, potremmo dire. Millersport Rapids Swormville Getzville East Amherst Clarence Rapids Pendleton Wolcottsburg Lockport Middleport Wrights Corners Gasport Ransomville Royalton Medina Wilson Newfane Olcott, una poesia stranamente consolatoria, quella formata dai nomi dei luoghi delle nostre gite domenicali. Campagna aperta e incolta, distese di folti boschi di alberi decidui, terreni recintati da filo spinato dove pascolavano vacche da latte, manzi, pecore e cavalli; campi di mais, grano, patate e soia; frutteti per molte miglia: meli, peri, ciliegi, peschi; fattorie che assomigliavano a quella dei miei nonni, grandi fienili, stalle, granai per il mais e silos. I ponti di ferro battuto a una sola campata sul fiume Tonawanda o sul canale Erie Barge le cui assi sbatacchiavano quando li attraversavamo, ponti pi piccoli su corsi d'acqua pi stretti, dove poteva passare soltanto un veicolo alla volta. (Il terrore sui ponti pi grandi era l'eventualit che un veicolo largo - un camion o un trattore - arrivasse nello stesso momento, nell'altro senso; il conducente dell'automobile poteva trovarsi costretto a fare retromarcia, lentamente, a fatica, per lasciarlo passare. La paura sul ponte pi piccolo era che un altro veicolo spuntasse all'improvviso da una curva cieca e ci venisse addosso.) Strade coperte di bitume appiccicoso come liquirizia durante la calda estate, stretti sterrati scavati dai solchi, come strisce di nastri sfilacciati serpeggianti fra i campi arati; strade ipnotiche non asfaltate che attraversavano la densa campagna trasformandosi in miseri viottoli lungo le coltivazioni, viottoli accidentati e presto o tardi impercorribili, perch terminavano in quelli che i miei genitori chiamavano vicoli ciechi. Da bambini impariamo il timore reverenziale del mondo guardando con impazienza dal finestrino di un veicolo in movimento.
Se la gita domenicale cominciava sul lato della Erie County del Tonawanda Creek, in direzione di Pendleton, a poche miglia, potevamo attraversare il ponte di ferro battuto ed entrare nella Niagara County; se la gita doveva essere piuttosto breve prendevamo a destra, cio verso ovest, su Tonawanda Creek Road, dopo poche miglia tornavamo su Transit Road e attraversavamo il ponte di Millersport, arrivando a casa nostra, che era la prima sulla destra, dietro un piccolo distributore di benzina Esso (gestito da Frank e Johnny Bush, fratelli di mia madre). Oppure continuavamo per alcune miglia lungo il fiume fino a Rapids, nella direzione opposta, l attraversavamo il ponte e tornavamo su Transit Road per una strada pi lunga che seguiva i meandri del Tonawanda Creek, passando davanti alla scuola con una sola aula che avevo frequentato per cinque anni, e che mia madre aveva frequentato vent'anni prima e quindi per noi era la nostra casa. (Tonawanda Creek Road  un nome che confonde, perch in realt c'erano ben quattro strade che si chiamavano cos, ma che si sarebbero dovute chiamare pi precisamente: Tonawanda Creek Road North-East, Tonawanda Creek Road North-West, Tonawanda Creek Road South-East e Tonawanda Creek Road South-West. Erano strade di campagna, asfaltate in maniera approssimativa, tagliate in due dalla pi ampia Transit Road in direzione nord-sud.)
Quando guidava pap, la mamma sedeva accanto a lui. Ma se capitava che al volante ci fosse lei, questo voleva dire che lui non sarebbe venuto in gita con noi, perch mai e poi mai avrebbe accettato di salire a bordo di un veicolo come passeggero.
(In questo Fred Oates rappresentava un esempio perfetto del maschio americano della sua epoca. Non c'entrava l'uguaglianza fra i sessi, il problema non era che mia madre fosse una donna: il problema era chi aveva il comando su un mezzo di trasporto, e doveva averlo l'uomo di casa, che aveva comprato l'auto.)
Le gite familiari con la mamma, meno avventurose, erano ugualmente affascinanti per me e mio fratello Robin (Fred Jr, nato il giorno di Natale del 1943), perch lei conosceva gli abitanti di quasi tutte le case lungo il Tonawanda Creek, se non di persona almeno di fama, o per i pettegolezzi che circolavano sul loro conto; il mio interesse per le persone, come per le case e gli ambienti, sicuramente nacque durante quelle gite e grazie ai commenti di mia madre, spesso sorprendenti ed ellittici. Sei anni trascorsi nella stessa aula insieme a bambini di otto classi diverse, fra cui spesso turbolenti ragazzi grandi, avevano permesso a quelli della sua generazione di conoscersi intimamente, anche se non sempre con il risultato di creare relazioni amichevoli. A volte passando davanti a una certa casa tutto ci che riuscivamo a ottenere era una frase secca. (S. So chi abita qui.)
Questa  l'epoca immortalata da Edward Hopper, con le case rivestite di assicelle, e le persone sedute in veranda a osservare altre persone che passano a bordo di vari veicoli e a loro volta le osservano. Le strade serpeggianti che costeggiano i corsi d'acqua erano perfette per questo, dato che probabilmente si procedeva a bassa velocit; a volte mia madre rimaneva bloccata dietro un trattore o un carro di fieno trainato da un cavallo.
Un giorno in cui mio padre non c'era, lungo la strada in direzione di Rapids, mentre guidava mia madre a un tratto disse: In quella casa  successa una cosa tremenda.
Rallent. Non sembrava esserci nessuno, l, che ci osservasse.
(Era un'abitazione dall'aspetto normale? Non una fattoria, ma una specie di catapecchia, una costruzione con il tetto in carta catramata, arretrata rispetto alla strada, in fondo a un sentiero quasi impraticabile. Davanti, alberi inselvatichiti. Sull'erba stentata, carcasse di automobili. A tanti anni di distanza, il nome della famiglia  ancora vivido nella mia memoria: Reichling, o qualcosa di simile.)
L era stato ucciso un uomo, disse nostra madre. Il padre di una sua compagna di scuola.
All'inizio si era creduto che l'uomo fosse scomparso e la moglie sosteneva di non sapere dove fosse. Ma poi venne trovato il suo cadavere nel fiume, dietro la casa; era stato infilato in un barile con il coperchio inchiodato, e fatto rotolare nel fiume, per era affondato solo in parte, incagliandosi in un punto vicino all'argine dove l'acqua era profonda appena un metro e mezzo.
Lo avevano ucciso la moglie e il suo amico. Accoltellato. Una cosa terribile.
Perch l'hanno ucciso? volevo sapere io. Erano stati arrestati, messi in prigione, chi aveva scoperto il corpo nel barile?... molte domande mi salivano alle labbra, domande alle quali mia madre rispondeva in tono vago, non so se perch mi riteneva troppo curiosa o perch non sapeva cosa dirmi. Era gi molto che ci avesse colti di sorpresa dicendo  stata una cosa terribile.
(Devo ammettere di ricordare ben poco di me bambina. Solo che ero un occhio, un orecchio, un centro di consapevolezza infaticabile e curioso. Per esempio, ricordo l'accenno di mia madre, fastidiosamente breve, all'omicidio di Tonawanda Creek Road in direzione di Rapids, a poche miglia da casa nostra, ma non riesco a inserire questo ricordo in una sequenza della gita, di quella giornata, di quella settimana e nemmeno di quell'anno; la nostra memoria sembra non possedere la facolt di una continuit cronologica. Ecco perch un'arte episodica, impressionista,  pi adatta a replicare le tortuosit dei ricordi, e non il loro ordine cronologico. Quel che rimane impresso  il caso o l'evento isolato, che ha colpito e non si  ripetuto, racchiuso nell'ambra, e di rado seguito dal ritorno a casa, dalla cena, dalle osservazioni scambiate, dall'indomani mattina; non la routine, bens ci che se ne distacca.
Il che spiega perch l'impresa di scrivere un memoir sia cos costellata di pericoli, e perch anche i momenti in cui lo sforzo viene ripagato abbiano una sfumatura di malinconia. Il fatto  questo: Abbiamo dimenticato quasi tutta la nostra vita. Tutti i nostri paesaggi si perdono ben presto nel tempo.)
Quando era mio padre a portarci in auto la domenica, era molto probabile che ci portasse parecchio pi lontano, perch guidava pi veloce, su Transit Road, che percorreva fin troppo spesso e dove era propenso a superare il limite di velocit e a sorpassare le automobili pi lente con una certa irritazione. La mia idea della mente maschile, basata soltanto e certo in modo errato su mio padre,  che il maschio sia pi incline della femmina all'impazienza.
Mentre la mamma ci portava lungo strade di campagna che non si allontanavano mai troppo dal Tonawanda Creek, che era stato un luogo fondamentale nella sua infanzia come lo era nella mia, e rappresentava un punto di riferimento per entrambe, pap era pochissimo interessato al paesaggio della Erie County, se si escludono le sue capatine al Lee's Airfield. Il paesaggio dell'infanzia di Fred Oates era la Niagara County: era nato a Lockport, nella zona meno agiata della cittadina che la gente chiamava Lowertown, e l aveva sempre vissuto fino a quando aveva sposato mia madre ed era venuto a vivere con lei a Millersport. (C'era stata una fase precedente di vita domestica a Lockport di cui non sapevo nulla, e che mi  sempre sembrata romantica, forse perch  durata poco. Soltanto una manciata di fotografie mi ha permesso di vedere i miei genitori da giovani, con una neonata fra le braccia, sullo sfondo di una distesa di neve dietro un appartamento in affitto di Lowertown, vicino al canale. Dove abitavamo prima di Millersport, era la concisa descrizione. Prima che venissimo a vivere con i tuoi nonni.)
Pu darsi che le gite di pap fossero lo specchio della sua inquietudine. La stessa inquietudine che lo spingeva a pilotare aeroplani, e persino, un'estate, a provare a volare con un aliante del Lee's Airfield. (Gli alianti sono molto pi pericolosi dei piccoli aerei e pap deve aver avuto qualche brutta esperienza in merito, di cui io e mio fratello non fummo mai informati.) Bench pap non passasse lentamente davanti alle case dicendoci i nomi degli abitanti e accennando ai misteri che vi si nascondevano, le sue escursioni nella Niagara County erano pi interessanti di quelle della mamma nella Erie County, visto che ci conducevano pi lontano e si respirava quella specie di energia euforica che mio padre metteva in quasi ogni cosa.
Gli piaceva seguire l'Erie Barge Canal verso ovest, in direzione del bellissimo e impetuoso fiume Niagara, oppure verso est, nella collinare Orleans County, in direzione di Brockport e Rochester; gli piaceva andare fino a un piccolo campo d'aviazione a Newfane, dove aveva degli amici, gli piaceva fare un salto al Big Tree Inn dalle parti di Newfane, o alla taverna di Olcott Beach sul lago Ontario; c'era l'eccitazione del luna park alla Niagara County Fair, e l'eccitazione dei picnic dei pompieri volontari in tutta la contea, dove venivano serviti cibi e bevande, soprattutto birra. Le gite di pap non erano senza meta come quelle della mamma, ma avevano lo scopo di portarlo in luoghi dove al suo arrivo le voci si alzavano felici: Fred! Ehi,  arrivato Fred Oates!.
In quei posti c'erano i jukebox. Specchi offuscati dietro il banco del bar dove uomini che assomigliavano a mio padre si voltavano per dargli il benvenuto. Dappertutto odore di birra e fumo di sigaretta. Portacenere di plastica pieni di cenere e mozziconi. Ciotoline in cui rimanevano briciole unte di patatine fritte. Se quei luoghi si trovavano sul grande lago battuto dal vento, c'era una spiaggia di sabbia coperta di frammenti di conchiglie. C'erano le aree per il picnic con i tavoli e le panche. D'estate odore di sabbia bagnata, costumi da bagno e asciugamani bagnati. Carbonella, hamburger sulla griglia, i tutoli delle pannocchie coperti di mosche. Bottiglie vuote di Coca-Cola e birra gettate via. Musica dalle autoradio.
Se era estate, vicino al lago Ontario non erano rari fulmini e temporali. Si partiva da Millersport in una giornata di sole con il cielo azzurro e ci si ritrovava sotto una pioggia battente e un cielo nero come la pece, in un clima autunnale. Anche quando ci sarebbe stato tutto il tempo di tornare indietro, pap tendeva a ignorare le nostre preghiere e proseguiva. Oppure, se eravamo gi arrivati al lago, e il cielo diventava scuro e minaccioso, era probabile che pap decidesse di ripartire solo all'ultimo momento.
Ecco i primi bagliori silenziosi dei lampi estivi. Poi il lampo vero e proprio, il tuono. Un tuono assordante come il frastuono dei piatti nell'orchestra. Eravamo costretti ad aspettare che il temporale passasse rifugiandoci sotto la sporgenza del tetto di sconosciuti, o sotto un grande albero agitato dal vento.
Al Big Tree Inn, su un promontorio sopra il lago, c'era effettivamente un albero enorme, probabilmente un olmo. La particolarit del grande albero consisteva nel fatto che fosse stato colpito pi volte da un fulmine. Mia madre aveva paura dei fulmini, perch sua sorella maggiore Elsie (zia Elsie, che viveva a Lockport) era rimasta ferita quando uno aveva colpito una porta: lei era l davanti, e il volto, la gola e un braccio erano stati bersagliati dalle schegge di legno che si erano staccate dagli stipiti disintegrati. Tuttavia non poteva far valere le sue ragioni con pap il quale pensava che un temporale fosse un'occasione di allegria, non un motivo per rintanarsi in casa.
Mia madre non era una persona risoluta. Soprattutto non era risoluta con mio padre. Magari suggeriva di tornare a casa per evitare il temporale, ma non insisteva, e anche se avesse insistito lui l'avrebbe ignorata; se si fosse impuntata lui l'avrebbe osteggiata.
Un giorno, non al Big Tree Inn ma in un posto che si chiamava Koch's Paradise Grove, andando nel bagno delle donne vicino al bar, fra le scariche di musica spaccatimpani, voci frastornanti e risate, vidi una scena scioccante, che non ho mai dimenticato: mio padre stava parlando con un uomo pi o meno della sua et, uno sconosciuto che ero sicura di non aver mai visto, ed erano vicini, con i visi paonazzi e le voci rabbiose, e un pensiero spaventoso mi attravers la mente: Adesso si picchiano, si faranno del male, ma un istante dopo mio padre si volt e mi vide e l'espressione sulla sua faccia cambi, e quel momento pass.
Una bambina si spaventa moltissimo - in maniera viscerale ed emotiva - quando gli adulti alzano la voce. Anche quando lo fanno non perch sono arrabbiati, ma perch sono su di giri e allegri.
Devo aver ragionato: Hanno bevuto. Per pap non  ubriaco!
Non ignoravo il fatto che a volte gli uomini si ubriacassero. Ma era diversissimo dall'essere classificati come ubriaconi.
Simili momenti di stallo sembravano verificarsi molto spesso durante la mia infanzia e la mia adolescenza: la scena che si interrompe quando all'improvviso arriva la bambina. Se c'era in atto uno scambio di parole l'intrusione le tacitava, perci non sono loro a restare nel ricordo, ma il suono di una o pi voci alzate, irose o ilari, sostanzialmente indecifrabili.  un'esperienza tipicamente infantile quella di irrompere in una scena fra adulti e diventare testimone di qualcosa di inesplicabile bench (con tutta probabilit) si tratti di un episodio normale in vite che dopotutto non hanno niente di straordinario. Rimane il fatto che la bambina o l'adolescente trasformeranno quei frammenti sparsi e misteriosi in una narrazione coerente. Un episodio effimero e transitorio, senza dubbio subito dimenticato dagli adulti, oppure diventato insignificante col tempo, pu penetrare in profondit nell'anima della bambina-testimone, se con anima si intende qualcosa che non sia n effimero n transitorio ma in un certo senso permanente e ineludibile. E cos, a decenni di distanza rivedo ancora mio padre e lo sconosciuto senza nome, un uomo che gli assomigliava, tutti e due paonazzi e pronti a picchiarsi; ricordo come  morto il mio nonno materno, durante una rissa in una taverna di Black Rock nel 1917, molto tempo prima che io nascessi; ricordo un'osservazione casuale fatta da mio padre: Un uomo non pu tirarsi indietro, se bisogna battersi. Non pu e basta.
E ci furono altre occasioni come quella. Come le gite domenicali, impreviste, innumerevoli. Una bambina vede il padre a poca distanza, una figura fra tante, un uomo fra altri uomini; una bambina  sconcertata e incuriosita dal padre precisamente l dove il padre elude la figlia. Come se mio padre mi avesse detto: Non mi conoscerai mai, per ti  consentito volermi bene.
La madre  il noto, o almeno cos immaginano i bambini. (Questo non si sarebbe rivelato proprio vero, o quanto meno non vero al massimo grado; comunque mia madre non era emotivamente inaccessibile quanto lo era mio padre.) Ma il padre  il meno noto, la figura pi adatta a farci immaginare un mondo avventuroso.
Quante volte siamo tornati tardi dalla gita domenicale nella campagna oltre Lockport, nella Niagara County; un viaggio notturno per rientrare a Lockport e su per la lunga e ripida salita della collina morenica fino al grande ponte sull'Erie Canal dove Main Street e Transit Street si congiungevano; e anche lungo Transit Road (la NY Route 78) su per un'altra collina ripida verso la nostra casa a sette miglia fra i campi, dall'altra parte del Tonawanda Creek. Spesso io e mio fratello ci addormentavamo sul sedile posteriore. Spesso sembrava che piovesse. Sentivamo il movimento dei tergicristallo e i miei genitori, davanti, abbassavano la voce. Le luci delle auto che venivano dalla direzione opposta scivolavano sulla parte posteriore della nostra, sul soffitto, e se ne andavano...
Su una cartina della regione - ho esaminato una mappa dettagliata delle contee di Erie e Niagara soltanto nel 2014, mentre scrivevo questo memoir - lo spazio delle nostre gite domenicali era compresso come un luogo uscito da un libro di favole. Il lago Ontario, che ci sembrava cos romanticamente distante da casa, si trova a poco pi di venti miglia in direzione nord, le cascate del Niagara si trovano a venticinque miglia a ovest. Il paesaggio della mia infanzia, che sembrava sconfinato e pieno di misteri, in realt era contenuto nel raggio di una trentina di miglia.
Le gite domenicali! Credevi che sarebbero continuate per sempre, invece niente continua per sempre. Come la benzina a ventotto centesimi al gallone, sono sparite per non tornare mai pi.

Le insegne di Fred.
Pap! Posso provare?
E tuo padre ti porger uno dei pennelli pi piccoli, la punta folta e leggera gi intinta nella vernice rossa, e un pezzetto di compensato di scarto, e sul compensato proverai coscienziosamente a scrivere come scrive lui, con precisione e senza esitare, con abili movimenti del polso. Ma nella tua mano inesperta il pennello trema e le lettere escono malferme, esitanti. Le fiorettature rosso acceso della scrittura di pap, i riccioli sottili e i ritocchi del pennello non potrai mai imitarli, a nessuna et.
Questa sera dopo cena, in una stagione in cui c' ancora luce in cielo. Quando sei scesa dalla tua stanza al primo piano della fattoria e sei andata nel laboratorio nel vecchio fienile, non proprio un laboratorio ma un angolo del fienile che  stato trasformato in un garage a due posti con una saracinesca di metallo. Ovviamente non  riscaldato. Tuo padre sembra praticamente immune dal freddo (non porta il cappello nemmeno in inverno con i venti gelidi che fanno scendere la temperatura sotto lo zero, e spesso non porta nemmeno il cappotto) anche se a volte, mentre dipinge le sue insegne, si deve sfregare rapidamente le mani. Quando non lavora alla Harrison Radiator di Lockport, quaranta ore settimanali pi gli straordinari del sabato, Fred Oates  un pittore di insegne libero professionista il cui stile  ben riconoscibile nell'area Lockport/Getzville/East Amherst, soprattutto lungo il tratto di sette miglia della rurale Transit Road che va da Lockport a Millersport.
Ti affascina osservare tuo padre preparare le sue insegne. Alcune sono talmente grandi che devono essere appoggiate su una panca contro il muro, levigate superfici rettangolari su cui ha gi applicato due strati di lucida vernice bianca. Poi, con un lungo righello, tira le linee in mezzo alle quali scriver le sue lettere perfette:
GARLOCK'S FAMILY RESTAURANT
5 miglia
EIMER ICE
Consegne a domicilio
FULLENWEIDER DAIRY
KOHL'S FARM PRODUCE
2 miglia
CLOVERLEAF INN
Aveva cominciato a dipingere insegne per il Palace Theater di Lockport quando ancora proiettavano i film muti. In effetti aveva cominciato a lavorare facendo la maschera in quel cinema, e poi suonando un pianoforte Wurlitzer. (I film muti non erano davvero muti, all'inizio richiedevano un commento musicale dal vivo.) Come mai a soli quattordici anni Fred Oates era stato assunto con mansioni di tale responsabilit? Subito dopo aver cominciato a lavorare al Palace si era messo a dipingere cartelloni pubblicitari per imprese locali. Non ricordo come ho iniziato. Una cosa ha portato all'altra.
Le vite dei nostri genitori, nonni, antenati: Una cosa ha portato all'altra. Un abisso vertiginoso fra allora e oggi.
Dopo il cinema, Fred Oates and a lavorare nelle officine Harrison, a un paio di isolati dal Palace Theater su Main Street, a Lockport. E l avrebbe continuato a lavorare per quarant'anni, andando in pensione a sessantacinque, continuando a dipingere insegne nel tempo libero per arrotondare le entrate.
Difficile non sentirsi inadeguati rispetto a genitori simili, diventati adulti durante la Grande Depressione. La loro vita era fatta di lavoro. Di privazioni. La loro vita ha portato a te.
Mentre dipinge pap canticchia a bocca chiusa. Non si  mai lamentato delle circostanze della sua vita, forse perch non gli  mai venuto in mente che esistessero i presupposti per lamentarsene. Il lavoro ha occupato gran parte della sua esistenza, e questo, per i tempi e il luogo, non  insolito. Dipingere insegne  un lavoro ma al tempo stesso un piacere, come suonare l'organo in chiesa o, quando era ragazzo, suonare il pianoforte al Palace Theater. Avere del lavoro da fare non , come qualcuno potrebbe pensare, una sorta di condanna, al contrario, perch lavoro da fare vuole dire uno scopo, e implica il piacere di aver portato qualcosa a termine. In questo caso, qualcosa per cui Fred Oates verr pagato.
Quando pap impugna il pennello bisogna stare zitti, e stare fermi. Una bambina irrequieta non  benvenuta, qui nel laboratorio. Sei affascinata dalla sua totale concentrazione. Vedi che prova un grande piacere nel dare forma alle lettere leggermente curve, e assorbirai questo piacere della precisione, dell'iscrivere, che pu tradursi nel piacere di scrivere, perch dopotutto una scrittrice  qualcuno che mette una parola dietro l'altra, e le parole sono formate da lettere.
Nel laboratorio c' un forte odore di vernice e trementina. E odore di terra bagnata (il pavimento del fienile  in terra battuta). Sulla panca ci sono pennelli di diverse misure, tutti tenuti con molta cura. Perch pap non si pu permettere di usare i pennelli con disattenzione; sono costosi. Non c' niente di pi eccitante che prendere un pennello di peli di cammello dalle mani di tuo padre e intingerlo nella vernice per tracciare su un pezzetto di compensato la scritta: Joyce Carol Oates.
 un nome magico quello che pap e mamma ti hanno dato? Ti  sempre sembrato un dono della magnanimit del loro amore.
Posso provare? Non una volta, molte volte.
In tutti i tuoi ricordi infantili, entro un raggio di circa quindici miglia il paesaggio ha sempre contenuto le insegne di tuo padre. La mamma ce le indicava passando: Visto? Un nuovo cartellone di pap. A bordo di un'automobile con altre persone, qualcuno poteva dire: Avete visto? Quello  uno dei cartelloni di Fred. A un occhio imparziale non dicono niente di speciale. Si potrebbe addirittura non capire che non sono un prodotto industriale ma fatti a mano. Sono semplici insegne, distrazioni che interrompono il paesaggio rurale di Transit Road. Eppure, per te, la figlia dell'uomo che le ha dipinte, sono bellissime. C' qualcosa di audace e teatrale in un cartello dipinto a mano inchiodato a un albero. Sul lato di un granaio. Le insegne fatte da Fred Oates si riconoscono sempre: le curve delle S e delle O che quasi evocano figure umane. Il modo in cui pap mette il trattino alle sue T. Una volta gli hai chiesto: Perch sopra le i c' un puntino? e lui ha riflettuto un po' prima di rispondere a questa domanda infantile: Forse perch senza il puntino la i sembrerebbe troppo piccola, come se le mancasse qualcosa.
Le insegne pubblicitarie di Fred Oates rimasero in Transit Road ancora per molti anni dopo che lui aveva smesso di dipingerle. Poi, una dopo l'altra, vennero tolte, o sostituite, oppure sbiadirono nell'oblio del tempo e delle intemperie. E io non percorro Transit Road da anni per la paura e il terrore di quel che non vedr.

Se ne sono andati tutti.
Devo essere stata una bambina solitaria. So che ero riservata.
Eppure devo aver amato la mia solitudine. Fino all'et di dodici o tredici anni trascorrevo le mie ore pi felici vagabondando per campi desolati, per boschi, e lungo gli argini del fiume che passava vicino alla fattoria della mia famiglia.
Nessuno sapeva dove andassi. Nessuno avrebbe potuto immaginare quanto mi allontanassi. I miei genitori indagavano, e se indagavano, io che cosa dicevo? Ho camminato. Fino in fondo al sentiero. Lungo il fiume. Le nostre risposte sono vaghe e autoprotettive. Impariamo presto a oscurare la verit, anche quando non pu farci male.
Mio padre non chiedeva mai dove fossi andata, perch era quasi sempre fuori. Se mia madre indagava, io rispondevo in modo da deviare la sua curiosit. Ero una bambina loquace, che si esprimeva bene, e il linguaggio per me era sia un mezzo di comunicazione sia uno schermo dietro cui potevo nascondermi, non vista. Ovviamente, come tutte le bambine di quei tempi, dovevo dare una mano in casa: dar da mangiare alle galline, raccogliere le uova, persino tagliare il prato (con un tosaerba manuale, non uno scherzo con quell'erba dura e fibrosa), oltre alle faccende quotidiane come aiutare in cucina e lavare i piatti.
Comunque, sembrava che avessi sempre molto tempo per stare da sola. Non avrei saputo spiegare a un adulto che cosa mi spingeva a scendere il ripido pendio verso il fiume Tonawanda e a camminare per miglia lungo le sue rive rocciose; se prendevo a destra dovevo passare sotto il ponte, su una malridotta passerella di cemento appena sopra il pelo dell'acqua e certo non pi larga di trentacinque centimetri. Sopra di me travi arrugginite e nidi d'uccello rinsecchiti (forse rondini?); quando passava un veicolo l'intera struttura del ponte sferragliava con un'eco che ti faceva rizzare i capelli in testa. La parte inferiore, nascosta, del ponte si rifletteva nell'acqua increspata e rapida del fiume, come qualcosa che  proibito vedere e invece si vede. Dava un brivido di paura percorrere lentamente la passerella sotto il ponte, un'accelerazione del cuore. Era pericoloso? L, l'acqua non era profonda come altrove: gli operai dell'impresa che lo aveva costruito avevano lasciato pezzi di cemento e altre scorie. La superficie dell'acqua era spezzata in modo raccapricciante da sbarre e pali arrugginiti, a cui con il tempo si erano smussate le punte. Una volta arrivata all'altro capo del ponte seguivo un vecchio sentiero di pescatori quasi invisibile che proseguiva per alcune centinaia di metri prima di scomparire nel sottobosco.
Capitava spesso che sull'argine, vicino al ponte, ci fossero dei pescatori. Potevano essere due uomini, o uno solo; improbabile che risiedessero nella zona. Si vedevano le loro automobili parcheggiate sul ciglio erboso della strada. Il mio ricordo di quegli estranei  molto confuso - non riesco a immaginare di essermi avvicinata, per non ricordo nemmeno di essere tornata sui miei passi per evitarli.  possibile che di tanto in tanto uno dei pescatori solitari mi abbia rivolto la parola, per chiedermi come mi chiamavo e dove abitavo - non sarebbe sembrato strano e neppure preoccupante. Ma altro non ricordo.
Mia madre aveva pensato di mettermi in guardia? Joyce, non avvicinarti ai pescatori! Resta sul nostro lato del ponte.
Ricordare la scena di un uomo che pesca dall'argine del fiume equivale a provare un fremito di apprensione. L'arco aggraziato della lenza lanciata nell'acqua, il suono dell'esca e del piombino che cadono... erano momenti eccitanti, affascinanti, in un certo senso, venati di una specie di timore indefinito.
Nel secchio di plastica sulla riva i pesci ancora vivi, dei persici, si dibattevano intrappolati in pochi centimetri di acqua mista a sangue.
Il nostro lato del ponte era quello sicuro. Il lato opposto del ponte era l'altra parte.
Sul lato sicuro c'era un sentiero che costeggiava il fiume, analogo a quello sull'altra sponda, ma pi largo e meglio tracciato. Era un'area dove da piccola avevo giocato con alcuni bambini fra massi e rocce che scendevano nell'acqua per un bel tratto. Poco distante, c'era una diga di sassi improvvisata da un contadino dei dintorni che, se procedevamo con attenzione, ci portava sull'altra riva.
Da un qualsiasi sentiero che partiva dal fiume, perlopi serpeggiando sul fianco di una collina molto ripida, io mi arrampicavo ed esploravo prati e boschi, appezzamenti di terreno che sembravano non appartenere a nessuno. Nel raggio di un miglio dalla nostra casa di Transit Road c'era un altro agglomerato rurale, non coltivato e inselvatichito con case vuote, fienili, silos e granai per il mais abbandonati. C'erano trattori orribilmente arrugginiti, carcasse di auto con i finestrini rotti, senza ruote, carri per il fieno imputriditi, cataste di legna marcia. Una specie di discarica, sul confine di un pereto incolto. Non so perch i cartelli con scritto DIVIETO DI ACCESSO esercitassero una seduzione cos forte; ancora oggi sono complessi simboli che risvegliano in me una memoria atavica e mi fanno scorrere pi forte il sangue nelle vene. Ancora pi attraente, proprio perch pi minaccioso, era il cartello: PONTE INAGIBILE. Oppure, PERICOLO - VIETATO L'ACCESSO. Ovunque c'erano i cartelli VIETATA LA CACCIA VIETATO PESCARE VIETATO L'ACCESSO e molti erano crivellati di buchi fatti da pallettoni di fucili, perch anche gli adulti sdegnavano quei divieti.
Un ricordo antico, separato da ogni contesto e spiegazione, di me che prima cerco di camminare, poi di andare a quattro zampe sulle travi arrugginite dello scheletro di un antico ponte sul fiume, e assaporo la paura, la paura come l'acqua vorticosa e schiumeggiante sotto di me, cercando di non guardare in basso, dove spuntano rocce aguzze e massi. Teoricamente il posto perfetto per una caduta fatale, che avrebbe potuto lasciarmi menomata, storpia per il resto della vita, eppure una specie di logica ferrea mi imponeva di passare su quelle travi e, con ancora pi paura, di ripercorrerle per tornare. Non avrei saputo spiegare la necessit di compiere un simile atto di coraggio, come un rito sacro, senza testimoni.
In compagnia degli altri bambini mi sentivo spinta a comportarmi come la pi spericolata di tutti. Un giorno saltai dal tetto di una piccola baracca sigillata da assi atterrando da pi di quattro metri sulla dura terra arida. Che botta! Ricordo il colpo di mazza che riverber lungo le mie gambe, la spina dorsale, il collo, la testa. I miei compagni preferirono non imitarmi e io rimasi l, confusa ed euforica, e con un po' di mal di testa.
La stupidit dell'infanzia, che riverbera attraverso i decenni.
Rendersi conto di: Quanto sei stata vicino ad ammazzarti, e com'eri incosciente! Durante l'et adulta non abbiamo modo di misurare la nostra irrazionalit da giovani, possiamo solo sperare di averla superata.
Vicino alla nostra propriet, in fondo a un viottolo sterrato, su un pendio dell'argine del fiume, c'era un vecchio frantoio per il sidro chiuso. (Millersport prende il nome proprio da quel mill, i cui proprietari andarono in bancarotta durante la Depressione.) Mia madre lo ricorda in funzione, mentre io l'ho sempre visto abbandonato e con le assi di legno inchiodate a casaccio, per fretta o per disprezzo, assi messe a croce sulle finestre vuote tra le quali bambini e adolescenti potevano infilarsi facilmente. Il frantoio era il luogo pi proibito ed era tappezzato di cartelli di PERICOLO - VIETATO L'ACCESSO. Eppure quante volte, da sola o in compagnia di altri, passavo da una finestra della cantina sul retro nascosta dalle erbacce alte e dai detriti e strisciavo dentro quell'edificio fatiscente senza il minimo timore di tagliarmi con un vetro rotto o ferirmi con un chiodo sporgente. Che paese delle meraviglie era! L'odore stesso - di freddo e umido, di marcio anche nei giorni pi freschi - era inebriante. Nessun parco giochi avrebbe potuto essere pi affascinante della fabbrica di sidro dove macchinari fantastici (torchi? nastri trasportatori?) coperti di ruggine a vari stadi e in gradi diversi di decrepitezza mi facevano sentire piccola e insignificante come un gatto furtivo. Qui regnava un'immobilit nella quale nessun adulto metteva piede da anni.
Bench alla scala marcita mancassero dei gradini, salire al primo piano sembrava doveroso. E camminare, lentamente, con prudenza, sul pavimento instabile, per andare a vedere il fiume da una finestra in alto. Dietro il frantoio c'era un mucchio enorme di rifiuti organici, quasi una valanga di mele marce. In quel cumulo dall'odore intenso e penetrante i pescatori venivano a cercare i vermi per le loro esche. Dalla finestra in alto a volte li osservavo non vista, aspettando al sicuro fin quando se ne andavano.
O forse mi ero nascosta. I ricordi si confondono come caratteri di stampa bagnati.
Per quello che mi attirava pi di tutto erano le case abbandonate. Una camminata di alcune miglia nell'aria umida e afosa attraverso campi di erba pungente e rovi, o terreni di rocce argillose conficcate ad angolo come scale ripide, era uno spasso se la ricompensa era una casa vuota.
Alcune di queste case vuote erano state abitate fino a tempi recenti, non erano ancora desolate. Altre, abbandonate durante gli anni Trenta, erano collassate su se stesse da tempo, divorate dai convolvoli e dai rampicanti con i grandi fiori a trombetta.
Spalancare una porta su un simile silenzio: il vuoto di una casa i cui padroni sono defunti.
Muri e soffitto bruciati. Odore di fumo bagnato. Una parte della casa era stata sventrata dal fuoco, ma stranamente parecchie stanze al pianoterra erano rimaste quasi intatte.
Vetri rotti sotto i piedi. Ronzio di mosche, calabroni. Rapido luccichio di una biscia che silenziosa scivola sul pavimento di legno. Fa male vedere ci che rimane di una famiglia che non c' pi. Un giocattolo rotto per terra, un biberon che ha il colore del muco. Il divano zuppo di pioggia con i cuscini squarciati come da un coltello da caccia. Strisce di carta da parati come fettine di pelle strappata. Vasellame rotto, un mucchio di maleodoranti scatolette in un angolo, lattine di birra, bottiglie di whiskey. Mozziconi di sigarette ovunque. Il piano smaltato di un tavolo da cucina tutto graffiato. La ghiacciaia con lo sportello spalancato. Al lavandino una pompa manuale. (Niente acqua corrente, qui!) Sul bancone della cucina uno straccio irrigidito dalla sporcizia che, spiegato come un tessuto prezioso, si rivela essere una camicetta semitrasparente, sexy e dozzinale.
Ero troppo giovane per pensare La casa  il corpo della madre. Ne vieni espulso e ti  proibito rientrare.
A quanto pareva mi stavo preparando ad affrontare l'osservazione altrui. Un retaggio della prima infanzia, quando crediamo che gli adulti riescano sempre a leggerci dentro e a sentire i nostri pensieri. In una casa vuota un volto pu apparire da una finestra in alto, fugacemente. La mano di una donna che si alza per salutare o mettere in guardia. Ciao! Entra! Stai lontana! Scappa! Chi sei? Spesso, in una casa vuota, coglievi con la coda dell'occhio il riflesso di un movimento: la figura di qualcuno che attraversava una soglia. Si sapeva che lui le aveva fatto molto male. Anche ai bambini. Perch erano una sua propriet e aveva il diritto di farlo.
Lo sapevamo e non lo sapevamo, perch nessuno ce lo aveva detto apertamente.
Nei luoghi abbandonati come quello, il cielo aveva la tonalit e la lucentezza dello stagno. Come se vi si riflettesse la malinconica povert rurale dei tetti di lamiera.
Nessuno me lo aveva raccontato, eppure lo sapevo: era un posto pericoloso per una donna, se non eri una donna protetta da uno o pi uomini. Se non eri un bambino protetto da un padre, da una madre. Se non si era una famiglia che possedeva qualcosa... una casa.
Una casa  un'organizzazione strutturale di spazi disposti secondo un criterio geometrico per fornire quelle che chiamiamo stanze, divise da muri, soffitti, pavimenti. La casa contiene la famiglia, ma non  esattamente la stessa cosa. La casa viene prima della famiglia e le sopravvivr, tornando a essere casa quando la famiglia non ci sar pi.
Nella mia vita successiva a Millersport, non ho mai rivisto l'equivalente di quelle fattorie abbandonate nella parte occidentale dello stato di New York, nella campagna a nord di Erie County, nella regione del fiume Tonawanda e del canale Erie. Si  portati a pensare quasi immediatamente a Edward Hopper: le inquietanti visioni stilizzate di un'America perduta, case mai diventate famiglie e gli esseri umani, se li osservi da vicino, ritratti come fossero manichini. C' Charles Burchfield che ha reso i paesaggi della zona occidentale dello stato di New York e del nativo Ohio in maniera non meno visionaria e luminosa, escludendo completamente la figura umana. L'effetto pastello cangiante dei fienili del New England, i campi, gli alberi e i cieli di Wolf Kahn sono immagini evocate da ricordi che stanno svanendo. Ma la realt che ti aggredisce gli occhi prima che il cervello cominci il suo lavoro di selezione, riassetto, censura, non  mai sul limite della dissoluzione, ancor meno dell'appropriazione. La realt  cruda, inaspettata, imprevedibile; a volte luminosa ma pi spesso opaca. Soprattutto, la realt  gratuita. Perch essere realista (nella vita come nell'arte)  riconoscere che tutte le cose possono essere altro da ci che sono. Nessun progetto e nessuna intenzione, nessuna estetica n morale, nessun imprimatur teleologico. L'equivalente della visione darwiniana di un processo evolutivo cieco, senza scopo, incessante, che non si piega a prodotti definitivi, ma soltanto a strategie temporanee contro l'estinzione.
La memoria  fatta di superfici luminose e fugaci imperfettamente preservate in un cervello deperibile.
Quando una casa  stata abbandonata, o  troppo sfasciata, impossibile da vendere, destinata con ogni probabilit a venire confiscata dal governo della contea per recuperare le tasse non pagate, dietro c' sempre una storia triste. Ci sono state delle vite devastate. Vite di cui si parla con cautela. Di come sono andate a finire male. Quando  cominciato. Del perch lei lo ha sposato, perch  rimasta con lui. Perch, visto che la picchiava sempre? Perch, visto che lui l'aveva minacciata? Che gente.  una tara ereditaria. Che vergogna.
Poich una casa abbandonata contiene il futuro di qualsiasi casa. L'albero che spinge come un tumore sotto la veranda marcia con le radici fibrose, i nidi di calabrone sotto grondaie cadenti, un materasso macchiato e fradicio di pioggia sul pavimento di quella che era una camera da letto, luogo di intimit e fiducia; finestre con i vetri in frantumi, ossa di animali ed escrementi umani a forma di spirale sul pavimento del salotto. In quella che un tempo  stata la cucina, un calendario di anni fa con una serie di giorni spuntati con la matita, con precisione, scolorito dalla pioggia.
Posso aver dato l'idea che le case abbandonate si trovassero lontane dalla nostra fattoria e che noi non conoscessimo le sfortunate famiglie che le avevano abitate. In realt la casa devastata dal fuoco, la casa dei Judd, era a meno di un miglio dalla nostra e quindi, nella logica delle comunit rurali, i Judd erano quasi i nostri vicini della porta accanto e Helen Judd la mia amica della porta accanto.
I Judd vivevano su Tonawanda Road, fra Millersport e Pendleton. Prendendo una scorciatoia dietro il nostro fienile e attraversando il nostro campo di granturco e un tratto acquitrinoso con piante palustri, era un tragitto di non pi di dieci minuti.
Un tragitto che ho percorso spesso in sogno. Una passeggiata clandestina. Perch ai miei genitori non piaceva che giocassi con Helen Judd.
Il cane dei Judd, Nellie, una meticcia con una coda tozza molto energica e una buona indole, il pelo color sabbia, gli occhi rossi e lacrimosi, affamata d'affetto e degli avanzi di cibo che qualche volta le davamo, trotterellava spesso fino a casa nostra per giocare con me e mio fratello, perch i suoi padroni non la nutrivano, aspettandosi che cacciasse e cercasse il cibo come un animale selvatico. Io e Robin eravamo molto affezionati a Nellie; invece mia nonna, se la vedeva, la mandava via. Nella fattoria della nonna nessuno dei Judd era benvenuto.
Casa Judd, cos sarebbe stata chiamata per anni. La propriet Judd. Come se sulla terra stessa (che fra l'altro i Judd non possedevano ma avevano in affitto) fosse inciso il cognome del padre, l'identit di un uomo, il marchio dell'infamia.
Perch a Millersport si chiacchierava del padre ubriacone che picchiava e terrorizzava moglie e figli, faceva delle cose alle bambine e alla fine aveva appiccato il fuoco alla casa, volontariamente o in stato confusionale causato dall'alcol, era scappato a piedi, e gli uomini dello sceriffo della Erie County lo avevano arrestato e allontanato per sempre dalla comunit. Niente di romantico o avventuroso. Non c'era niente di buono nella storia del signor Judd, bench avesse lavorato alla ferrovia, perlomeno nel tratto di Lockport. Mio padre lo conosceva poco e lo disprezzava perch era un ubriacone che picchiava moglie e figli. Pareva che il signor Judd lavorasse solo saltuariamente, anche se portava sempre un berretto da operaio della ferrovia e una tuta unta e sporca. Aveva una faccia larga e cupa, gonfia e accesa da un'espressione risentita da alcolizzato. Masticava tabacco e sporgeva la testa in avanti per sputarsi fra gli stivali. Lui e i figli maggiori andavano a caccia, possedevano un fucile e un paio di carabine per sparare ai cervi. Era un uomo di altezza media, pi basso di mio padre, robusto, con delle basette ispide che gli spuntavano dalle mascelle come filo di ferro. Lo si vedeva spesso camminare sul ciglio della strada. Se non riuscivi a scappare abbastanza in fretta roteava gli occhi e ti scrutava. Ciao, piccola! Sei la ragazzina degli Oates? S o no?
Detto da lui il nome Oates aveva un suono ostile e beffardo.
La signora Judd era una donna che non guardavamo mai in faccia. C'era qualcosa di dolente e miserabile nella mamma di Helen, che faceva male a vederlo. Un tempo era stata carina - cos diceva mia madre - ma adesso sembrava gonfia, come se fosse perennemente incinta. Aveva avuto sette o otto figli, nemmeno Helen sapeva con certezza quanti, e ne erano sopravvissuti sei. I seni cadenti le arrivavano fino alla vita. Portava sempre calze contenitive elastiche color carne. Come fa quella povera donna a vivere con lui?  un porco. In questo ritornello ripetuto frequentemente c'erano disprezzo e disgusto. C'erano piet, indignazione, disapprovazione. Perch non lo lascia? Hai visto che aveva un occhio nero? Li hai sentiti, l'altra notte? Almeno dovrebbe portare via le bambine. Infatti la signora Judd era l'unica della famiglia ad avere un lavoro regolare, faceva la donna delle pulizie nel Bewley Building di Lockport, e in seguito venne assunta in un conservificio a nord della cittadina.
Nella loro casa c'era sempre un viavai di parenti e pensionanti. C'erano quattro figli maschi e due femmine, tutti sotto i vent'anni. Helen aveva un anno pi di me, e Dorothy due di meno. Abitava con loro uno zio, un fratello pi vecchio del signor Judd che camminava con il bastone e di cui si diceva che fosse stato ad Attica. (Che cos'era Attica? Un penitenziario maschile di massima sicurezza nel Nord dello stato.) Il figlio maggiore era stato congedato dalla Marina dopo un breve periodo di servizio, era tornato a Millersport e faceva il manovale a Lockport quando capitava; possedeva una motocicletta e passava il tempo a ripararla sul vialetto di casa. Le discussioni in casa Judd erano frequenti. Si diceva che il marito inseguisse la moglie con un coltellaccio da macellaio, un martello, il fucile. Minacciando di farle saltare la testa, a quella brutta disgraziata. La signora Judd e i bambini pi piccoli scappavano fuori terrorizzati e andavano a nascondersi nel vecchio fienile cadente dietro la casa, dove lui non poteva arrampicarsi a cercarli.
Nella casa dei Judd arrivavano gli uomini dello sceriffo. Il capofamiglia non veniva mai incriminato, perch moglie e figli si rifiutavano di parlare con chiunque rappresentasse la legge. Fino all'incendio, cos visibile a tutti da non poter essere negato.
Ci fu anche quel giorno d'estate, io avevo undici anni. Il giorno in cui il signor Judd spar a Nellie.
All'inizio non capivamo che cosa stesse succedendo, quale creatura gemesse e mugolasse a intermittenza da ore da qualche parte dietro la nostra propriet. Capitava che nel frutteto e nei boschi dietro casa ci fossero animali selvatici - procioni, pensavamo - che emettevano strane grida simili a miagolii. C'erano le urla lancinanti dei conigli catturati dai gufi. Ma infine ci rendemmo conto che era Nellie che piangeva, e ricordammo di aver sentito dei colpi di fucile, qualche ora prima.
Quella sera, quando torn dal lavoro, mio padre and a parlare con il signor Judd nonostante mia madre lo implorasse di lasciar perdere. A quel punto la povera Nellie si era trascinata a morire sotto la casa. Il signor Judd era furibondo per l'intromissione di mio padre, era ubriaco, sulla difensiva: Nellie, disse, era il suo stramaledetto cane, gli aveva rotto i coglioni con i suoi gemiti e mugolii, era vecchia. Ma mio padre riusc a convincerlo a mettere fine alle sofferenze della povera bestia.
Il signor Judd ordin a uno dei figli di tirar fuori Nellie da sotto la casa, che posava su blocchi di calcestruzzo. Poi caric il fucile, sbuffando e ansimando mentre si metteva a cavalcioni del cane coperto di sangue per spararle da pochi centimetri di distanza, una seconda e una terza volta. Mio padre, che non era mai andato a caccia in vita sua, che non aveva mai posseduto un'arma da fuoco e disprezzava quelli che le usavano, fece un passo indietro coprendosi la faccia con una mano.
In seguito avrebbe detto che voltare le spalle a quel figlio di puttana ubriaco con un fucile in mano era stata la cosa pi difficile della sua vita. Si era aspettato un colpo alla schiena.
L'incendio fu l'anno seguente, poco prima del Giorno del Ringraziamento. Dopo che i Judd se ne furono andati da Millersport e la casa parzialmente crollata era rimasta vuota, scoprii la tomba di Nellie. Sono sicura che fosse la sua tomba. Era dietro il suo recinto, una fossa di circa un metro per un metro e venti, con sopra una delle pietre bianche della signora Judd, e sulla pietra, scritto con un pastello a cera rosso, NELY.
Ero sicura che fosse la scrittura di Helen. Helen aveva sempre voluto bene a Nellie.
I rampicanti selvatici si avvinghiavano fitti ai sostegni della veranda sbilenca. La signora Judd aveva ben poco tempo per dedicarsi al giardinaggio, comunque aveva piantato malvoni e girasoli nello spazio stentato dietro casa. Fiori belli, forti come erbe infestanti, che sarebbero sopravvissuti per anni.
Su quella veranda avevamo giocato a backgammon e a dama cinese, a carte e a Gin. Helen e io, e a volte anche sua sorella. Helen aveva soltanto un anno pi di me, ma fisicamente ne dimostrava due o tre di pi, perch era una bambina robusta e tarchiata con la faccia che sembrava bruciata dal sole, come sua madre, lo stesso naso largo, la stessa bocca sottile, lo stesso mento. Di Helen e sua sorella Dorothy si diceva che fossero lente ma io non penso che per Helen fosse vero, perch era una giocatrice astuta e a volte mi batteva onestamente. (Altre volte barava. Io fingevo di non accorgermene.) E non era certamente lenta ad arrabbiarsi se i compagni di scuola o i suoi fratelli la prendevano in giro. Agitava i pugni, si avventava sui ragazzi imprecando e balbettando - Stronzo! Testa di cazzo! - parole scioccanti per me, e al tempo stesso eccitanti: era come se la mia amica pugnalasse chi la tormentava.
Perch solo ragazzi e uomini potevano pronunciare simili parole... sillabe allegre e crudeli.
In quelle occasioni la faccia di Helen diventava livida di rabbia e le sue labbra sottili tremavano di uno strano piacere, come le mascelle del gatto quando avvista la preda.
La casa che i Judd avevano preso in affitto era simile ad altre piccole case di legno della nostra zona. Non era una fattoria come quella dei miei nonni; non aveva la cantina, n l'acqua corrente. (C'era una piccola pompa manuale sopra al lavandino della cucina.) Sul retro c'era un gabinetto che puzzava tanto da farti passare la voglia di avvicinarti.
C'era un piccolo primo piano, con due camere da letto. Niente solaio, niente isolamento. Scale ripide, quasi verticali. Il precedente inquilino aveva avviato la costruzione di una veranda di legno grezzo, ma non l'aveva completata n tantomeno dipinta. Il tetto della casa era fatto di lamiere di alluminio coperte di graffi e cicatrici come un'epidermide malata, e la facciata era rivestita di cemento distribuito a casaccio. Le finestre erano coperte di plastica trasparente tutto l'anno, e non venivano mai aperte. Vista da lontano la casa aveva il colore sbiadito, bruno grigiastro, del mantello invernale dei cervi.
Diversamente da quella dei Judd, la nostra casa aveva cantina e solaio. Avevamo un pozzo profondo con solide fondamenta di pietra e l'acqua era pura e fredda anche d'estate. Andavamo fieri della buona manutenzione della casa: mio padre si occupava di tutti i lavori di falegnameria e del tetto, di tinteggiare, delle parti in muratura, persino dell'impianto elettrico.
Soltanto molto pi tardi avrei saputo che Fred Oates veniva da una cosiddetta famiglia distrutta: l'immagine raccapricciante  quella di una casa letteralmente a pezzi, spaccata in due, con i segreti che fuoriescono come viscere.
Tuttavia io ero superiore a Helen Judd. Perch avevo un padre che mi voleva bene.
Pensate che fragile ancora di salvezza! L'unica cosa che ci separa dalla disperazione e dal caos.
Diversamente dalla signora Judd, che doveva andare a fare la donna delle pulizie a Lockport con una vecchia auto malconcia, mia madre poteva stare a casa. A casa significava un continuo susseguirsi di responsabilit.
Preparare da mangiare, servire i pasti e riordinare la cucina. Pulire. Fare il bucato. Stenderlo sui fili in cortile. Mamma dissodava il terreno dell'orto, piantava file di pomodori e peperoni, e la lattuga, le fragole, le aiuole con i fiori. Io la aiutavo ogni giorno, soprattutto in cucina.
Adesso qualche volta c' un senso di solitudine. In una cucina. In un giardino.
Al limitare della nostra propriet c'erano delle peonie arbustive che aveva piantato la mamma. Enormi peonie cremisi che mi diceva sarebbero fiorite giusto in tempo per il mio compleanno, il 16 giugno. A lungo ci avrei creduto.
A Natale mio padre portava a casa un abete appena tagliato che odorava di bosco. Ci irritava le narici, quel meraviglioso odore pungente.
In un angolo del salotto, al pianterreno della fattoria dei miei nonni adottivi, addobbavamo l'albero con decorazioni conservate in una grande scatola di cartone, ognuna avvolta in un pezzetto di tessuto. Ogni Natale le stesse decorazioni di vetro che mi sembravano tanto belle, stupende, in effetti... ma fragili. Fili di lucine a incandescenza colorate. E sotto l'albero, i regali incartati. Ci sono fotografie che conservano il ricordo di quelle meraviglie.
Mia madre e mio padre. Mamma, pap.
Come lavoravano sodo i miei genitori, e i nonni Bush! Una piccola fattoria, anche non troppo prospera, significa lavoro senza sosta. Solo mantenere le recinzioni integre, per un agricoltore significa lavoro senza sosta. Solo fare la manutenzione dei fabbricati annessi. Impedire ai polli di ammalarsi, o di beccarsi a morte l'un l'altro. Curare i frutteti devastati da un temporale. Qui c'era felicit, ovviamente, ma anche il bisogno insopprimibile di dichiarare Noi non siamo i Judd.
Ricordo con grande chiarezza la notte dell'incendio. Un'occasione di festa alla quale i bambini non erano invitati.
Come tutti i grandi eventi del tempo lontano, fu un'occasione solo per adulti. Dominata, interpretata, giudicata dagli adulti.
La notte squarciata all'improvviso da una sirena lungo Transit Road. Che poi svolta sulla strada lungo il fiume vicino a casa nostra. La sirena dei pompieri! Mi era capitato di rado nella vita di essere svegliata cos, preoccupata ed eccitata, con la paura di un mondo fuori dal mio controllo e dalla mia capacit di comprensione. Fui svegliata dalle grida, voci concitate - il suono spaventoso di quando gli adulti si parlano gridando. Da una finestra continuai a guardare in direzione della casa dei Judd: una stupefacente esplosione di fuoco. Era molto tardi, passata la mezzanotte. Una notte d'estate. L'umidit nell'aria rifletteva e ingigantiva le fiamme a forma di nembo. Mio padre si vest in gran fretta e corse ad aiutare i vigili del fuoco volontari, fra i quali c'erano parecchi uomini di Swormville che conosceva. Mia madre mi disse di tornare a dormire, che per noi non c'era pericolo. Per rimase a osservare quel che riusciva a vedere dell'incendio da una finestra del primo piano e mi permise di rimanere accanto a lei.
L'incendio era scoppiato intorno alla mezzanotte e non sarei tornata a letto fin dopo le quattro del mattino, sconvolta ed esausta.
Credi che Helen potrebbe venire ad abitare con noi? La domanda doveva essere fatta, bench conoscessi gi la risposta.
A un tratto, i Judd sparirono da Millersport e dalle nostre vite.
Era fuori discussione che qualcuno dei vicini si prendesse un Judd in casa.
Si disse, e la notizia fu pubblicata dal giornale di Lockport, che il signor Judd era fuggito durante l'incendio e che la polizia lo stava cercando. Di l a breve venne arrestato a Cheektowaga, una cittadina nei pressi di Buffalo. Era accusato di incendio doloso, tentato omicidio plurimo, aggressione, abbandono di minori. La famiglia Judd fu smembrata, sparpagliata. I bambini pi piccoli furono dati in affido.
Cos in fretta. I Judd ci avevano lasciati.
L'odore del fumo, di bruciato, una puzza acre di legno bruciato e bagnato ristagn a lungo nell'aria di Millersport. I vicini sostenevano che casa Judd andasse rasa al suolo con un bulldozer, e il terreno venduto. E che liberazione sarebbe stata! Nessuno osava dire Su quella casa c' una maledizione. E cos casa Judd rest una delle propriet abbandonate, e inagibili, dove ci veniva raccomandato di non andare.Vietato l'accesso - Pericolo.
Fu una lezione che credo di non aver dimenticato. Con che rapidit, nel giro di una stagione, anzi, nel giro di poche ore, un'abitazione, una casa, pu trasformarsi in un luogo selvaggio e ostile.
Il vialetto sterrato tutto solchi dove il maggiore dei ragazzi Judd si era accanito sulla sua motocicletta, pochi giorni prima dell'incendio. Il tempo lo aveva ricoperto di erbacce.
Che ne era stato di Roy Judd? (Si chiamava cos: sussurravo il suo nome in segreto: Roy Judd.) Si era detto che fosse entrato in Marina... ma no, questo era successo prima, ed era stato congedato per motivi di salute. Si era detto che fosse andato a vivere con dei parenti a Olcott Beach, e che in seguito fosse scomparso. Aveva rilasciato una deposizione giurata allo sceriffo di Erie County sulla notte dell'incendio - doveva essere uno dei testimoni oculari del processo - ma poi, per la paura, era sparito.
Aspettavamo di sapere quale sarebbe stata la pena per il signor Judd. Casi come quello prevedevano tempi lunghi.
Alla fine fu condannato a una pena detentiva. C'era qualcosa di deludente in questo, nella brevit di una simile frase. Non c'erano stati n un processo, n un'ammissione pubblica di responsabilit. Dichiaratosi colpevole delle imputazioni a suo carico, era stato condannato a una pena da vent'anni all'ergastolo, da scontare nel carcere di Attica.
Adesso che se n'erano andati, i Judd infestavano Millersport.
Vietato l'accesso - Pericolo.
Propriet dichirata inagibile dalla Erie County.
A me e a mio fratello veniva continuamente raccomandato di non entrare nella propriet. Si sapeva che il pozzo aveva un coperchio che chiudeva male, e non era l'unico pericolo.
C'era persino, sul retro, un grande buco, una fogna che nessuno puliva da decenni.
Ovviamente i bambini della zona ci andavano in esplorazione. Anche il mio fratellino lo faceva. Come se potessimo cadere dentro un pozzo! Sorridevamo pensando a quanto poco ci conoscessero i nostri genitori.
Ho gi detto che mio padre non picchiava mai i suoi figli come il signor Judd? Il signor Judd faceva cose anche peggiori, alle bambine... Quando era ubriaco. E dopo sosteneva di non ricordarsene.
E la signora Judd, che era sempre sembrata cos svanita, cos succube e impotente - si scopr che picchiava i figli anche lei, gridando e prendendoli a pugni, quando beveva (si scopr che beveva anche lei) - e Helen portava il segno della furia materna, una sottile cicatrice bianca sul sopracciglio sinistro.
Gli assistenti sociali della contea vennero a Millersport a interrogare il vicinato. Ben pochi sapevano qualcosa sul conto dei Judd che non fosse stato riferito loro da altri, eppure le informazioni sembravano molte, e tutte riportate con diligenza. Una volta che hai detto una cosa a quelli l, non si cancella pi, ci ammon mio padre.
Lui non parlava volentieri con i rappresentanti delle istituzioni. Mio padre non aveva fiducia nelle autorit. Altri invece, compresa mia madre, parlarono. E i miei nonni, che avevano conosciuto Judd quando era giovane - pi giovane. Era diventato cos per via di qualcosa che gli era successo, non era tutta colpa sua.  per questo che si mettono a bere.
Come molti bambini di quell'epoca, a volte venivo punita - sculacciata. Come la maggior parte dei bambini, ricordo questi episodi in modo vago. Come se fossero accaduti a un'altra bambina, non a me.
Come facevi a capire di essere stata cattiva, se non venivi sculacciata? La colpa specifica viene dimenticata, la sculacciata no.
Un giorno mi capit di vedere il signor Judd urinare lungo il ciglio della strada. Forse era ubriaco, o comunque aveva bevuto e stava tornando a casa a piedi da una taverna di Transit Road. In seguito avrei confuso il getto indistinto della sua urina con il cherosene versato in giro per la casa prima di appiccare il fuoco con un unico fiammifero di legno. Una cosa l'ho vista, l'altra l'ho dovuta immaginare. Joycie-Oates, vieni qui! Ti chiami cos, eh? Joycie?
Il signor Judd aveva cercato davvero di bruciare la sua famiglia nel sonno? Si disse che avesse versato il cherosene a casaccio, ubriaco e malfermo sulle gambe.
Parlando con la polizia la signora Judd aveva affermato che in quel momento erano tutti svegli, e che avevano avuto il tempo di correre fuori prima che si alzassero le fiamme. Insisteva a dire che non avevano corso alcun pericolo, nemmeno il bambino pi piccolo, che aveva quattro anni.
Comunque furono tutti ricoverati in ospedale.
Per il trauma, per il fumo inalato.
La signora Judd fu trattenuta per qualche tempo in un ospedale psichiatrico.
Eppure per molti anni ancora casa Judd rimase dov'era. In quella rovina c'era qualcosa che ci sfidava, come qualcuno che, pur ucciso, non muore.
La camicetta semitrasparente non era di Helen, ma di una parente pi grande di lei. In una delle stanze sul retro riconobbi alcuni oggetti di Helen. Calze, vecchie scarpe. Decorazioni natalizie rotte in mezzo a un mucchio di cianfrusaglie. Ogni volta che trovavo il coraggio di entrare l dentro scoprivo nuove cose, perch c' sempre dell'altro da vedere. Uno dei materassi macchiati e zuppi di pioggia mi attirava con il fascino dell'orrido. Pensavo che la punizione pi terribile per una bambina che era stata cattiva sarebbe stata di essere costretta a sdraiarsi su un materasso simile.
Fu tra le rovine della loro casa che pensai a Helen e a Dorothy. Il signor Judd aveva fatto delle cose alle bambine... Quali cose? La signora Judd con gli occhi pesti, gonfi, i lividi sulla faccia. A Millersport il disprezzo per lei era feroce quanto quello per il marito, se non di pi, perch ci si aspetta sempre che la madre protegga i suoi figli da un maledetto ubriacone buono a nulla e figlio di puttana.
Grida e sirene nella notte. Lo shock di un incendio nella notte. E dopo quella notte, niente sarebbe stato pi come prima.
Ad ogni modo non ci furono imputazioni a carico della signora Judd. L'assistente sociale della contea, che conosceva mia madre, le raccont che la Judd aveva continuato a sostenere che il marito non voleva fare del male a nessuno e che in effetti non aveva fatto niente di male, che non avrebbe dovuto essere in prigione. Gridava e inveiva contro l'assistente sociale. Che parolacce aveva detto alle infermiere! Una donna non avrebbe mai potuto riferirle a un'altra donna, nemmeno all'orecchio.
La signora Judd era sposata con il signor Judd. Avevano fatto dei figli insieme, unendo i loro corpi. Che diritto aveva la legge di intromettersi? La legge non c'entra niente con quello che succede fra un uomo e una donna.
In quanto donna il cui principale mezzo espressivo  la parola, mi sono interrogata a lungo sull'origine e le cause del masochismo femminile. O su ci che, cercando una definizione pi sottile e meno riduttiva, potremmo chiamare l'inclinazione delle donne a farsi del male, annullarsi, sacrificarsi. Un'inclinazione che presumibilmente  appresa, acquisita, imposta dalla cultura dominante, e cionondimeno nasce da radici biologiche, da condizioni neurofisiologiche. Tali inclinazioni vengono prima della cultura. Viene la tentazione di dire, con disgusto: S, ma i Judd sono individui isolati e patetici. Americani marginali, sottoproletari, figli dell'ignoranza. Non ci dicono niente sul nostro conto. Invece ci dicono tutto di noi, e anche il fatto di dire, di smascherare,  una sorta di taglio radicale, un'iscrizione nella carne.
Eppure: quale potrebbe essere il vantaggio, dal punto di vista evolutivo, di farsi del male? L'abnegazione di fronte alla brutalit, alla crudelt dell'altro? L'accettazione della volont (perversa, folle) di un altro? Questo terrificante segreto di cui le donne preferiscono non parlare, un modo di essere che in certi ambiti (religiosi, fondamentalisti) viene addirittura incoraggiato.
Non parlare. Non chiedere. Ti aggrediranno, ti sbraneranno. Scappa!
Alcuni anni pi tardi, all'inizio della scuola superiore a Lockport - dove quelli di noi che avevano frequentato la pluriclasse di Millersport andavano con lo scuolabus, perch adesso l si insegnava soltanto per i primi cinque anni, non otto come ai tempi di mia madre - ecco che un giorno apparve Helen Judd! A quanto pareva era andata a vivere da certi parenti a Newfane. E adesso si era trasferita, o era stata trasferita, a Lockport. Se io avevo quattordici anni, lei ne aveva quindici. Sembrava una donna adulta, se non la guardavi da troppo vicino: fianchi larghi, seno abbondante, i capelli ispidi ossigenati da mani inesperte.
Helen era nella classe speciale che si trovava in un angolo dell'edificio, accanto all'aula laboratorio dei maschi, per frequentava alcune lezioni insieme a noi, presumibilmente perch era considerata, fra le alunne della classe speciale, una delle pi intelligenti.
Seguivamo insieme le lezioni di economia domestica, ma se Helen mi aveva riconosciuta fu attenta a non darlo a vedere. Di rado guardava - in faccia - una di noi ragazze delle classi normali.
(Economia domestica! Per le studentesse come noi era una materia ridicola. Avremmo dovuto imparare a rifare il letto in maniera impeccabile, a stirare alla perfezione le camicie eleganti da uomo, a preparare semplici pasti con l'impiego di un fornello o di un forno, le tecniche per passare l'aspirapolvere... persino l'insegnante sembrava imbarazzata.)
Helen? Un giorno osai rivolgerle la parola, con un filo di voce.
Anche la sua risposta fu un bisbiglio, quando si gir di scatto con un sorriso sottomesso, e un gesto della mano che era al tempo stesso di riconoscimento e di rifiuto, un saluto silenzioso e la preghiera di essere lasciata in pace, senza nome, invisibile.
L'avrei protetta, pensai. Non avrei raccontato a nessuno la storia della sua famiglia. Quando a scuola ci si incontrava non davo segno di riconoscerla. Mi resi conto che ne era sollevata, bench non si fidasse del tutto di me. Pensavo: Non sa quel che le  successo, oppure non se lo ricorda. Non vuole che lo ricordi io.
Sembrava sottinteso, anche se nessuno ne parlava, che a Helen Judd fosse successo qualcosa. Le sue compagne e gli insegnanti la trattavano con circospezione. Era speciale come sono speciali le persone con un handicap. Tranquilla, taciturna, se aveva ancora una tendenza alle esplosioni d'ira forse le controllava con i farmaci. I suoi occhi, come quelli del padre, sembravano sempre vagare nelle orbite. Aveva una faccia tonda, un po' volgare, paffuta come un budino, e i pori del grosso naso erano neri. Nella sua espressione c'era la docilit materna, e la furia stupefatta di quella docilit. Metteva un rossetto rosso scuro, indumenti vistosi - maglioni sintetici decorati con lustrini, camicette leggere e trasparenti, cinture di pelle che le strizzavano la vita tutt'altro che sottile. All'ora di ginnastica i suoi grossi, morbidi seni tendevano la maglietta, e i muscoli lucidi e i rotolini di grasso sulle cosce ci sconcertavano, noi eravamo cos magre, meno femminili, come se appartenessimo a un'altra specie.
Non pensavamo:  gi in et fertile. Mentre noi siamo ancora bambine.
I comportamenti degli adolescenti sono inspiegabili anche a loro stessi, anche visti retrospettivamente. Ricordo di aver stupito le mie amiche con i miei sforzi per mostrarmi cordiale con Helen Judd, che per loro era soltanto una ragazza qualsiasi della classe speciale. Fingevo di non conoscerla gi e di volere fare la sua conoscenza ora, salutandola con calore: Ciao, Helen!. Come se un simile atteggiamento fosse del tutto normale da parte mia, e non un'elaborata impostura.
Quando Helen era costretta a sorridere perdeva quell'espressione svogliata e tonta, e quindi per me indurla a sorridere divent una sfida. A scuola sembrava sola e infelice, e le mie attenzioni la lusingavano. Perch gli alunni normali di solito non parlavano nemmeno con quelli delle classi speciali, se non per prenderli in giro o tormentarli. Pu darsi che all'inizio fosse stata sospettosa e si chiedesse come mai mi comportavo cos, ma piano piano, con il passare delle settimane e dei mesi, cominci a fidarsi. Se la vedevo seduta sola in mensa andavo a sedermi vicino a lei, invece di stare con le mie compagne, e doveva esserne rimasta non meno sorpresa delle altre. Pensai a Nellie: alla fiducia che le si leggeva negli occhi. Le chiesi dove abitava e lei mi rispose in Niagara Street, ma che forse si sarebbe trasferita presto. Le chiesi della casa di Tonawanda Creek Road, dove aveva vissuto con la sua famiglia, e da dove poi se ne erano andati, e lei mi guard battendo le palpebre e corrugando la fronte come avrebbe fatto un adulto, e rispose che non ci aveva mai vissuto davvero, era stato solo un periodo, la casa di Millersport era dello zio. Dissi: C' stato un incendio, vero? Come  successo? e lentamente, come se ogni parola fosse un sassolino succhiato in bocca, lei rispose: Il fulmine. Il fulmine l'ha colpita. Una notte di temporale.
Le domandai se ora vivesse con la madre e lei scosse la testa con forza. Le chiesi se si vedevano e lei con una scrollata di spalle mi rispose che non sapeva bene di dove fosse. Presi in considerazione l'idea di chiederle notizie del padre, ma mi trattenni, perch sapevo che Helen avrebbe mentito sul suo conto, e non volevo che mentisse e mi leggesse in faccia che lo sapevo, perch volevo essere sua amica.
Chiesi di Dorothy. Con un sorriso mesto e addolorato, Helen disse che sua sorella viveva altrove.
Le dissi che a mia madre era sempre stata simpatica la sua e che quando se ne erano andati ne aveva sentito la mancanza. Helen continu a sorridermi come se non mi sentisse. Aveva l'abitudine nervosa di grattarsi le braccia, cosa che stava facendo anche in quel momento.
(Non passava inosservato il fatto che ognuno degli studenti delle classi speciali avesse un'abitudine particolare, qualcosa di stravagante come un tic o un gesto compulsivo che lo - o la - rendeva diverso dai ragazzi normali. Helen Judd era una di quelle che davano meno nell'occhio.)
Ci dispiace che tu non ci sia pi. Ci chiediamo come stai. Mi piacerebbe... mi piacerebbe che venissi a trovarmi, Helen.
Le parole mi erano uscite spontanee. Volevo essere sua amica. E poi fui invasa da una specie di lento orrore, rendendomi conto che non sapevo quello che stavo dicendo.
Lei fece spallucce e rise. Mi guard di sottecchi, quasi maliziosa. Mormor un okay che quasi non si sent.
Verrai? Verrai a casa mia? Una volta...?
Ma adesso si era distratta. Si grattava un avambraccio con tale vigore da farlo quasi sanguinare. Se io mi fossi grattata in quel modo davanti a mia madre lei avrebbe allungato una mano per afferrare la mia e fermarmi. No, tesoro. Non farti del male.
Sulle unghie Helen aveva uno smalto color pesca, per alcune schegge si erano staccate e qui e l le unghie erano mangiucchiate. I suoi capelli, che erano sempre stati castani, adesso avevano delle strisce bionde come la pelliccia di un animale.
Sembra strano, e triste, che adesso non viva pi nessuno a casa tua. Perch siete andati via tutti?
Lei rise ancora una volta. Ma il suo viso non esprimeva n gioia n felicit. Corrugando la giovane fronte come se fosse quella di mia nonna, in una scioccante successione di rughe profonde, e con il tono di chi  arrivato alla soluzione di un indovinello che l'ha tormentato a lungo, lentamente disse: Se ne sono andati... tutti.
Avrei voluto chiederle dove. Ma l'espressione di Helen, la frenesia con cui si grattava le braccia, mi dissuasero.
Un altro giorno, in mensa, dopo essere stata seduta con lei e altre ragazze della classe speciale che mi fissavano con deboli sorrisi speranzosi, lasciai sul tavolo il mio borsellino di plastica con dentro alcune monete, e quando pochi minuti dopo tornai, non c'erano pi n Helen n il borsellino. Chiesi alle altre se lo avessero visto e tutte fecero segno di no con la testa con veemenza.
Helen mi aveva derubata... era cos? Oppure era stato un test crudele e lei non l'aveva superato?
In un'altra occasione le proposi per l'ultima volta di venire a casa nostra, tornando insieme a me a Millersport con lo scuolabus, per cenare con noi e fermarsi a dormire; al mattino avremmo ripreso insieme lo scuolabus per andare a scuola. Un'idea bizzarra che avrebbe fatto inorridire mia madre, costringendomi a cancellare l'invito; le nostre camere al piano di sopra erano piccole, c'era spazio a malapena per noi; inoltre la presenza di un membro della famiglia Judd avrebbe agitato e sconvolto mia nonna. Helen sembrava percepirlo. Tutto ci che io non potevo dire, lei sembrava sentirlo. Mi guardava con un sorrisino assorto come se volesse rispondere s, perch un simile invito sarebbe stato un evento straordinario nella vita di qualsiasi Judd, ma infine disse in tono fermo: No. Meglio di no.

Dov' andato Dio.

1.

La prima volta che vidi un uomo piangere.
Che shock! Un uomo non piange. Un uomo non si comporta in questo modo.
Il reverendo Bender, pastore metodista, si rivolgeva alla piccola congregazione con il solito tono appassionato, dal pulpito della Pendleton Methodist Church di Pendleton, stato di New York, nella primavera del 1950. L'argomento del sermone poteva essere la natura profonda e durevole dell'amore di Ges Cristo, o i misteri dell'amore di Dio Padre, pi severo ed esigente, o le tentazioni del mondo materiale, o la difficile scelta che dobbiamo fare fra Paradiso e Inferno... Questi erano i temi di cui parlava spesso il reverendo Bender, e che io ascoltavo distrattamente, pur guardandolo con espressione attenta e rapita; ma all'improvviso quel giorno si era messo a piangere, sforzandosi di trattenere i singhiozzi. La sua faccia paonazza, rigata di lacrime, era contorta come quella di un neonato che strilla. Gli occhi, di solito cos attenti e gentili, sembravano offuscati e rivolti all'interno. Per la sorpresa, per solidariet, e per il senso di disagio, molti membri della congregazione si misero a piangere con lui; altri, come me, erano troppo scioccati per reagire, e rimasero seduti in un silenzio attonito e sconcertato. Mi sentii svenire, terrorizzata. Evidentemente non sapevo che un uomo potesse piangere, e rendermene conto fu uno shock profondo, come se il reverendo ci avesse gridato delle oscenit, o si fosse strappato l'abito.
In seguito sarei venuta a sapere che il reverendo Bender era amareggiato e nervoso perch gli sforzi fatti nella comunit durante la settimana per attirare pi persone nella nostra chiesa si erano rivelati fallimentari. Per un tempo che a me parve lunghissimo, ma che probabilmente dur meno di un minuto, il reverendo Bender non era riuscito a continuare, e si era asciugato le lacrime con un fazzoletto sotto gli sguardi della congregazione. Sua moglie e i suoi figli, seduti nella prima fila di panche proprio davanti al pulpito, dovevano essere mortificati e spaventati.
(Io non sedevo con gli altri membri della congregazione, bens davanti a un piccolo organo a pedale che si trovava vicino all'ingresso della chiesa; dalla mia panca dovevo girare il busto e la testa per vedere il reverendo sul pulpito. Era un fatto singolare che a dodici anni, e nuovissima frequentatrice della Pendleton Methodist Church, avessi ricevuto dal reverendo la richiesta di diventare la loro organista, bench prendessi lezioni di pianoforte da pochi anni e non avessi mai suonato l'organo.)
Tutte le domeniche andavo in chiesa con una compagna di scuola che si chiamava Jean Grady, e abitava a Pendleton, la cui madre conosceva la mia fin da quando erano ragazzine. Jean era un pochino pi grande di me, frequentava la terza media mentre io ero in seconda; sedevamo vicine sul chiassoso scuolabus che portava trenta studenti dalla campagna a Lockport, ed eravamo diventate abbastanza amiche. (Stranamente eravamo entrambe campionesse di badminton della nostra scuola: se giocavamo l'una contro l'altra lei mi batteva tre volte su cinque, forse, ma ognuna di noi poteva battere qualsiasi altra ragazza della scuola.)
Diversamente da Helen Judd, Jean Grady non veniva da una famiglia disagiata, e nemmeno da una famiglia povera. Le nostre famiglie sembravano pi o meno simili, eccetto per il fatto che i suoi erano pi benestanti di noi perch il signor Grady possedeva una piccola drogheria a Pendleton con un'affascinante insegna sopra la porta che conteneva, scritta in rosso, la parola Sealtest. Agli occhi di tutti quelli che la conoscevano, la tozza Jean Grady dal viso severo era una ragazza invidiabile; era un privilegio inimmaginabile quello di poter entrare nel cupo negozietto di Pendleton a prendersi, senza pagare, una barretta Mars, una Coca dal frigorifero, o un ghiacciolo all'arancia Sealtest dal freezer.
La cosa pi fantastica era che a volte Jean Grady prendeva qualche leccornia anche per un'amica.
Cos un pomeriggio, sullo scuolabus, era successo che Jean Grady mi invitasse ad andare insieme a lei, la domenica seguente, nella chiesetta metodista di legno davanti alla quale passavamo regolarmente e, non so come, pare che io avessi detto di s.
In effetti ero entusiasta di dire di s. In quel periodo della mia vita qualsiasi invito risultava gradito, e mi lusingava; ero sempre desiderosa di essere coinvolta praticamente in qualsiasi attivit, se non pensavo che i miei genitori avrebbero disapprovato, sempre che io glielo avessi raccontato. Come Alice, ero infaticabilmente curiosa.
(Tuttavia, come corollario a quell'avidit di partecipare, che era una specie di impulsivit, o di sventatezza, devo ammettere che di solito mi pentivo subito, e mi assalivano i dubbi; ero ambivalente nei confronti di qualsiasi cosa mi entusiasmasse all'inizio. La mia ansia infantile di dire di s serviva a negare la paura che dire di no sarebbe stato un terribile errore.)
Jean Grady mi raccont che frequentava da quasi un anno le funzioni domenicali e quelle serali del mercoled. Con voce emozionata, si vant che la moglie del pastore, la signora Bender, le aveva chiesto di aiutarla alla scuola domenicale. Nessun altro della famiglia Grady andava in chiesa - La signora Bender dice che io dar loro il buon esempio. Aveva una Bibbia in pi per me, e io la accettai con gratitudine, visto che ogni libro era importante e che a casa nostra non l'avevamo. Jean mi disse che secondo lei la chiesa mi sarebbe piaciuta molto e che avrebbe portato un grande cambiamento nella mia vita.
Un grande cambiamento nella mia vita era una prospettiva molto eccitante. Non riuscivo a immaginare in che cosa potesse consistere questo grande cambiamento.
Da tempo mi sembrava strano, bench non inquietante n particolarmente significativo, che nessuno dei miei familiari fosse religioso... neanche un po'. N i miei genitori n i nonni. (Sapevo che i miei nonni ungheresi erano stati cattolici romani, a Budapest; la traversata dell'Atlantico verso il nuovo mondo pareva aver rimosso la religione dei loro avi.) In seguito avrei saputo che mia madre era stata battezzata in una chiesa cattolica di Black Rock, e che anche il padre di mio padre, Joseph Carleton Oates, era stato battezzato. La definizione per i cattolici come loro era non praticanti, un'espressione molto interessante che avrei scoperto solo alcuni anni pi tardi.
Trovavo strano che bastasse frequentare la Chiesa Metodista per diventare protestante - qualsiasi cosa volesse dire.
Subito dopo essere entrata a far parte della Chiesa con l'incoraggiamento di Jean Grady, dalle parole dei sermoni sentite dal pulpito capii che l'invito di Jean faceva parte di una campagna di acquisizione di nuovi fedeli; per questo c'erano delle Bibbie da regalare. Mi sentii un po' mortificata, per mi dissi che era pur sempre lusinghiero che Jean avesse scelto proprio me fra tutte le ragazze che conosceva.
Era una piccola congregazione, probabilmente meno di un centinaio di fedeli. Forse nemmeno ottanta? Se chiudo gli occhi non riesco a vedere granch dell'interno della semplice chiesetta dipinta di bianco, a parte il pulpito, la croce di legno alta un metro e mezzo all'entrata, l'organo a pedale appoggiato contro la parete, le finestre strette e il pavimento di abete; non ho idea di quante panche ci fossero, o di quante persone potessero accomodarsi su ognuna. Per ricordo il tono urgente dei sermoni del reverendo Bender: la necessit di portare nuovi fedeli alla chiesa, di presentare nuove persone, di riempire le panche e condurre le anime a Ges. Ricordo che secondo il pastore Dio aveva voluto fargli sapere questo: La settimana scorsa non hai lavorato abbastanza sodo.
Queste parole, proferite appassionatamente dal pulpito davanti a una congregazione ammutolita, mi colpirono molto. Non pensai: Ma che delusione, pensare che Dio si interessi a lui! Ci che mi faceva impressione erano le parole di condanna: Non hai lavorato abbastanza sodo.
Mentre il reverendo Bender riprendeva a parlare, asciugandosi gli occhi con il fazzoletto, tossendo, schiarendosi la gola, capii che la chiesa aveva un urgente bisogno di denaro: Fondi per la manutenzione della nostra amata chiesa.
Poco prima che io entrassi a far parte della congregazione, una squadra di volontari (tutti uomini) aveva ridipinto la chiesa, malridotta dalle intemperie. Sul cartellone degli avvisi all'ingresso erano state affisse fotografie della loro impresa, con il reverendo Bender che sorrideva radioso in tuta da imbianchino e teneva in mano un pennello sporco di pittura bianca. E adesso sembrava che il tetto di scandole avesse bisogno di riparazioni.
Di solito non si pensa a una chiesa come a un'organizzazione che necessita di molto denaro; non si pensa a una chiesa come a una propriet, un edificio che si deve acquistare, che richiede una manutenzione come una casa o un granaio, o quantomeno io non ne avevo un'idea cos materiale. (Devo aver creduto ingenuamente che le chiese esistessero e basta. Non si dovrebbe pagare per pregare Dio, no?) E quindi fu una sorpresa, per me, una vera rivelazione, sentire il reverendo Bender parlare con franchezza del bisogno di soldi della nostra chiesa, e del bisogno di avere nuovi membri; mi faceva male sentirlo quasi implorare, mendicare. Alla funzione domenicale, quando il cestino di vimini delle elemosine passava di mano in mano lungo i banchi, mi vergognavo a lasciare soltanto qualche monetina - un quarto di dollaro, qualche dieci o cinque centesimi - fra le banconote.
Una volta alla settimana mia madre mi dava dei soldi, la paghetta per le numerose faccende domestiche che sbrigavo. Non voglio nemmeno pensare a quanto fosse modesta, questa paghetta, se arrivasse almeno a un dollaro.
Eppure mi sembrava necessario mettere la maggior parte o anche tutti i miei soldi nel cestino delle elemosine. Non potevo ragionevolmente aspettarmi che Ges entrasse nel mio cuore se ero poco generosa. Jean Grady non dava molto pi di me, o cos pareva al mio sguardo acuto e invidioso.
Che cosa c'entra questo con Dio? mi domandavo.
Inoltre, quando ero completamente sola, mi assillavano domande come queste: Dov' Dio? Ma Dio ci vede?
Un occhio lontano e grande come il sole. Un occhio che non si chiude mai. Un occhio senza palpebra.
Ti vede ovunque tu sia.  inutile nascondersi.
Non riuscivo a crederci davvero. Se Dio esisteva - se esisteva il Dio del reverendo Bender - perch si sarebbe dovuto preoccupare per me? Era normale trovare nei campi e nei boschi i corpi rinsecchiti di animali da cui se ne era andata la vita; le nostre galline Rhode Island Red venivano colpite da qualche malattia, o subivano mutilazioni, o morivano all'improvviso. Poco probabile, dovevo pensare, che un occhio, una presenza invisibile, potesse accorgersi di morti cos piccole. Dai luoghi proibiti dove entravi nonostante il divieto, e dal loro silenzio, imparavi che fondamentalmente nessuno si accorgeva di niente. Non era questa la lezione implicita della guerra, di quelle terribili foto pubblicate da Life che non riuscivo a guardare, eppure mi trovavo a fissare, memorizzandole per sempre...
C'era anche il problema di dove fosse Dio. I metodisti credevano nel Paradiso - (e nell'Inferno) - in senso letterale, erano convinti che fossero luoghi reali, ma io nemmeno a dodici anni riuscivo a crederci.
Eppure, senza accorgermi della contraddizione nel mio pensiero, allo stesso tempo mi sarei definita religiosa; cosa ancora pi importante, spirituale. Ero un membro della congregazione che non aveva ancora ricevuto il battesimo.
(Sarebbe avvenuto di l a poco.) Era normale supporre che con il tempo sarei diventata come gli altri. Non era sfuggito a una dodicenne come me, avida lettrice di libri per adulti (che adesso potevo prendere in prestito alla biblioteca di Lockport) che il mondo oltre i confini di Millersport era permeato da una intensa consapevolezza della religiosit e della spiritualit; in qualsiasi biblioteca c'erano scaffali pieni di libri che trattavano specificamente di Dio, di Ges Cristo, della Cristianit. Se non potevo comprendere questa consapevolezza, n tantomeno condividerla, potevo per fingere di condividerla, imitando i comportamenti di quelli che la condividevano. Non volevo essere una persona superficiale, volevo essere una persona profonda.
Nell'attesa che Dio si accorgesse di me. Nell'attesa che Ges entrasse nel mio cuore.
Durante i suoi sermoni il reverendo Bender poneva delle domande alle quali si rispondeva da solo. Come se parlasse per quelli fra noi che non potevano esprimersi.
Come vengono esaudite le nostre preghiere?
In modi che non sempre capiamo.
Seguendo questa logica, non era possibile rendersi conto che le preghiere non funzionavano; infatti anche quando sembravano futili, come evidentemente erano molte delle appassionate invocazioni del reverendo Bender, si poteva sempre pensare che sarebbero state esaudite nel futuro, in chiss quale modo trasversale o ellittico.
La mia infatuazione per la religione non era molto diversa dalla passione di mio padre per il volo. All'epoca non avrei certo considerato la cosa in questi termini, ma ora, guardando in retrospettiva, mi sembra plausibile. Volare, essere sospeso, trascendere... questa era la motivazione, e l'obiettivo. Come limpidamente ammonisce Lear: Non cavillate sul bisogno!.
Ma i miei fervori religiosi erano imprevedibili, indefinibili. Come le creature che si mimetizzano nell'ambiente circostante per non essere divorate dai predatori, istintivamente mi adattavo a quel che avevo intorno, e a qualsiasi cosa mi venisse detta; anche se non ci credevo, davo l'impressione di crederci. Nutrivo il timore che la mia anima non fosse abbastanza profonda e che Ges non si accorgesse di lei. Il mio impegno nella preghiera mi pareva palesemente insincero, come qualcuno che finga di nuotare ma in realt stia soltanto agitando le braccia nell'acqua bassa; pregare assomigliava troppo a mendicare, e poteva suscitare solo disprezzo. A scuola ero una studentessa brillante, e ben di rado non ricevevo il massimo dei voti; i test e i compiti in classe, anatemi per qualcuno, a me davano un grande piacere, come una partita a badminton, o qualsiasi altra attivit in palestra, dove ero stimolata dalla competizione con le altre ragazze; in chiesa ero una fedele entusiasta, o almeno davo quest'impressione, perch volevo disperatamente credere... in qualcosa. Volevo che gli altri mi percepissero come una di loro, benedetta. Non come un'estranea. Non volevo essere percepita come dannata.
Per i metodisti della piccola chiesa, Ges Cristo non era una figura storica o mitica, bens una viva presenza. A quanto pareva, credevano (credevamo, visto che ormai ero una di loro) che Ges fosse sempre accanto a noi. Ges era il nostro compagno, il nostro amico pi caro. Ges era un fratello che sapeva sul nostro conto molto pi di quanto noi sapevamo o avremmo mai capito, e ci aveva gi perdonato ci che sapeva di noi, perch ci amava. Bench Ges fosse il Figlio di Dio, noi potevamo ferirlo, il Suo cuore si spezzava se e quando noi non vivevamo all'altezza dei Suoi ideali. L'essenza di Ges era amore, e noi dovevamo soltanto amarlo senza fare domande, come Lui ci aveva insegnato: Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Anche Dio, Suo padre, era una presenza viva, bench invisibile come il vento, e mai raffigurato nelle immagini del Nuovo e dell'Antico Testamento se non come roveto ardente che compare a Mos nel libro dell'Esodo, mentre Ges era descritto in mille modi; Dio Padre era imprevedibile e iracondo, impegnato a punire i nemici degli israeliti, e meno incline al perdono di Ges, forse perch Dio ci conosceva pi profondamente di quanto ci conoscesse Ges.
Non essendo mai stato umano, e men che meno inchiodato sulla croce, Dio non perdonava facilmente la debolezza e l'ipocrisia degli uomini. Il reverendo Bender parlava di Dio con tetra soddisfazione, e di Ges con calore e affetto; Dio era un Dio geloso, mentre Ges era misericordioso; Ges era indispensabile per intercedere fra Dio e l'uomo e portare la salvezza al genere umano dopo che i nostri progenitori Adamo ed Eva avevano peccato. Naturalmente non bastava accettare queste verit, era anche richiesto di pregare, fare opere buone, accogliere quotidianamente Ges Cristo nel proprio cuore e resistere al peccato.
Resistere al peccato significava Dire no! a Satana.
Mi meravigliava sentire il reverendo Bender parlare di Satana con la stessa convinzione con cui parlava di Dio e di Ges Cristo. Anni di fumetti sui quotidiani e sui giornalini mi avevano abituata a Satana - il Diavolo - sotto forma di un demonio in calzamaglia rossa, con la coda squamosa e un forcone.
Inoltre mi meravigliava rendermi conto che per le persone veramente religiose come il reverendo Bender, la fede non era soltanto una faccenda che riguardava la domenica mattina, ma qualcosa che riguardava ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Dio  sempre con noi, quando siamo svegli e quando dormiamo.
Che cosa sfinente! Avvertivo almeno in parte la pressione esercitata da una fede come quella, una morsa stretta intorno alla testa. Perch anche se scappavi per restare sola, non riuscivi mai a sfuggire all'occhio di Dio. Non potevi evitare di essere giudicata manchevole.
Al reverendo Bender era chiaro che se alla funzione domenicale c'erano pochi fedeli, questo era il segno di quanto Dio fosse scontento di lui perch non aveva lavorato abbastanza sodo per condurre altre persone a Ges. Se nel cestino delle elemosine non c'erano molti soldi, anche questo dispiaceva a Dio. Esisteva un dolore, una catastrofe, che non fossero segno dello scontento divino? Non solo dovevi affrontare la catastrofe, eri anche gravato dalla consapevolezza che la catastrofe era un segno del biasimo di Dio nei tuoi riguardi.
Ecco perch il reverendo Bender era scoppiato in lacrime sul pulpito, facendo piangere anche altri, come se l'emozione dovesse ricevere un'autorizzazione per divampare come un roveto ardente, indipendentemente dal fatto che fossimo tutti capaci di infiammarci.
(Com'era diverso mio padre! L'irriverente Fred Oates avrebbe guardato il nostro reverendo con disprezzo, perch si comportava come nessun uomo avrebbe dovuto fare, n in pubblico n in privato.)
In ogni caso io ero entusiasta di raccontare che appartenevo alla Chiesa Metodista di Pendleton, e che andavo alle funzioni insieme a Jean Grady. Ero entusiasta di raccontare che suonavo l'organo, anzi ero l'organista della chiesa. Naturalmente non avevo mai suonato niente di simile a un organo a pedale, uno strumento rozzo e ansimante paragonato all'organo a canne, molto pi bello e raffinato; quando cominciai a esercitarmi non avevo idea di come pompare con i piedi per dare volume alle note che suonavo, anche se, andando per tentativi, finii pi o meno per capirne il meccanismo. Ogni settimana mi portavo a casa il pesante libro degli inni per esercitarmi con diligenza e costanza: Onward, Christian Soldiers, A Mighty Fortress Is Our God, Rock of Ages, The Old Rugged Cross, in aggiunta ai miei studi (secolari) per pianoforte di Czerny e Hanon. Erano inni di una strana bellezza, suppliche sfrontate che cantavano di desiderio e abnegazione, risonanti di una rettitudine militante che faceva venire la pelle d'oca.
Onward, Christian soldiers, marching as to war,
With the cross of Jesus going on before.
Christ, the royal Master, leads against the foe;
Forward into battle see his banners go!
Onward, Christian soldiers, marching as to war,
With the cross of Jesus going on before.
Suonare quegli inni e sentire le voci della congregazione alle mie spalle, grezze, non educate, mi dava una specie di violenta felicit. Potevi quasi pensare: Credo! Credo in tutto ci in cui credete voi. Sono una di voi.
Non avrei dimenticato facilmente la prima volta che vidi un uomo piangere. E adesso ricordo che agli incontri di preghiera metodisti altre persone a volte piangevano, anche se di solito non erano uomini.
Ricordo molto bene una signora - una donna di mezza et con i capelli ramati tagliati male - che si leva gli occhiali abbandonandosi a un pianto parossistico. (Ges era entrato nel suo cuore?) Fra inni ferventi e parole appassionate dal pulpito, c'era l'aspettativa che da un momento all'altro potesse avvenire un miracolo: che Ges Cristo ti entrasse nel cuore.
Pensavo con una certa apprensione che a me quel miracolo non sarebbe mai accaduto. Mi ero rassegnata al fatto che non sarebbe mai accaduto; eppure, come una bambina, continuavo a sperarci. Al tempo stesso non avevo idea di cosa potesse voler dire: Ges entrer nel tuo cuore.
Jean Grady e io eravamo troppo timide per parlarne fra noi. Avrei dovuto fare uno sforzo immane per chiedere alla mia amica che cosa volesse dire esattamente che Ges era entrato nel suo cuore, o meglio se ci era entrato davvero.
A casa non potevo affrontare l'argomento. Non mi ci vedevo a parlare di Dio, Ges Cristo, Satana, con il tono normale con cui ne parlava il reverendo Bender, dando per scontato che gli altri sapessero con precisione a chi si riferiva, e che le entit alle quali si riferiva esistessero realmente.
Non potevo sapere, ma me ne sarei resa conto in seguito, che per la maggior parte della gente, e sicuramente per persone come i miei genitori, che non avevano avuto il beneficio di una vera istruzione, non  facile parlare di concetti astratti. Ricevere un'istruzione significa anche acquisire un vocabolario con cui parlare di questi argomenti in un modo che suggerisce una familiarit - (come un filosofo accademico pu parlare con naturalezza e presunzione di autorit di giustizia, infinito, l'Uno, l'essere, il nulla, come se fossero entit esistenti, e non soltanto brandelli di linguaggio appreso durante gli anni della sua formazione universitaria) - se non addirittura una padronanza della materia. Nel mondo di Millersport di tanto tempo fa, vale a dire un mondo rurale, in un'America con un'istruzione e un benessere ridotti al minimo, sarebbe stato sbalorditivo che qualcuno si esprimesse cos; pretenzioso, se non persino risibile; avrebbe suscitato una reazione di scherno o uno sguardo vacuo di incomprensione.
Non sarebbe stato cos difficile chiedere ai miei genitori se credevano in Dio, o in Ges Cristo, eppure non glielo chiesi mai. Con ogni probabilit mia madre avrebbe aggrottato pensierosa la fronte e risposto: S, credo di s; mio padre probabilmente avrebbe riso e detto: Diavolo, no. Nessuno dei due avrebbe spiegato, e si sarebbe cambiato subito argomento.
(Mio padre non aveva la minima simpatia per i rappresentanti dell'autorit costituita, e ne diffidava, sia che fossero uomini politici, leader religiosi o sindacalisti. Penso che ammirasse Franklin Delano Roosevelt, ma il suo atteggiamento nei confronti della politica in generale andava da un disgusto sconcertato a un disgusto veemente, che con il passare del tempo diventava sempre pi accentuato.)
Mia nonna Blanche Morgenstern, la lettrice accanita della famiglia, che leggeva e rileggeva tutte le biografie, i libri storici e i romanzi che parlavano di Abraham Lincoln disponibili nella biblioteca di Lockport, era dell'opinione che tutte le religioni fossero pi o meno uguali: Ti dicono come devi vivere, e cosa fare se vuoi comportarti bene. Ma non tutti hanno bisogno che glielo si dica.
Mia nonna era convinta che Abraham Lincoln non fosse solo un grand'uomo, ma che fosse anche un uomo molto saggio che non credeva in un Dio confessionale. In apparenza era cristiano, ma di fatto credeva in un principio divino, non in un salvatore. Comunque anche la nonna non era interessata a discutere di religione, e per quanto ne sapevamo non frequentava nessuna chiesa. (E certo nemmeno una sinagoga: a Lockport o nelle vicinanze non ce n'erano.)
Provavo a sentire la presenza di Dio intorno a me. Provavo a sentire Ges Cristo nel mio cuore.
Mi esercitavo negli inni sul pianoforte che avevamo a casa. In chiesa suonavo l'ansimante organo a pedale.
Se faccio la brava, mi succeder. Qualsiasi cosa sia, quello che gli altri sentono... Dio mi amer. Ges entrer nel mio cuore.
Eppure, malgrado tutti i miei sforzi e le mie speranze, dopo un anno la mia vita di metodista fin di colpo.
Cos come mi aveva costretta a suonare l'organo in chiesa, il reverendo Bender mi obblig anche a imparare a memoria un centinaio di versetti del Vangelo di Giovanni per una gara regionale fra giovani metodisti che aveva lo scopo di stabilire chi riuscisse a recitare il maggior numero di versetti senza sbagliare.
Non ero l'unica giovane metodista di Pendleton a prendere parte alla gara, per fui l'unica ad andare abbastanza bene da passare al turno successivo, e a quello dopo ancora. Alle finali, che si tennero in una chiesa di Batavia, fui una delle tre vincitrici, tutte ragazze, che vennero premiate con una settimana di vacanza estiva al campo biblico metodista di Olcott Beach.
Una settimana di vacanza! Nella mia famiglia nessuno aveva mai visto un campo estivo, e di certo non ci erano andati. Dal catalogo di Sears mi venne comprata una valigia (di cartone ma robusta) che cominciai a riempire subito, settimane prima della partenza. Non ero mai stata lontana da casa, se non si contavano i due giorni in cui ero stata ricoverata all'ospedale di Lockport, per essere operata alle tonsille e alle adenoidi come molti ragazzini della mia generazione.
Dell'infelice settimana al campo biblico ho soltanto il vago ricordo di un'acuta nostalgia di casa e di essermi addormentata piangendo su una branda che puzzava di muffa; ricordo con pi precisione un'altra ragazza nel bungalow a cui ero stata assegnata, Nedra Fischer, di Depew, cos simile a me che sembravamo gemelle, esangue e piagnucolosa, talmente stravolta dalla nostalgia di casa da non riuscire a mangiare l'orribile cibo e da farsi infine venire a prendere dai genitori fra l'invidia di noi tutte. Relegato in uno squallido gruppo di bungalow senza acqua corrente n elettricit in una desolata boscaglia a parecchie miglia dal lago Ontario, il campo biblico prevedeva due incontri di preghiera quotidiani, ore di studi biblici nel pomeriggio e gli inni tutte le sere, attivit di una noia mortale che ricordo come se a subirle fosse stata un'altra persona. Rimpiangevo amaramente di non aver portato qualche libro della biblioteca, da cui trarre conforto nel poco tempo libero che mi rimaneva; nel mio ingenuo entusiasmo non avevo neanche pensato di portare qualcos'altro oltre alla Bibbia che mi aveva dato la mia amica Jean.
 strano che i ricordi di quella settimana a Olcott Beach siano sbiaditi quasi del tutto, mentre i versetti del Vangelo secondo Giovanni persistono nella memoria, anche se a frammenti. Come nelle dita di un pianista, anche dopo decine di anni, rimane il ricordo della musica suonata, cos tutto ci che  stato memorizzato durante l'infanzia rimane nel cervello, chiss dove, in attesa di essere riscoperto e recuperato. Il Vangelo secondo Giovanni  toccante e poetico, e rappresenta ci che all'epoca non avrei potuto identificare come prosa sublime, uguale per potenza alla musica sublime. Soprattutto i primi versetti, prima che cominci la storia di Ges, sembrano essere entrati nella mia immaginazione a un livello profondo, primordiale, al di l del significato e della comprensione...
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto  stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente  stato fatto di tutto ci che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta.
Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perch tutti credessero per mezzo di lui.
Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe...
In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio. Essere una scrittrice significa comprendere che il Verbo  di primaria importanza, pi ancora del senso; e che, qualsiasi cosa si intenda con Dio,  il Verbo che coesiste con Lui.
Ti credi tanto intelligente.
La mia amica Jean Grady, spronata dal reverendo Bender, aveva sperato di imparare a memoria i cento versetti del Vangelo secondo Giovanni ma non ce l'aveva fatta, e mi serbava rancore per questo. Per alcune settimane avevamo studiato insieme, e fin dall'inizio era stato chiaro che non sarebbe riuscita a memorizzare quei versi poetici che nella sua bocca si aggrovigliavano come fili. Di colpo non eravamo pi cos amiche, pur continuando a sedere vicine sullo scuolabus che arrancava lungo le strade di campagna in direzione di Lockport, e naturalmente sedevo accanto a lei in chiesa. (Ci commuoveva, o perlomeno commuoveva me, che qualcuno della congregazione ci scambiasse per sorelle.)
E che shock, adesso, vedere che Jean Grady sembrava odiarmi. Ti credi tanto intelligente.
Oppure, con una smorfia di risentimento, Jean aveva detto: Ti credi cos fottutamente intelligente.
Cosa si risponde a un'accusa del genere? Come si risponde, vedendo tanto livore negli occhi di un'amica?
Sembrava ingiusto che Jean mi incolpasse di essere riuscita a imparare a memoria i versetti e di essere stata nominata vincitrice, perch questo aveva dato lustro alla Chiesa Metodista di Pendleton e certamente aveva fatto piacere al reverendo Bender e alla sua sorridente consorte.
E non era nemmeno vero che pensassi di essere tanto intelligente: altri avevano scelto di definirmi cos, ed erano gli adulti che detenevano il potere. (Alla North Park Junior High di Lockport i miei insegnanti avevano capito che ero una studentessa a cui piaceva moltissimo leggere e andare a scuola. Dopo le miserie della scuola di Tonawanda Creek Road, con una sola maestra esausta e sovraccarica di lavoro, e alunni di cinque classi diverse, ero arrivata in una stupefacente scuola di citt, con tanti insegnanti per ogni classe, ognuno specializzato in una materia, come un missile lanciato da un cannone. Un aggettivo adatto a descrivermi, in quegli anni, sarebbe stato zelante. In ogni materia, nella scuola pubblica, venivano offerti crediti in pi se si accettava di fare compiti in pi, e mai nella mia vita di studentessa ho perso l'occasione di fare un compito in pi, esattamente come un animale affamato non perderebbe l'occasione di rimpinzarsi. Ai compagni che viaggiavano con me sullo scuolabus come Jean Grady non era sfuggito che avevo attirato l'attenzione degli insegnanti, ma fino a quel momento lei non me ne aveva voluto per questo. Restava la migliore, perch era la giocatrice di badminton pi forte; e da allora ogni volta che giocavamo sarebbe stata spietata, decisa a vincere ogni incontro.)
Dopo il campo biblico il mio interesse per la Chiesa Metodista svan in fretta. Mi ero avvicinata troppo ai metodisti, vivendo con ragazze della mia et molto diverse da me e che non sembravano per niente spirituali. L'insegnamento di Ges, amare il prossimo come se stessi, non sembrava essersi radicato nelle menti di quelle ragazze, e si sarebbe rivelato una sfida troppo grande per me che non ero nemmeno sicura di amare me stessa.

2.

Sei mesi pi tardi nonno John Bush mor per un'emorragia polmonare causata da un enfisema dovuto a tutti gli anni passati a lavorare nell'acciaieria di Lackawanna, che pur non pagando bene gli operai li pagava pur sempre meglio di quanto avrebbero guadagnato altrove facendo i fabbri o gli agricoltori.
Per consolare la nonna affranta dal dolore e ringraziare per il privilegio di aver potuto seppellire John Bush a Pendleton, nel cimitero cattolico Good Shepherd, i miei genitori promisero al parroco che avrebbero frequentato la sua chiesa insieme ai loro figli.
A distanza di decenni mio padre ricordava di essersi sentito sminuito dal prete, o addirittura umiliato. Ho dovuto fargli un assegno su due piedi, a quel figlio di puttana.
Figlio di puttana, bastardo: insulti che offendono l'orecchio della classe media e degli ambienti accademici, ma che erano normali nel mondo di mio padre, dove li si considerava poco volgari e dove non indicavano un'ostilit esplicita.
Di l a poco io e mio fratello iniziammo a frequentare le lezioni di catechismo tenute dal prete, che veniva chiamato padre O'Malley, cosa che a noi sembrava strana.
Che stranezza che quello sconosciuto dalle labbra sporgenti fosse padre! Una parola che noi non pronunciavamo mai, perch nostro padre era Pap e non lo avremmo potuto chiamare in nessun altro modo.
Era strano anche che non prendessimo parte a funzioni ma andassimo a messa alle dieci della domenica, nell'austera chiesa di mattoni rosso scuro di Pendleton.
Se ci era possibile andavamo alla messa bassa, perch la messa alta, o solenne era molto pi lunga e complicata. A quei tempi era tutta celebrata in latino, e tradotta nel nostro messale in un inglese piatto e brutto come un occhio senza ciglia.
Che curioso periodo  stato questo nella vita della mia famiglia! Non ho mai provato a spiegarlo a nessuno, perch c'erano molti aspetti che potevano essere motivo di vergogna e sconcerto. Mio padre, che aveva in antipatia qualsiasi tipo di religione organizzata e che era scettico e dubbioso per temperamento, costretto a portare la famigliola, nonch la madre adottiva ungherese di sua moglie, a sentir messa in una chiesa cattolica di campagna...
Come faceva, Fred Oates, a sopportarlo? Senonch ben presto entr a far parte del coro, nella speranza di migliorarne le esecuzioni, e poco dopo padre O'Malley gliene affid la direzione. Nel giro di un paio d'anni divent l'organista ufficiale, cos non sedette pi con la famiglia nel nostro banco e non dovette pi trasalire alle note strazianti dell'organo.
Pur volendo molto bene ai miei genitori, ed essendo incapace di oppormi, non potevo tuttavia non avercela un po' con loro per il fatto di essere stata trascinata in quella nuova chiesa non desiderata, in quella religione. Per costringermi a seguire le lezioni di catechismo come una bambina delle elementari. (D. Chi ha creato il mondo? R. Dio lo ha creato. D. Qual  lo scopo della vita umana? R. Lo scopo della vita umana  conoscere e amare Dio in questo mondo e dimorare con Lui nel prossimo. Quanto avrei voluto ribellarmi a quelle parole preordinate con parole mie e molto diverse!) La sofferenza pi grande era dovermene stare bloccata su una panca affollata, stretta fra mia madre e la robusta nonna ungherese che capiva poco l'inglese e sicuramente neanche una parola di latino, e che durante la messa sembrava avere un'idea molto vaga di quello che le accadeva intorno; oppure, come avrebbe detto mio padre, perplesso: di che cosa diavolo stava succedendo.
Bench avessi smesso di credere negli insegnamenti della Chiesa Metodista, mi mancavano il rozzo organo a pedale e le funzioni. Mi mancavano gli inni protestanti che ti sorprendevano riempiendoti di emozione. Mi mancava la congregazione, molto pi piccola, e il senso di indipendenza: a dodici anni avevo seguito le funzioni da sola, senza i miei familiari. Mi mancava la maggiore partecipazione emotiva dei metodisti i quali non potevano sapere con esattezza, a differenza di quelli della Good Shepherd, ci che la loro guida spirituale avrebbe detto durante la precisa routine della celebrazione.
Alla chiesa Good Shepherd, i fedeli che partecipavano alla messa in latino erano zombie: occhi vitrei, visi assenti, intontiti dalla noia. Senza dubbio per molte mogli e madri la messa alta domenicale era un'occasione per riposare, come mi lasci intendere un giorno la mamma. Come dormire a occhi aperti, riuscendo chiss come a restare seduti dritti sulla dura panca di legno. (E anche gli inginocchiatoi erano di duro legno.)
Pap ormai era immune da quel tedio. Com'era nel suo stile, Fred Oates si era appropriato di un ruolo che gli permetteva di pensare e decidere, e non doveva pi accontentarsi di lasciar vagare il pensiero e fantasticare per un'ora come il resto del piccolo gregge di fedeli. Suonare l'organo sotto il soffitto della chiesa, sopra le teste di tutti, gli dava un grande piacere; immerso nella musica, poteva ignorare completamente lo strano falsetto della voce salmodiante di padre O'Malley.
La pi disumana e soporifera delle attivit religiose  la recita del rosario, ed eravamo costretti a fare anche questo, o almeno a fingere di farlo. Trascinando i piedi fino alla balaustra dell'altare, prendevamo la comunione: Questo  il Corpo e il Sangue di Cristo, prendete, e mangiatene tutti o almeno cos suonava la nostra traduzione. Nessuno sembrava neppure lontanamente consapevole n interessato a ci che poteva significare - cosa avrebbe significato - se il corpo e il sangue di Cristo fossero stati contenuti davvero in una croccante ostia bianca che ti si scioglieva sulla lingua.
Transustanziazione: proprio un miracolo!
In tutti i miei anni cattolici nessuna passione, nessun fervore, nessuna emozione autentica. Nemmeno una lacrima come quelle del reverendo Bender.
Benedicimi, padre. Perch ho peccato.
O era invece: Benedicimi, padre, perch ho peccato.
Oppure, in una variante artistica, Benedicimi, padre... perch ho peccato. Dai tredici ai diciotto anni ho seguito, credo, molte migliaia di messe per rispetto nei confronti dei miei genitori e della promessa che avevano fatto a padre O'Malley a causa del lutto di mia nonna. Per quanto oggi mi sembri bizzarro, e farebbe ridere di gusto chiunque mi conosca bene, in quegli anni andavo anche a confessarmi con tenace senso del dovere; come ogni cattolico apparentemente osservante, scivolavo nell'ombra del confessionale, che assomiglia a un piccolo chiosco, mi inginocchiavo sull'inginocchiatoio duro come un sasso e chiudevo la porticina. Attraverso una grata che sembrava una recinzione per i polli intravedevo il profilo del mio confessore, e lo immaginavo con gli occhi chiusi; un lungo pomeriggio passato ad ascoltare il mormorio delle confessioni dei parrocchiani della chiesa Good Shepherd di Pendleton,a non poteva non stordire un individuo senziente, anche se si trattava di padre O'Malley. In teoria, nel confessionale non si doveva riconoscere il prete dall'altra parte della grata, n il prete doveva riconoscere il penitente. In tono imbarazzato sussurravo Benedicimi, padre, perch ho peccato. Sono passati ... dall'ultima volta che mi sono confessata.
Certamente non passava mai pi di una settimana fra una confessione e l'altra, in quegli anni di prigionia familiare, sotto la (benevola) sorveglianza dei miei genitori.
Anche se si sentiva parlare di penitenti tornati al confessionale dopo anni, o addirittura decenni, trascorsi da non praticanti.
Peccati mortali, peccati veniali. Direi che pochissimi fra i penitenti della parrocchia di Pendleton fossero capaci di peccati mortali (se si escludono quelli contro le leggi ecclesiastiche, come mangiare carne di venerd, che inspiegabilmente era un peccato grave come l'omicidio); doveva piuttosto essere stato un diluvio di peccati veniali a sommergere il prete, banali scorie di vita quotidiana: Mi sono distratta durante la messa, non sono venuta a messa. Non ho obbedito ai miei genitori, ho avuto pensieri impuri, ho detto delle bugie.
Un estremo imbarazzo si accompagnava all'ammissione: Ho avuto pensieri impuri. Per fortuna padre O'Malley non mostrava alcun interesse per quei pensieri (almeno non per i miei) e non mi interrogava per saperne di pi.
In quanto alle bugie: la quantit di bugie dette dalla gente, certamente da me, bugie parziali, banali, insignificanti, di rado rilevanti, doveva essere enorme. Alcuni di noi, soprattutto le femmine, devono coltivare, in teoria fin dalla nascita, una specie di ingegnosa disonest: sorridiamo, sorridiamo felici, sorridiamo molto felici per rassicurare gli altri, per comunicare che stiamo bene, che siamo davvero contente; sorridiamo per dire agli altri che non abbiamo alcun motivo di critica nei loro confronti, nessun disaccordo, in effetti che non abbiamo proprio alcun pensiero che contrasta con il loro. Magari questi sorrisi non sono vere e proprie bugie, dato che non contemplano l'uso delle parole.
Pu anche darsi che in altre parrocchie, sotto l'occhio vigile di altri sacerdoti, al penitente fosse richiesto di riferire i suoi peccati nei dettagli, ma padre O'Malley, che probabilmente era sordo da un orecchio o da tutti e due, non indagava. Nonostante tutti i suoi limiti, non si comportava n da voyeur n da sadico (almeno non con me, ma forse io non gli interessavo). Nel libro di preghiere per i giovani c'era un'utile appendice in cui erano elencate tutte le categorie di peccati, e io la sfogliavo prima di ogni confessione, in modo da scovare un numero ragionevole di peccati da snocciolare. (Non dovevo mai confessare il peccato di blasfemia. Per me era quello pi facile da evitare. Uno che invece confessavo ripetutamente era Mi sono distratta durante la messa.)
Dopo un adeguato intervallo, quando dalla fedele non arrivavano altri peccati, padre O'Malley pareva risvegliarsi per dare l'assoluzione e mormorava Devi dire un Padre nostro e cinque Ave Maria, o una penitenza equivalente, e finalmente si era arrivati in fondo a quell'ordalia, almeno fino alla confessione successiva.
Padre O'Malley era un uomo di mezza et, calvo e cicciottello, che sembrava spesso perdere il filo durante le sue omelie sconclusionate che per vocabolario e sintassi erano adatte a fedeli con un'et mentale da bambini delle elementari. Non conoscevo ancora la parola per definire le sue guance lucide e rosse e il reticolo di capillari sul naso: couperose. La grossa pancia da bevitore di birra tendeva il tessuto nero della tonaca; nelle settimane di quaresima la pancia diminuiva ed entro la domenica di Pasqua era sensibilmente ridotta. Ma dopo la Pasqua, al termine dei digiuni quaresimali, tornava inesorabile. (Non sono sicura che avrei notato questo particolare eccentrico se gli altri non lo avessero commentato con una certa ilarit.) In padre O'Malley, che con ogni probabilit era un perfetto rappresentante dei parroci della sua epoca, il cristianesimo si era ridotto alle censure, ai riti, alle devozioni e ai dogmi della Santa Romana Chiesa, che era incontestabilmente l'unica vera Chiesa; e le sue tendenze politiche, specchio dei pregiudizi genericamente anticomunisti e antiliberal di quegli anni, trasparivano nelle omelie in cui biasimava la vita moderna, sinonimo di peccaminosa. (Si era ai tempi della Catholic League of Decency che metteva al bando i film discutibili. Film come La vergine sotto il tetto di Otto Preminger del 1953, per esempio, che i cattolici non potevano vedere senza commettere peccato mortale.)
Decine d'anni dopo, quando si scopr fino a che punto erano diffuse le molestie sessuali e la pedofilia nella Chiesa Cattolica e quanti parroci non molto diversi da Padre O'Malley erano coinvolti in casi di abusi sessuali e relativi insabbiamenti, rimasi sbalordita: com'era possibile? I sacerdoti che avevamo conosciuto alla Good Shepherd sembravano pi automi o sonnambuli che uomini capaci di passioni, o persino di emozioni; era difficile immaginarli dediti a comportamenti viziosi, fatta eccezione per l'alcol e il cibo. Quanto era plausibile che persone cos annoiate e noiose potessero commettere peccati tanto crudeli?
E cos capita spesso che ex cattolici esclamino, parlando fra loro: Ma noi non ne avevamo idea... e voi? Nessun cattolico di mia conoscenza, praticante o meno, ha mai dichiarato di aver saputo della pedofilia nella Chiesa, n direttamente n indirettamente. Eppure, se dobbiamo credere ai media, queste cose terribili avvenivano di continuo intorno a noi; in altre parrocchie per, non nella nostra.
L'esperienza di chi  nato nella Chiesa Cattolica Romana e che frequenta una scuola confessionale dove insegnano preti e suore in genere  molto diversa dall'esperienza di cui sto parlando in queste pagine. A me sono stati risparmiati gli eccessi della dottrina cristiana di cui molti autori hanno scritto in maniera cos convincente... si veda James Joyce, per esempio; io sono arrivata tardi alla religione, gi troppo scettica, a dodici anni, per prenderne sul serio la complessa cosmologia, e piena di risentimento e incredulit per il fatto di dover fingere il contrario. Trovavo molto difficile credere nel peccato - trovavo molto difficile credere che esistesse un Dio minimamente interessato al fatto che avessi mangiato carne di venerd, o inavvertitamente leccato una goccia di pioggia prima di ricevere la comunione - trovavo molto difficile credere che esistesse un Dio coinvolto nelle faccende umane. (Dov'era la prova? Nei terremoti? Negli uragani? Nella poliomielite? Nella tosse convulsa di mio nonno che gli lacerava i polmoni?) La figura di Ges Salvatore, che nella Chiesa Metodista era cos diretta, nel cattolicesimo pareva essersi ritirata, per lasciare il posto alla sua rappresentazione sotto forma di statue repellenti con la testa insanguinata e il cuore esposto nel petto squarciato. Questo Ges non era un amico.
Se non avessi voluto tanto bene ai miei genitori, e se non fosse stato perch non li volevo far soffrire, avrei abbandonato la chiesa durante la soporifera predica di padre O'Malley per non tornare mai pi. Ma sapevo cosa avrebbe detto mio padre: Abbiamo dato la nostra parola.
Quanta parte della religione consiste nell'onorare i genitori? Nel desiderio di non turbarli, non offenderli, non deluderli?
La brava ragazza  quella con il sorriso rassicurante, anche se insincero.
Non potevo deludere i miei genitori, che avevano adottato la nuova religione con le migliori intenzioni. Non potevo turbarli, n tantomeno umiliarli agli occhi della gente. La religione, per noi, era una specie di farsa familiare in cui ognuno tacitamente conveniva di non mettere in discussione l'integrit dell'altro e non ammetteva crepe nella propria. Li ho giudiziosamente seguiti a messa, una domenica dopo l'altra, per anni; e continuai ad andare a messa quando studiavo alla Syracuse University, magari non tutte le domeniche ma spesso, cos che, anche da lontano, non violavo la promessa che i miei genitori avevano fatto in un momento di disperazione.
Un giorno, poco pi che ventenne e gi indipendente, smisi di andarci e basta. Basta con i balbettii delle confessioni! Basta con le finzioni! Persino nel 1993, mentre scrivevo il mio romanzo pi cattolico, Per cosa ho vissuto, non riuscivo ad andare a messa, anche se a quel punto veniva celebrata in inglese - ci avevo provato, ma senza successo.
Eppure, paradossalmente, fu dopo i venticinque anni, quando insegnavo letteratura inglese alla University of Detroit, un'istituzione retta dai gesuiti, che scoprii un tipo di cattolicesimo - intellettuale e filosofico, da uomini di lettere - che teoricamente non mostrava alcuna somiglianza con la religione bigotta e provinciale della mia infanzia; annoveravo fra i colleghi e i conoscenti della University of Detroit parecchi gesuiti, uomini di grande intelligenza, arguti, affettuosi, carismatici, che diventarono miei amici. Come ammiravo quegli uomini, cattolici impegnati che si erano conquistati il dottorato e scrivevano ottimi libri! Dov'erano, mi chiedevo, quei sacerdoti, quando ero cattolica? Avrei amato di pi la Santa Romana Chiesa, se alla Good Shepherd di Pendleton fosse stato assegnato uno di loro? (Ma i gesuiti non diventano parroci, ovviamente. I soldati della Compagnia di Ges hanno ambizioni pi elevate delle prediche domenicali.)
All'epoca di quella rivelazione avevo smesso da un pezzo di credere.
Ci che ricordo pi nitidamente sono l'ottusit e la capacit obnubilante della fede dogmatica imposta a giovani menti animate da una naturale curiosit. Un incubo per una persona giovane, intrappolata nei suoni ripetitivi della messa in latino! Comunque, in quegli anni sono stata una coscienziosa ragazza cattolica che ogni domenica poteva rifugiarsi per un'ora nei sogni a occhi aperti, nei pi intensi e fantasmagorici sogni a occhi aperti, da annotare poi su un taccuino, oppure da battere a macchina sulla Remington (manuale) che nonna Blanche mi aveva regalato per il mio quattordicesimo compleanno. Quante storie e poesie sono nate dalla noia della panca! Lo scrittore cattolico impara per disperazione a trovare l'ispirazione dove pu, in un gesto di sfida contro chi ci vorrebbe intrappolare nella sua rete.
a. Il pi famoso, o meglio famigerato, parrocchiano della chiesa Good Shepherd deve essere stato Timothy McVeigh, l'attentatore di Oklahoma City, che da bambino andava l a messa in compagnia del padre, William McVeigh, quando ci andavano anche i miei genitori, negli anni Settanta. (NdA)

I fanali: la prima morte.
Perch fare una cosa simile? Non  una buona idea.
Ma nessuno sa, perci nessuno chiede. Perch nottetempo scivolo fuori dal retro della casa immersa nel buio.
Mentre percorro il vialetto di ghiaia che porta alla statale dove all'ombra dei sempreverdi rimango a guardare i fanali su Transit Road.
A volte pioviggina. Sopra di me un cielo a macchie e dietro le nuvole la faccia della luna intensamente luminosa.
Al pari di una sonnambula che  stata svegliata. Di sera, dopo la mezzanotte, in questo luogo, dove un simile comportamento sarebbe percepito (dagli adulti) come aberrante, in un certo senso ribelle.
Gli adulti di casa si preoccupano se scoprono che non siamo a letto all'ora in cui dovremmo esserci. Non possono controllare, o monitorare, il nostro sonno; non hanno idea di quanto lontano andiamo nei sogni... per lasciare la casa addormentata e avventurarsi fuori, da sola,  un gesto audace.
L'insonnia inizia nella prima adolescenza. Il cervello si affolla, il polso accelera. Eccitazione nel rendersi conto che: Qualcosa sta per accadere!
Dal nulla  arrivata questa strana malia che durer per anni, fino a quando lascer per sempre la casa di Transit Road.
Una malia che mi spinge ad aggirarmi furtiva nella notte - fermandomi all'estremit del vialetto di ghiaia che porta al garage - guardando i fanali di automobili sconosciute fin dal loro primo apparire oltre l'incrocio fra Transit Road e Millersport Highway (verso sud) o il ponte sul torrente Tonawanda in direzione di Lockport (verso nord). Luci dapprima appena visibili, simili a deboli stelle, che si ingrandiscono a poco a poco, e poi di colpo sono pi grandi - come se i veicoli stessero accelerando - e i fari quasi accecanti... fino a quando improvvisamente il veicolo  passato e adesso ci sono le rosse luci posteriori che si allontanano.
Di notte, fra tutti i veicoli, gli autobus della Greyhound sembrano i pi colmi di romanticismo. Perch sono stata spesso una passeggera di questi autobus, diretta a Lockport e poi di ritorno a Millersport, ma perlopi di giorno; raramente di notte. (La stazione degli autobus di Lockport, in una strada secondaria parallela a Main Street, non  un luogo sicuro o confortevole per una ragazza o una donna che viaggia da sola dopo il crepuscolo.)
Perch sono affascinata dai fanali su Transit Road?  la contemplazione della casualit pura e semplice, del caso fortuito? L'incrocio, casuale, delle vite? La mente si nutre essenzialmente di controllo; se sei una scrittrice  il controllo che eserciti sul tuo lavoro, attraverso la scelta del linguaggio, la disposizione delle scene, il raggiungimento di un finale... Ma  probabile che la vita vera sia ci che sfugge al nostro controllo, ed  insondabile. Cos, sono affascinata dal fenomeno dei veicoli sconosciuti che superano a tutta velocit casa nostra, ma che di giorno mi strapperebbero a stento un'occhiata.
In questo ricordo c' qualcosa di malinconico. La ragazza  la figura di un quadro di Hopper che non  mai stato dipinto. La ragazza  travestita da ragazza (giovane, solo questo), ecco la spiegazione.
 in questi momenti che sento pi forte la mia solitudine, che  molto diverso dal sentirsi sola.
Sentirsi soli ci fa diventare pi deboli. Essere soli ci d autonomia e potere.
Essere soli ci rende molto pi importanti di come siamo in mezzo a chi sostiene di conoscerci.
Se ci hanno dato un nome,  ragionevole che credano non soltanto di conoscerci, ma addirittura di possederci.
 un dato peculiare della mia giovane vita che io subisca il fascino dell'Altro; incantata come sono dalla prospettiva di esistenze misteriose che mi circondano, alle quali non ho un (effettivo, letterale) accesso. La fantasmagoria della cosiddetta personalit: perch siamo, ma anche perch siamo cos diversi l'uno dall'altro.
Penso a queste cose quando sono sola. Soprattutto quando sono sola di notte. Insonne nella mia stanza, che adesso, dopo la morte del nonno,  una camera da letto al primo piano della fattoria, con un'unica finestrella che si affaccia su un piccolo riquadro dell'esterno. Per vedere il cielo notturno devo inginocchiarmi sotto questa finestrella e allungare il collo per meglio guardare all'ins. Spesso non c' niente da vedere, perch il cielo  annuvolato.
 possibile che i miei vagabondaggi notturni siano cominciati come reazione alla morte del nonno. Perch  la prima morte.
 possibile che questa insonnia iniziale, un'irrequietezza del cervello, un improvviso e profondo desiderio di non essere a letto, con le coperte che pesano sulle gambe e i piedi, abbia a che vedere con la prima morte.
Una morte in famiglia  un'assenza repentina e orribile. Una presenza che ti  familiare come la tua faccia allo specchio  improvvisamente scomparsa.
Come oltrepassare una soglia e scoprire che il pavimento non esiste, non c' niente in serbo per te, e che cadrai, cadrai...
La prima morte  una consapevolezza che non riesci ad accettare, da bambina: che  soltanto la prima, ce ne saranno altre.
La fattoria, gli edifici agricoli, la fucina nel fienile... sono tutti cos strettamente collegati a nonno Bush, che difficilmente posso immaginarli senza di lui.
Eppure, rimarranno. Gli attrezzi da fabbro coperti da strati di fuliggine; in un angolo del vecchio fienile una pila di ferri di cavallo rotti.
Molto tempo dopo la sepoltura del nonno nel camposanto della chiesa cattolica Good Shepherd, rimarranno.
Era arrivato il suo momento, dicevano.
John Bush mor misteriosamente, o almeno cos parve a me. All'improvviso il nonno ungherese tossiva sempre pi di frequente e molto pi forte di prima; la sua sfrontata prepotenza si attenu, e persino la mole fisica sembr ridursi. La nonna non era pi dominata dall'energico marito ma terrorizzata da quello che gli stava succedendo, che colse di sorpresa anche lei.
Enfisema, dissero. Polmoni perforati che sanguinavano per colpa delle minuscole particelle di ferro, dell'aria inquinata respirata per anni alla Lackawanna Steel.
Non c'era niente che si potesse fare, era arrivata la sua ora.
Sono troppo giovane e troppo spaventata dall'assenza del nonno per pormi domande sulla sua morte. Decisamente troppo giovane, per chiedermi perch John Bush, cos circospetto e cocciuto, avesse dovuto lavorare in simili condizioni. Perch avesse ritenuto di dover lavorare in simili circostanze. Decenni dopo una morte come la sua sarebbe stata definita una morte bianca.
Ma adesso ci si doveva accontentare del fatalismo contadino: la sua ora.
Sono troppo giovane per essere arrabbiata a nome di mio nonno. Con il tempo, forse. Adesso no.
Adesso mi basta farmi strada attraverso la casa buia e addormentata, aprire la porta sul retro senza fare rumore, e uscire nella notte... A volte, uno dei gatti mi si avvicina. C' un che di curioso nel modo in cui un gatto ti si avvicina quando spunti fuori in un'ora imprevista, con una specie di intensa vivacit, e un miao. Come se per un momento le categorie si confondessero, e il gatto dovesse determinare se sei (ancora) una persona, o un gatto anche tu. Sei uno di noi?
Sono i fanali che attirano, sulla strada. Il mistero di come i veicoli sembrino comparire dal nulla nella notte e passarmi accanto ignari della mia presenza. Sono nascosta, invisibile. Eppure sono qui... perch? Cosa mi ha attratto?  per qualche motivo importante che io sia qui, anzich nel mio letto?
Quasi tutti i veicoli notturni sono automobili. Perlopi, dentro c' quasi sempre un'unica persona, il conducente.
A volte tuttavia intravedo una seconda persona sul sedile del passeggero e provo un'improvvisa fitta di invidia: Chi sei tu? Perch viaggiate insieme a quest'ora? Vi amate?  questa la ragione per cui siete insieme di notte... perch vi amate? E perch state percorrendo Transit Road? Qual  il vostro aspetto, che cosa state pensando, dove vivete, dove siete diretti...
Un istante dopo, le luci rosse si allontanano.

Il Brush.
Un tempo, prima che io nascessi, era iscritto all'IWW, Industrial Workers of the World. Anche se negli anni Venti aveva dovuto dirottare la sua lealt dagli Wobblies, come venivano chiamati familiarmente, all'AFL (American Federation of Labor) per poter lavorare alla Lackawanna Steel, nonno Bush non perse mai la convinzione sacrilega che i lavoratori - con i quali intendeva gli uomini, e uomini come lui - dovessero gestire e trarre profitto dai mezzi di produzione.
Il fatto che quel nonno fanfarone - che sapeva a malapena leggere e scrivere - immaginasse la possibilit di un'autogestione delle acciaierie da parte di qualcuno come lui o proprio da lui in persona, era una fonte continua di divertimento per mio padre, dotato di una mentalit realistica (iscritto alla UAW, United Auto Workers). Comunque pap non discuteva di politica con il suocero bestemmiatore e irascibile.
Per via dei basettoni grigi che gli spuntavano dalle mascelle, mio padre lo chiamava il Brush,a non in faccia - era preferibile non contrastare quell'uomo che quando sorrideva, mostrando i denti molto macchiati, incuteva terrore. Di lui si diceva che, al tempo in cui era maniscalco, colpiva con un pugno il cavallo sul muso per tenerlo buono mentre lo stava ferrando; era davvero forte e sembrava non rendersi conto dei limiti della sua forza. Era sgarbato, ottuso, ostinato; era un gran bevitore (whiskey, sidro forte bevuto dalla bottiglia di ceramica smaltata che portava a tracolla); masticava tabacco (Mail Pouch) e fumava sigarette che arrotolava con un attrezzo rudimentale che spargeva briciole nella sua scia, sempre sotto i piedi, in cucina; brandiva la mazza con un movimento ad arco possente, grugnendo; il rigonfiamento delle vene e delle arterie del collo si vedeva appena. Sotto la tuta con la pettorina indurita dalla sporcizia portava una calzamaglia fino al collo color grigio piombo, che ai polsi mostrava il sudiciume. Era meglio non pensare a come doveva essere sporco e macchiato il resto di quell'indumento intimo. Si lavava le mani (luride) con uno speciale sapone granuloso grigio, il 20 Mule Team Borax. (Mia madre mi avvertiva di non usarlo mai, perch conteneva sabbia: Non  adatto alle mani di una ragazza.) Il nonno aveva un odore penetrante... l'alito del fumatore misto al puzzo dei denti cariati; il corpo non lavato, un palinsesto di sudori. Eppure, incredibile a dirsi, John Bush era un bell'uomo. Aveva sopracciglia scure e folte, a ciuffi, e folti capelli ispidi. Gli occhi erano neri, da gitano. I baffi fitti gli scendevano sopra le labbra, la barba si allargava fino a met torace. Il tronco assomigliava a una botte piena di qualcosa di pesante e ingombrante, tipo dei chiodi. Parlava un inglese stentato con un forte accento e una particolare veemenza, come se lo sforzo stesso di parlare fosse una specie di ridicolo scherzo. Ed era anche un giocherellone, sapeva scherzare. La sua risata imitava il mantice della sua fucina... improvvisa, espansiva, sonora. Anche se appariva troppo spavaldo e aggressivo per rendersi conto degli altri, in realt si accorgeva se un bambino era troppo timido, o si nascondeva - perch non potevi nasconderti da nonno Bush, fondamentalmente. Il Brush ti trovava sempre.
Spesso mi passava le dita callose fra i riccioli, e rideva della paura che mi incuteva. Mi faceva il solletico ai fianchi... una sensazione indistinguibile dal dolore. Com'era divertente far scappare via la piccola piagnucolosa Joyce!
Mio nonno non era uno che maltrattava i bambini. Diciamo che era indifferente ai loro sentimenti. Non badava ai bambini come non badava agli animali; al massimo si arrabbiava se un animale era troppo ostinato, o per il comportamento dei cavalli che era suo compito ferrare; oppure lo divertivano, come il signor Gallo che camminava tutto impettito.
Ricordo il nonno che torce il collo a una gallina dalle piume rosse? Una di quelle galline che chiocciano in preda al panico? Se chiudo gli occhi vedo questa scena orribile, quindi  meglio non chiuderli.  pi saggio spostare lo sguardo, in lontananza.
Che quelle dita ruvide non ci siano pi  un sollievo. Eppure c' una specie di paura che stringe lo stomaco all'idea che quelle dita ruvide siano scomparse per sempre.
a. Brush significa pennello, spazzola; il pap di Joyce lo usa in un gioco di parole con il cognome del suocero: Bush. (NdT)

Un mistero irrisolto: l'amica perduta.

1.

Un mistero irrisolto  una spina nel cuore.
Sono trascorsi cinquantasette anni! Eppure continuo a pensare alla mia amica con un sentimento di attesa e timore.
Come se Cynthia non fosse ancora morta. Come se io potessi fare qualcosa per impedirle di morire.
Avevamo entrambe compiuto da poco diciotto anni, l'ultima volta che ci siamo viste, alla fine dell'estate del 1956.  passata davvero un'eternit.
Joyce, che cosa ti  successo! Sei cos... cambiata...
Raccontami che cosa  successo in tutti gli anni in cui non ci siamo viste.

2.

Tu es mon amie.
Cos mi parlava Cynthia, in maniera ellittica. Durante la lezione di francese, scribacchiando su un foglietto.
Et tu es mon amie, rispondevo audacemente, con uno svolazzo, sullo stesso foglietto.
Eravamo studentesse modello, sempre preparate e affidabili, e la nostra insegnante, madame Henri, non si accorgeva dello scambio di bigliettini.
Nella nostra lingua non avremmo potuto esprimerci cos schiettamente. In francese non era chiaro cosa dicevamo, e nemmeno che cosa significasse davvero.
Dopo la sua morte, mi sembr che Cynthia fosse stata la mia amica pi cara, ma che (tipico da parte sua) lei non se ne fosse mai resa conto. Mi sembrava che la sua morte, quel suo andarsene cos improvviso e irrevocabile, il rabbioso disgusto di s che aveva fatto precipitare la sua fine, persino la scelta di un modo di uccidersi particolarmente orrendo e tragicamente feroce fossero colpa mia, in un certo senso, o che avrebbero dovuto esserlo.
O forse era solo che nel mio dolore, anch'esso pieno di rabbia, avrei voluto disperatamente che fosse stata colpa mia.
Perch ti sei uccisa, Cynthia? A chi altri speravi di fare del male?

3.

Mia madre dice...
Indirettamente, con un sorriso timido, Cynthia mi interpellava con queste parole.
Mia madre dice che puoi venire a cena da noi, una di queste sere, e fermarti a dormire, se vuoi.
Cos, se l'invito fosse stato respinto - possibilit alquanto remota - a essere respinto non sarebbe stato il suo invito, ma quello della madre.
Fermarmi a dormire a casa di una compagna di liceo per me era un'esperienza intensa, che presentava non poche difficolt, e un'offerta che non potevo declinare. Parlavo di quegli inviti a mia madre con tremula fierezza, sapendo che ne sarebbe stata felice per me, anche se probabilmente non senza apprensione.
Quando ero stata invitata a una festa di compleanno a casa di un'altra amica, il cui padre possedeva una fabbrica di piccole componenti per auto a Buffalo, il mio, di solito bonario, si era accigliato e aveva detto: Sembra gente con le tasche ben foderate.
Gente con le tasche ben foderate. Non avevo mai sentito questa espressione e non l'ho pi sentita in seguito. Come mi era suonata banale e meschina! Pur volendo bene a mio padre provai un senso di imbarazzo all'idea che ragionasse in quei termini, sminuendo con rozza crudelt la complessit delle mie amicizie intime con ragazze che, nonostante le condizioni economiche delle loro famiglie, in molti aspetti cruciali non erano diverse da me.
Comunque mi era sempre stato chiaro, com'era chiaro ai miei genitori, che la distanza fra Millersport e il sobborgo di Buffalo dove andavo in autobus per frequentare il liceo era ben pi grande di quanto avrebbero potuto far supporre quelle diciotto miglia.
La mia vita era radicalmente cambiata quando il distretto scolastico della Niagara County decise, dopo il mio primo anno alla North Park Junior High, di non portare pi la mezza dozzina di studenti dalla Erie County ai licei statali di Lockport, bench tutti abitassimo molto pi vicino a Lockport che a Buffalo. Di colpo, un decreto ufficiale, un capriccio del destino, che all'epoca giudicai catastrofico, mi fece passare da una scuola mediocre all'ottimo liceo dei sobborghi benestanti di Buffalo, dove gli studenti venivano preparati per entrare nelle migliori universit del paese. A Lockport era normale che i ragazzi abbandonassero gli studi, e praticamente quasi nessuno proseguiva fino al college; l il destino mi avrebbe consentito al massimo di sperare in una borsa di studio per il Buffalo Teachers' College, per poter poi insegnare in una scuola pubblica non diversa da quella di Lockport. Se non fossi stata trasferita in quell'ottimo liceo non sarei mai entrata alla Syracuse University con una borsa di studio New York State Regents, e da l alla University of Wisconsin-Madison, dove conobbi Raymond Smith, che avrei sposato nel 1961; non sarei mai arrivata a Princeton dopo un percorso tortuoso, e sicuramente non sarei mai diventata una vera scrittrice; ed  molto improbabile che avrei scritto questo memoir.
Pensando a Cynthia Heike morta cos giovane, a diciotto anni, penso a quell'altra vita. Per ciascuno di noi, una successione di altre vite non vissute.
La vita non vissuta di Cynthia avrebbe avuto a che fare quasi sicuramente con la medicina, la scienza medica. Io, pi modestamente, non me ne sarei mai andata dalla Niagara County, accontentandomi di una carriera di insegnante nelle scuole pubbliche, un buon traguardo, avrebbero pensato molti, per qualcuno che veniva da una famiglia dove nessuno (fino ad allora) aveva proseguito gli studi dopo i quattordici anni.
Capriccio del destino: abbassare la maniglia di una porta che credevi chiusa. Invece si apre, e tu entri.

4.

Odio il mio corpo. Vorrei che esistesse un modo per uscire da questo corpo schifoso come un serpente che fa la muta.
Nell'oscurit della sua camera Cynthia aveva parlato all'improvviso, con impeto. Anche se ero sveglissima, finsi di dormire, perch mi sembrava la tattica pi sicura.

5.

Biologa ricercatrice, credo. Oppure... clinico, come mio padre.
Era la prima volta che sentivo il termine clinico. Mi sconcertava il fatto che non avesse usato la parola medico.
Scientific American arrivava a casa degli Heike indirizzato al Dr A. Emmet Heike. Cynthia portava a scuola quella rivista con la copertina incredibilmente patinata - una fotografia ingrandita di microbi, per esempio, immagini di galassie lontane di accecante bellezza - per darla a me.
Quando leggevo le lunghe, cupe tragedie di Eugene O'Neill con la loro prosa antiquata, lei, coraggiosamente, prov a leggerne un paio: La scimmia villana, Il lutto si addice ad Elettra.
Discutevamo degli articoli pubblicati da Scientific American? Discutevamo delle opere teatrali di O'Neill?
Io ero rimasta incantata gi dai loro titoli. Anna Christie. Arriva l'uomo del ghiaccio. L'imperatore Jones. Desiderio sotto gli olmi. Strano interludio. Lunga giornata di viaggio verso la notte. L'edizione rilegata delle opere di O'Neill era enorme, almeno ottocento pagine coperte di fitti caratteri a stampa. Quando la presi in prestito dalla biblioteca scolastica vidi che la scheda era vuota: il mio sarebbe stato il primo nome. Con ostinazione, continuai a leggere anche quando capivo ben poco di quel che leggevo. Certo non avevo idea di come potessero essere messe in scena opere teatrali cos ostiche.
La scimmia villana fu quella che mi affascin di pi, perch mi riportava alla memoria il ricordo doloroso del nonno (adottivo) ungherese, John Bush.
Leggendo, era il Brush che vedevo. Bruta vanit animale e orgoglio, e un improvviso crollo fisico. Sconfitta e disperazione. I miei occhi si riempivano di lacrime. Non l'avevo conosciuto davvero, il nonno, e non avevo pianto alla sua morte; vedere la nonna molto addolorata e la mamma improvvisamente agitata mi aveva molto scossa.
Cynthia comment cos, con freddezza, una delle opere che aveva letto: Parla di sesso.
Sesso? Non me ne ero accorta.
Tutti quei discorsi che non finiscono mai, chiunque siano quelle persone, se si tratta di un uomo e una donna parla di sesso.
Rimasi scioccata da quella sua osservazione pratica; nel nostro mondo di ragazze non si pronunciava la parola sesso con tanto candore... anzi, non la si pronunciava per niente.
Un'interpretazione cos semplice della grande letteratura non mi sembrava plausibile; i lavori teatrali di Eugene O'Neill erano talmente complessi, richiedevano molte riflessioni solo per capire chi erano i personaggi, cosa succedeva, a cosa alludevano, a volte con mano pesante per mai con chiarezza...
Cynthia mi interruppe bruscamente: In biologia tutto riguarda il sesso. La riproduzione della specie. Le leggi della biologia valgono anche per gli uomini e le donne.

6.

La prima persona nella mia vita che si era suicidata.
La prima persona della mia et, fra coloro che conoscevo, a morire.

7.

Ecco qual  il paradosso della memoria: la visione retrospettiva, che  la sua forza,  anche la sua debolezza.
Perch l'ombra di ci che sar in futuro oscura la persona che ricordiamo.
Simili a nuvole-ombre che corrono sulla terra. L'ombra della sua morte prematura cade sopra Cynthia Heike.
E come riesce difficile adesso rivederla mentre sorride! Eppure quando stavamo con lei perch era una nostra compagna di liceo Cynthia sorrideva spesso, naturalmente. Nessuno avrebbe potuto prevedere il suicidio, cos giovane, un pensiero che avrebbe suscitato la nostra incredulit.
In classe, la mano di Cynthia si alzava spesso. Gli insegnanti la rispettavano e la ammiravano, e a volte temevano le sue battute, certi commenti beffardi che provocavano sorrisi e risatine fra i compagni di classe. La sua intelligenza era un'armatura difficile da penetrare. (Pensavo: Ovvio,  figlia di un medico. Pensavo:  la sicurezza che viene dalla ricchezza. Tu non puoi nemmeno immaginarla.)
Eppure Cynthia Heike non dava l'impressione di prendersi troppo sul serio.
Prendersi troppo sul serio: nessuno voleva essere accusato di questo.
Essere piene di s - non era l'ideale.
Cynthia Heike rideva spesso di se stessa. I fumetti e le caricature che disegnava non risparmiavano l'autrice, che esagerava le dimensioni del proprio naso e le narici frementi, l'occhio sinistro vagante, la massa di capelli crespi, mentre altri difetti fisici non venivano evidenziati. Eseguiti rapidamente sul suo taccuino a spirale, nella mensa scolastica o in classe, ai nostri occhi quei piccoli disegni erano molto maturi, belli quanto le strisce dei fumettisti veri, come Pogo e Dick Tracy. Per me fu rivelatore (e umiliante) vedermi in un'abile caricatura di Cynthia Heike sul giornale della scuola - profondi cerchi scuri sotto gli occhi da gufo, naso a becco, un sorriso che sembrava una smorfia e una profonda fossetta su una guancia - Oatsie.
(La prima caricatura di te che vedi  davvero una rivelazione: tutti i difetti e le idiosincrasie che immaginavi di essere riuscita a nascondere, e allo specchio hai imparato a non vedere, sono esposti al pubblico ludibrio. Guarda, sei proprio tu!)
(Com' strano scrivere: Oatsie! Nessuno, n prima n dopo di lei, mi ha mai chiamata con questo nomignolo buffo e affettuoso che mi riempie gli occhi di lacrime. Non guardo i miei annuari scolastici da molto tempo, ma immagino che sotto la mia foto la didascalia dica Oatsie. E sotto la sua fotografia, pi composta e seria: Cynthia Heike.)
In effetti  possibile che Cynthia Heike fosse - giustamente - arrogante per la sua intelligenza e i suoi voti in scienze e matematica; in quanto figlia di un medico, osava considerarsi alla pari di qualunque studente della classe, qualsiasi maschio, intendo.
Era un'epoca in cui si riteneva che i maschi fossero pi intelligenti delle femmine. Allo stesso tempo era anche un'epoca in cui ragazze particolarmente intelligenti e dotate di talento - nella nostra classe Cynthia Heike, Lee Ann Krauser, e poche altre - venivano trattate eccezionalmente in modo diverso, come fossero/fossimo maschi onorari.
Nella primavera dell'ultimo anno Cynthia Heike ricevette una borsa di studio della University of Rochester, dove sarebbe andata a studiare biologia e prepararsi per la facolt di Medicina; io ottenni una borsa di studio dalla Syracuse, dove mi sarei iscritta ai corsi di letteratura americana e giornalismo. I campus di Rochester e Syracuse erano talmente vicini che ero sicura che io e Cynthia ci saremmo viste spesso.
Saremmo andate a sentire i concerti, ci promettemmo a vicenda. Avremmo visto i film stranieri.

8.

Bach, Sonata per violino. Robert Schumann, Sinfonia numero 1 in si bemolle. Cynthia Heike, violino. Lee Ann Krauser, pianoforte.
Sedevo sola nella seconda fila dell'auditorium della scuola. Sedevo sola nella seconda fila dell'auditorium, e trattenevo il respiro.
Come se la mia testa fosse stretta in una morsa, non riuscivo a distogliere gli occhi dalla mia amica Cynthia Heike, cos esposta sul palcoscenico illuminato, in un abito di maglia nera lungo fino alle caviglie, la spalla destra alzata, la testa china e la fronte aggrottata mentre muoveva agile l'archetto sul violino lucido; al di l del ronzio del sangue che mi pulsava nelle orecchie sentivo fluire limpide le note, eseguite impeccabilmente, anche se forse un po' troppo veloci, come se la violinista fosse senza fiato e anche il suo cuore battesse veloce. E dietro di lei l'accompagnatrice al pianoforte, che sembrava quasi non arrivare ai pedali, anche lei vestita di nero, ma di un fresco taffet con un fiocco alla cintura, le spalle sottili curve e la piccola testa bionda china in avanti, suonava note meno forti, quasi inudibili, cos familiari che le mie dita involontariamente si muovevano con le sue.
 sempre un piccolo shock quando la musica finisce, all'improvviso. Quella battuta di ansioso silenzio prima che l'applauso nasca, e cresca.

9.

Gelosa. Non gelosa.
 probabile che, volendo, potrei contare le volte in cui Cynthia Heike mi ha invitata a cena e sono rimasta a dormire da lei. (La casa degli Heike si trovava nel Nord dello stato, abbastanza lontana dalla mia da non giustificare un cos lungo viaggio in auto, almeno a quei tempi.) Ma non riesco a costringermi al malinconico conteggio, la mia memoria  frantumata dalle interferenze come una lontana stazione radio.
Anche il ricordo della prima volta a casa loro  confuso. L'esperienza vissuta sotto il microscopio  rievocata attraverso un telescopio.
La grande villa di mattoni rossi in stile coloniale con le imposte bianche e un tetto di tegole molto spiovente sorgeva in mezzo a un boschetto di sempreverdi, lontano dalla strada. Vedendola la prima volta dal sedile posteriore dell'automobile della signora Heike che imboccava il vialetto, l'avevo fissata incredula.
Detesto vivere qui. Sullo stupido campo da golf suburbano. Dal sedile del passeggero, Cynthia aveva parlato con aria disgustata.
Ero gelosa delle amiche di Cynthia che come lei vivevano nel Village (lo chiamavano cos), e che lei conosceva fin dalla scuola materna? Ero particolarmente gelosa della sua amica Lee Ann Krauser, che abitava l vicino, in un prestigioso quartiere residenziale, e che, come lei, era una studentessa modello e una giovane musicista di talento? (Cynthia aveva cominciato a studiare il violino a sei anni, Lee Ann suonava il clarinetto pi o meno da altrettanto tempo. Entrambe suonavano il pianoforte meglio di me bench, almeno in teoria, a scuola fossi io la pianista, e nessuna delle due si considerasse tale perch il pianoforte non era il loro strumento principale.)
Cynthia e Lee Ann erano mie amiche. In occasione del compleanno ci scambiavamo piccoli regali, a San Valentino e a Natale ci mandavamo biglietti d'auguri, alle assemblee scolastiche sedevamo vicine e facevamo parte degli stessi club: il French Club, il Quill & Scroll, il Girls Chorus, lo Yearbook. (Cynthia e Lee Ann inoltre suonavano nell'orchestra. Io ero nella squadra sportiva femminile.) Pubblicavamo articoli, racconti brevi e poesie sulla rivista letteraria della scuola che curiosamente si chiamava Will o' the Wisp, Fuoco fatuo. Per Lee Ann non era una mia amica intima come Cynthia, perch durante quei tre anni di liceo non mi invit nemmeno una volta a casa sua a cena e a dormire; e (non posso impedirmi di supporlo) Cynthia preferiva lei a me, perch la conosceva (per dirne una) da molto pi tempo.
Cynthia preferiva Lee Ann a me. Ecco l'impeto sanguinoso della gelosia, mai tanto devastante come fra le adolescenti.
Era una certezza: ognuna delle due era la migliore amica dell'altra, e Oatsie veniva seconda.
(In genere non mi dispiaceva essere la seconda. Davo per scontato che in quel liceo dei sobborghi ricchi non avrei potuto aspirare a niente di pi. Mi bastava chiudere gli occhi per ricordare lo squallore dell'unica aula della scuola di Tonawanda Creek Road e i ragazzi pi grandi, figli di contadini, rozzi e abituati a bestemmie e oscenit, che mi avevano tanto tormentata da piccola - mi bastava chiudere gli occhi per evocare quella visione dolorosa e pensare che venire seconda era pur sempre bello come una magia.)
Cynthia e Lee Ann avevano fatto seri studi musicali fin dalla quinta elementare. Si esibivano spesso in recital e si alternavano nell'accompagnamento al pianoforte.
Mi capitava spesso, il luned mattina, di apprendere che durante il fine settimana erano state insieme a qualche evento musicale: un concerto della Buffalo Philharmonic alla Kleinhans Music Hall, il Messia di Bach alla St Paul's Cathedral. C'erano quartetti d'archi alla University of Buffalo, recital di pianoforte, serate con il coro. Venivo a sapere in ritardo di queste meravigliose occasioni e rimpiangevo di non aver accompagnato le mie amiche; trovavo affascinante stabilire, non con domande dirette ma accumulando casualmente informazioni, chi avesse accompagnato chi: era stata la signora Heike ad accompagnare le ragazze, oppure il dottore e la signora insieme, oppure i signori Krauser; o ancora, erano andate entrambe le famiglie, con due auto, per si erano fermati a cenare insieme al Buffalo Athletic Club, di cui entrambi i padri erano soci.
L'interesse che dimostravo era tale che l'una o l'altra finiva inevitabilmente per esclamare in tono deciso: La prossima volta vieni anche tu, Joyce. Ci organizziamo.
S. Mi piacerebbe. Grazie!
Gli Heike possedevano un bellissimo Steinway a coda. Intimidiva, visto da vicino. Sfiorare i tasti (d'avorio, perfetti) e sentire immediata e sonora la nota, mi faceva venir voglia di piangere al pensiero di quanto sarebbe piaciuto a mio padre posarvi le mani...
O magari no. Gente con le tasche ben foderate, avrebbe detto.
Il mio insegnante di pianoforte di Lockport, un organista in pensione con candidi capelli svolazzanti alla Einstein, un viso rugoso e malinconico e le mani coperte di macchie epatiche, aveva uno Knabe a mezza coda molto meno imponente, e con i tasti ingialliti che si bloccavano. Provai una vertiginosa sensazione di euforia, una sorta di spavalderia, e non mi fermai a riflettere quando il padre di Cynthia insistette perch suonassi qualcosa, visto che lei gli aveva raccontato che studiavo piano; e quindi eseguii per la famiglia Heike alcuni dei pezzi che avevo meticolosamente imparato a memoria: un rond di Mozart, Per Elisa e i primi due movimenti della sonata numero 14 di Beethoven in do diesis minore, conosciuta come Chiaro di luna. (Il primo movimento, cos onirico, era il brano per pianoforte preferito da nonna Blanche e io lo suonavo per lei da anni, quando ci veniva a trovare, in genere una volta alla settimana. Avevo memorizzato questo famoso brano al punto che le mie dita potevano eseguirlo senza alcuna interferenza da parte della mente; persino gli accordi pi esigenti, che le mie mani, troppo piccole, non potevano risolvere in scioltezza, erano talmente incisi nella memoria che senza pensarci mi preparavo ai piccoli spasmi dolorosi delle dita e impassibile non perdevo neppure una nota.)
Suonare il pianoforte per questo piccolo pubblico era talmente stressante che quasi non respiravo; quando non potei pi trattenere il respiro le mie dita indugiarono sulla tastiera, un gesto impercettibile, al punto che solo un altro pianista avrebbe potuto accorgersene. Quando suonai le ultime note del secondo movimento della sonata il sudore mi correva in rivoli lungo la schiena, ed ero esausta. Ma il padre di Cynthia era rimasto sorpreso dalla maestria della mia esecuzione, a quanto pareva, e applaud fragorosamente. Eccezionale! Davvero eccezionale, Joyce. Mi piace molto, la sonata Chiaro di luna. S. E il pianoforte  sempre bello, mentre il violino squittisce e ti ferisce le orecchie. Cynthia rise con una smorfia, come se il padre le avesse dato un pizzicotto.
All'inizio avevo pensato che il dottor Heike applaudisse per prendermi in giro, invece aveva apprezzato davvero, evidentemente. Arrossendo orribilmente fino alla radice dei capelli, lo ringraziai.
Mi dispiaceva che per fare un complimento a me avesse sentito la necessit di tirare un colpo basso alla figlia. Vedendolo, si percepiva subito che il dottore era un uomo vigoroso che affrontava la vita - anche la vita sociale e la vita in famiglia - con spirito competitivo; non avrebbe avuto senso per lui complimentarsi con una ragazzina senza insinuare una critica ai danni di un'altra. Inoltre sembrava deciso a trovarmi di suo gusto, come se in passato fosse stato scortese con le amiche della figlia e quindi ora intendesse manifestare la sua cordialit nei miei confronti, in modo che per quella sera Cynthia non dovesse lamentarsi di lui. Anche la signora Heike, con i suoi capelli lievi come piume, si compliment con me, e Cynthia fece uno dei suoi commenti concisi: Niente male. Pi leggera col pedale.
In ogni caso sembrava che Cynthia trovasse che suonavo bene, per essere una studentessa del sesto anno. (Lei studiava il violino da pi di dieci anni.) Si era lasciata imbrogliare dalla mia astuta e calcolata esecuzione di brani che conoscevo a memoria, e che costituivano tutto il mio repertorio. In tono indifferente, mi chiese se avessi mai accompagnato un'altra musicista, una violinista, per esempio, e io risposi che non l'avevo ancora fatto, ma che certamente mi sarebbe piaciuto provare.
Ecco una delle numerose affermazioni impulsive e avventate che ho fatto nella vita: certamente mi piacerebbe provare.
Per il recital di primavera del liceo Cynthia avrebbe eseguito una sonata di Bach per violino con accompagnamento per pianoforte composto da Robert Schumann. Stavolta me lo chiese esplicitamente: magari potevo accompagnarla io?
Cynthia sembrava sincera. Mi rendevo conto che non potevo dire di no alla mia volitiva amica.
Si trattava di una proposta lusinghiera. Un'occasione, per me, di ripagare almeno in parte la sua generosit. Tuttavia niente mi terrorizzava pi della prospettiva di accompagnare una violinista brava come lei sul palco del liceo, davanti a un pubblico di studenti, insegnanti, parenti. Questo, almeno in parte, era un pubblico sofisticato, dal punto di vista musicale, per niente simile alla congregazione affettuosa e benevola dei metodisti di Pendleton, che non mancavano mai di elogiarmi per le mie esecuzioni organistiche anche se, mentre cantavano a gola spiegata i loro amati inni, non le ascoltavano nemmeno. Mi sentivo come se dovessi mostrarmi nuda, peggio ancora, come se mi dovessi spogliare; al pari di molti musicisti non particolarmente dotati sapevo quando suonavo male - me ne rendevo conto - e quanto fossero disperati gli stratagemmi che mettevo in atto per dare l'impressione di saper suonare.
(Uno degli incubi comici della mia giovane esistenza si era realizzato in prima media, quando mi ero lasciata convincere da un insegnante mosso dalle migliori intenzioni a suonare il pianoforte nell'auditorium della scuola mentre gli studenti si trascinavano svogliati all'assemblea settimanale: eseguivo uno dei brani imparati a memoria, con titoli come Canto dei marinai del Volga o L'incudine del fabbro, e man mano che mi avvicinavo alla fine la mia mente si offusc. Non riuscendo pi a ricordare l'ultima battuta, in preda al panico, confusa, paralizzata, continuai a suonare, ripetendo passaggi all'infinito fino a quando per la disperazione non picchiai su un tasto - uno qualsiasi - e staccai le mani dalla tastiera con un senso di mortificazione e vergogna. Non se ne era accorto nessuno.)
Sei sicura, Cynthia, di volere me? Perch non chiedi a Lee Ann...
Lee Ann!? No. Voglio te.
Cynthia era furiosa al pensiero che dubitassi della sua capacit di giudizio. Era una sua caratteristica parlare con veemenza, addirittura con rabbia, quando percepiva una seppur minima opposizione.
Il suo occhio sinistro, che vagava a causa di una debolezza muscolare, non mi sfidava come l'occhio destro, feroce, scintillante, fisso sul mio volto in modo che non potessi abbassare lo sguardo.
Avevo notato che a scuola lei e Lee Ann non stavano pi sempre insieme. In mensa vedevo Lee Ann seduta con altre compagne, e anche compagni; pi di una volta l'avevo notata insieme a un ragazzo alto e allampanato che conoscevo di vista dal corso di matematica. Se passava accanto a noi ci salutava cordialmente, ma Cynthia distoglieva lo sguardo con freddezza.
Lee Ann Krauser era una ragazza minuta, che non superava il metro e cinquanta, con gli occhiali dalla montatura di plastica trasparente rosa e la frangia bionda che le sfiorava le sopracciglia, il volto dolcemente ingenuo di una bambina precoce. Portava i capelli lunghi fino alle spalle, fermati con due mollette. Indossava scamiciati scozzesi con camicie bianche a maniche lunghe. Twin set di cachemire in colori pastello e scarpe Oxford bicolori con i calzettoni bianchi di lana. Dai commenti ironici di Cynthia avevo capito che i Krauser erano una famiglia abbiente: in effetti Krauser era il nome di una fabbrica di Buffalo. C' almeno una ragazza come Lee Ann in ogni classe di ogni scuola: minuta, n bella n brutta, molto sveglia ma con un'aria talmente innocente che con ogni probabilit  la preferita degli insegnanti, e che piace a un certo tipo di ragazzo intelligente e imbranato che se ne innamora e, se lei glielo permette, la segue ovunque.
In tono disgustato, Cynthia disse: Impazzisce per i ragazzi. Voglio dire...  veramente pazza.
Non lo trovavo giusto. Non era colpa di Lee Ann se piaceva ai ragazzi visto che, Cynthia lo avrebbe dovuto riconoscere, ne erano attratte anche le ragazze.
Poi aggiunse una frase criptica: Distorce tutto quello che tocca e lo rovina. La detesto.
Era un'accusa assurda. Ma Cynthia era cos furente che mi guardai bene dal chiederle di spiegarmi cosa intendesse dire.
Pensando: adesso sono io la sua pi cara amica. Adesso non c' nessun altro.

10.

Diceva: La scrittrice sei tu.
Stracciava i racconti e le poesie che aveva scritto. Stracciava le argute vignette e le caricature, che non le piacevano quanto piacevano agli altri, perch Cynthia screditava ci che le veniva facile, e la crudelt della satira le veniva naturale.
In quel periodo ero affascinata da Hemingway. Scrissi una serie di racconti ambientati in una Millersport inventata, imitando la prosa concisa, scolpita di In Our Time. Perch Hemingway  il grande artista del non detto, della parola trattenuta. Il grande artista del silenzio, pi incisivo che mai nei primi racconti. (E come avevo fatto a trovare la strada per la sfera esoterica di In Our Time? L'anno prima, durante le lezioni di letteratura del professor Stein, avevamo letto l'edizione economica di Great American Short Story Masterpieces, e in questa meravigliosa raccolta avevo scoperto non solo Il ritorno del soldato, ma anche i racconti di Ambrose Bierce, Ring Lardner, Sherwood Anderson, Katherine Anne Porter, William Faulkner, Conrad Aiken (Neve segreta, neve silenziosa), e di Eudora Welty, che si sarebbero incisi per sempre nella mia memoria come i libri di Alice e Il giardino segreto.) Mostrai alcuni dei miei racconti nello stile di In Our Time al professor Stein, altri alla professoressa Ordway, anche lei insegnante di letteratura del liceo; altri racconti li feci leggere a Cynthia Heike. (Niente ai miei genitori o alla nonna. La segretezza, fra le persone che sono pi vicine, mi  sempre sembrata preziosa.) Alla fine i miei racconti diventarono un dattiloscritto di circa duecento pagine, ciascuna ordinatamente battuta sulla Remington che la nonna mi aveva regalato per il mio quattordicesimo compleanno, ogni racconto con un finale irrisolto e una prosa drammatica e distaccata alla maniera di Hemingway, che diedi da leggere alla professoressa Ordway dietro suo invito; lei promise che mi avrebbe restituito il dattiloscritto, ma passarono settimane, mesi. Nel giugno del 1956, quando mi diplomai, non lo avevo ancora riavuto.
Ricordare il senso di frustrazione e (persino) la disperazione di aver perso quel dattiloscritto significa ricordare come, durante l'adolescenza, la terra poteva tremarti sotto i piedi in qualsiasi momento; come si viveva in balia dell'autorit (imprevedibile e capricciosa) di adulti che facevano quello che gli andava di fare solo perch avevano il potere di farlo. Cos come un insegnante (il professor Stein) poteva essere incoraggiante, buono, premuroso, affezionato ai suoi studenti, un'altra (la professoressa Ordway) sapeva sottilmente scoraggiare, essere impaziente, riservata e ostinata, incline a fomentare la rivalit fra i suoi allievi. Ricordare l'infanzia e l'adolescenza significa ricordare il senso di incertezza creato dagli adulti che avevano il potere di accrescere o minare la tua autostima; di premiare o punire, di elogiarti o negare l'elogio per chiss quale misterioso motivo.
Perch la professoressa Ordway si comportava in modo cos strano? Non lo avrei mai capito.
Quando accennai alle mie amiche che l'insegnante non sembrava volermi restituire il mio dattiloscritto pur continuando a promettere che lo avrebbe fatto, si indignarono al posto mio - da brave compagne di liceo! - sebbene non capissero come mai non ne avessi fatta una copia con la carta carbone. (Il pensiero che una scatoletta piatta con dodici fogli di carta carbone potesse essere cara non le sfiorava nemmeno.) Ipotizzarono che la Ordway non avesse (ancora) letto il dattiloscritto, o che lo avesse perso.
Con cattiveria, o forse per fare una battuta, Cynthia disse: Joyce, forse sta aspettando che diventi famosa.

11.

Odio il mio corpo. Certe volte penso... di essere portata nel cortile di una prigione dove un plotone di esecuzione mi giustizier. Perch se sei cos brutta, non meriti di vivere.
Al buio, quando pensavo che dormisse, all'improvviso Cynthia si metteva a parlare delle cose pi intime.
Era un mostro, aveva la spina dorsale deforme. E l'occhio - quel suo patetico occhio - faceva pensare che fosse strabica quando invece non lo era.
La gente la guardava con commiserazione e disprezzo. I ragazzi, cattivi, fischiavano al suo passaggio. Le dicevano cose tremende che lei non avrebbe mai riferito. Odiava i maschi e aveva progettato di venire a scuola con la pistola, un giorno, e sparare su quelle loro facce ghignanti.
O forse si sarebbe procurata dell'acido. Dal laboratorio di chimica. Per gettarlo sulle loro facce odiose, in modo che finalmente si rendessero conto di come si sentivano i mostri.
Ogni parte del suo corpo era ripugnante, eccetto le mani. Le dita. Che le permettevano di suonare il violino, cosa che la rendeva tanto felice. Ma altro praticamente non c'. A volte mi piace la scuola, mi piacciono certe materie: biologia, chimica. Le ore di conversazione in francese sono divertenti, avec mon amie trs ruse. Ma la scuola nel complesso... c'est de la merde. Vedere come mi guarda la gente, con piet.
Mi sbalordiva scoprire che una ragazza con la reputazione di Cynthia Heike avesse questa immagine di s. Era figlia di un medico, viveva in una casa bellissima. Capace di un sarcasmo che poteva farti impallidire, con un sorriso improvviso riusciva a emozionarti.
Cynthia, nessuno prova piet per te! La gente ti ammira...
Forse gli adulti. Alcuni adulti. Ma nessuno vorrebbe essere me.
 assurdo.
Ah s? Tu vorresti essere me?
Era una domanda aggressiva, infantile. Non sapevo cosa rispondere.
Nel letto accanto a quello di Cynthia, nel baluginio del buio della stanza con la tappezzeria a righe color menta, inadatta al suo carattere impetuoso come lo sarebbe stato un fiocco di seta rosa fra i suoi capelli ribelli, riuscii solo a mormorare qualche debole protesta; non poteva essere davvero convinta di quello che stava dicendo...
S, invece! Avevano cominciato alle elementari a fissarla, a ridere di lei, a... chiamarla mostro.
Nessuno ti chiama mostro.
S! Sono stata definita un mostro.
Io... io non ci credo.
Ovviamente le credevo, invece. Gli insulti rozzi e crudeli, stupidi e ripetitivi dei ragazzi non mi erano estranei, anche se non ero mai stata chiamata mostro - questo almeno mi era stato risparmiato.
Fui indotta a confidare a Cynthia, come non avevo mai fatto con nessuno, che nella scuolina di campagna con otto classi diverse nella stessa aula ero stata tormentata spietatamente; quando ero in terza i compagni pi grandi erano stati trasferiti e i tormenti erano finiti. Cynthia mi ascolt attentamente e volle sapere se qualcuno di quei ragazzi mi avesse fatto delle cose e io risposi che no... non proprio.
Le spiegai che nella scuola rurale i ragazzi pi grandi avevano quindici anni, ancora in terza media, perch le leggi dello stato imponevano la frequenza scolastica fino ai sedici. Si trattava di contadini che mal sopportavano di essere obbligati a restare a scuola e sfogavano l'aggressivit sui pi deboli.
Ripensai ai loro occhi beffardi - alla stupidit, e alla crudelt di quegli sguardi - perch la crudelt  una forma di stupidit, lo sapevo. Ripensai a come mi avevano torturata, be', non soltanto me. Cattiveria e brutalit erano indiscriminate, e parecchi di noi ne diventavano il bersaglio, perch eravamo piccoli e non avevamo fratelli o sorelle pi grandi che ci difendessero.  vero che secondo gli standard attuali alcune di quelle forme di maltrattamento sarebbero definite molestie sessuali, ma a noi sembravano in realt soltanto modi aggressivi - fisicamente pesanti - non diversi dalle torture che quegli stessi ragazzi infliggevano agli animali indifesi (gatti, conigli, procioni, serpenti) che riuscivano a catturare. Perlopi si limitavano a colpirci con sassi, palle di fango o di neve. Decenni pi tardi, leggendo delle raccapriccianti lapidazioni di uomini e donne musulmani condannati per adulterio, mi sarei sentita male al ricordo delle angherie di quei ragazzi, di me e Helen Judd che correvamo per metterci in salvo (pensavamo noi) lungo il sentiero coperto di erbacce che costeggiava il Tonawanda Creek, dietro la scuola, dove la maestra non andava mai.
Correndo disperata davanti a Helen che non riusciva a essere altrettanto veloce. Lasciandola indietro, abbandonandola.
Raccontai a Cynthia che la vittima dei soprusi peggiori in realt era stato un ragazzino pi grande di noi bambine che si chiamava Hendrik, ed essendo miope portava gli occhiali: un giorno lo avevano fatto rotolare nelle foglie in modo che gli entrassero negli occhi. Le dissi che siccome correvo pi veloce delle mie compagne, certe volte i ragazzi davano la caccia a me. Ma erano pi che altro dispetti. Penso che si possano definire cos.
Sembravo davvero patetica. Pi che altro dispetti. Penso che si possano definire cos.
Mi tremava la voce. Non avevo mai raccontato a nessuno queste cose e mi sembrava di non riuscire a fermarmi, come se le mie parole fossero singhiozzi impotenti. Mentre parlavo, nell'oscurit di quella camera da letto poco familiare - a una ragazza che conoscevo poco e di cui non ero certa di potermi fidare - mi resi conto di quanto mi stupisse che quei maltrattamenti subiti nell'infanzia, per mesi e per anni, fossero davvero capitati a me, e che in un certo senso avessi imparato ad accettarli con il fatalismo di una bambina che non vedendo la possibilit di modificare la situazione  costretta a modificare la propria percezione delle cose.
Cynthia era indignata. Si chiese cosa mai facesse - o non facesse - l'insegnante, se permetteva che nel cortile della scuola avvenissero simili prepotenze, e le spiegai che i ragazzi ci aggredivano sulla strada, di solito mentre tornavamo a casa, non in cortile, dove li avrebbero potuti vedere dalle finestre. Mi chiese se lo avevo raccontato ai miei genitori e le dissi di s. E i miei genitori erano andati a parlare con la signora Dietz. E forse in seguito a quell'incontro le angherie erano diventate pi rare, per un po'. Ma il problema era che la stessa signora Dietz rischiava di diventare il bersaglio dei maschi pi grandi, a cui sostanzialmente non riusciva a insegnare niente. E alcuni di loro erano pi alti e pi grossi di lei, fisicamente minacciosi. Proprio non mi capacito di come abbia fatto a sopportare un simile livello di conflitto per cos tanto tempo. Quando io avevo cominciato la prima elementare lei insegnava l gi da una quindicina d'anni. Se chiudo gli occhi vedo la sua figura alta e robusta, il viso arrossato e i capelli in disordine, ma quando cerco di risentire la sua voce mi arriva soltanto un mormorio soffocato.
Perdonami, io ci ho provato. Ho cercato di fare del mio meglio. Ho cercato di insegnare meglio possibile in quella situazione terribile.
Quando le molestie ricominciarono, pi pesanti e minacciose di prima, non me la sentii di raccontarlo un'altra volta ai miei genitori. Mi limitavo a restare in classe con la maestra fino a quando il pericolo (a volte) passava. (I ragazzi grandi non potevano trattenersi a scuola, dovevano tornare a casa a lavorare.) Imparai a correre molto veloce. Imparai a correre pi veloce delle bambine come Helen Judd, che non riusciva a sfuggire facilmente ai suoi aguzzini. Imparai a correre e a sentire l'eccitazione intensa e l'euforia della corsa, che pu diventare identica a un'ebbrezza. In realt le prepotenze non erano costanti, ma intermittenti. Imparavi a rallegrarti quando compariva una vittima pi vulnerabile e accessibile di te. Ci sono strategie di sopravvivenza che scopriamo da giovani e diventano una seconda natura, al punto che possiamo dimenticare che si tratta di strategie di sopravvivenza.
Cynthia non riusciva a credere che io avessi frequentato una pluriclasse. Come in una storia del vecchio West. Alunni di otto diversi anni scolastici in una classe sola!
Le parlai delle mie compagne. Di Helen Judd e delle sue sorelle, abusate sessualmente (si diceva) dal padre. E forse anche da altri: i fratelli maggiori, gli amici del padre. Le parlai della casa in fiamme, dell'incendio doloso. Non le dissi che Helen Judd era stata mia amica, ma la definii una ragazza che abitava vicino a noi. (Non l'avevo pi vista, perch adesso viveva a Lockport e probabilmente frequentava la scuola superiore l.) Helen Judd non aveva mai parlato con nessuno. Come sua madre, che non aveva mai raccontato alla polizia cosa facesse esattamente il marito a lei e alle bambine. Nessuno avrebbe potuto accusare Helen Judd di voler mettere qualcuno nei guai, di dare la colpa ad altri, di fare la spia per qualcosa che era successo a lei.
Era rimasta incinta? La ragazza? L'avevano... messa incinta?
Una domanda che non mi aspettavo. Non avevo mai pensato alla possibilit di Helen Judd incinta.
No... No.
Ah no? Ne sei... sicurissima?
Sicurissima? Non avevo idea di dove volesse arrivare Cynthia. In seguito avrei congetturato che si riferisse a un aborto, volontario o spontaneo. Era possibile che la ragazza-che-abitava-vicino-a-noi fosse rimasta incinta e io non l'avessi saputo; ma del resto, come avrei potuto saperlo?
Cose del genere si dovrebbero denunciare alla polizia disse Cynthia pensierosa. Se capitasse a qualcuno qui...
Stava pensando al fatto che nella parte settentrionale, rurale, dello stato, vigevano regole diverse, pi primitive. Nel suo elegante villaggio dei sobborghi nessuna ragazza avrebbe mai potuto subire simili orrori.
Com'era fisicamente, Helen Judd?
Non so...
Cosa vuol dire che non lo sai? Perch dici di non saperlo?
Cynthia stava perdendo la pazienza. Era inevitabile, le capitava spesso di perdere la pazienza con le amiche, persino con Lee Ann Krauser, il cui modo per reagire al suo malumore era di mettersi a ridere e chiamarla Heik-ee con un forte accento tedesco. Per io non potevo ridere di Cynthia. Non avevo quel potere.
Non riuscivo a trovare una risposta. L'aspetto fisico di Helen Judd non mi sembrava rilevante, contava solo quello che aveva passato. Per non potevo dirlo a Cynthia, perch sembrava arrabbiata con me.
La mia esitazione, la mia indecisione, a volte veniva interpretata come testardaggine. Gli occasionali momenti di timidezza venivano scambiati per freddezza.
Cynthia insisteva: Non era un mostro, vero? Un mostro come me?.
No! Non era un mostro.
E io? Cosa dici di me?
Per l'amor del cielo, Cynthia. Tu non sei un mostro.
Nel buio, lei rise a squarciagola. Non si sforzava affatto di tenere la voce bassa. Io avevo paura che i genitori la sentissero attraverso i muri dalla loro stanza in fondo al corridoio.
Forse la signora Heike si sarebbe avvicinata alla porta per bussare piano dolcemente. Avrebbe mormorato: Cynthia? Joyce? C' qualcosa che non va?
Oppure, pi probabile, non si sarebbe avvicinata per niente. Mi ero accorta che la madre era sempre guardinga. Uno sguardo inquieto e velato, un sorriso esitante; la signora Heike si era abituata a non contrastare l'irascibile figlia.
Prima di conoscerla bene, vedendola da una certa distanza, mi ero chiesta se Cynthia Heike avesse dei problemi alla schiena; una spalla era pi alta dell'altra e lei camminava in modo strano, trascinando leggermente un piede. E l'occhio sinistro che non sembrava a fuoco ti costringeva a spostare lo sguardo da un occhio all'altro, disorientata, non sapendo bene dove guardare. Durante le ore di ginnastica Cynthia era fra quelle che venivano scelte per ultime in qualsiasi squadra, perch le mancava la cosiddetta coordinazione occhio-mano: le altre prendevano una palla da basket al volo, o colpivano una palla da volley con forza sufficiente per farle superare la rete con una bella angolazione, lei si muoveva con goffaggine e sbagliava tutto, come una bambina piccola, mordendosi il labbro inferiore e arrossendo per l'imbarazzo e la frustrazione.
Ma dopo averla conosciuta meglio, non pensai quasi pi alla sua spina dorsale deforme. Quando le parlavo sapevo di dover guardare l'occhio destro, non il sinistro. La sua forte personalit, la sua presenza nel gruppo, l'arguzia mercuriale e il sorriso sardonico erano cos dominanti che non pensavi mai: Povera ragazza! Ha qualcosa che non va.
 vero che all'ora di ginnastica e di nuoto cercavo di evitare Cynthia Heike. Non era difficile, perch lei se ne stava in disparte, restia a partecipare, incupita. Spesso non veniva nemmeno in piscina, presentando una giustificazione firmata dalla madre. In ogni scuola ci sono sempre alcune ragazze per cui l'attivit sportiva  un anatema e altre per cui invece rappresenta un grande piacere, un'eccitante occasione di competere che non genera alcuna ansia, e questi due gruppi raramente si mescolano.
Provai a convincere Cynthia che si sbagliava sul proprio conto, che non avrebbe dovuto dire cose simili. E lei, in un tono molto sarcastico, mi rispose: Vorresti essere al mio posto, allora?.
Una possibilit che mi generava molta ansia. Certo che no! No.
Io... farei cambio con te, ovviamente. La tua vita, i tuoi genitori, il tuo talento musicale...
Ma dovresti avere il mio corpo. Cosa ne dici?
Era una domanda brutale alla quale non sapevo come rispondere. Ero troppo giovane e troppo in soggezione per pensare a una battuta arguta, come avrebbe fatto Lee Ann Krauser.
Cynthia non poteva sapere che spesso fantasticavo di prendere il posto di un'altra ragazza pi o meno della mia et: la prima ragazza che vedevo, la prima che girava l'angolo. Quando entravo in un'aula, a scuola, mentre correvo su per le scale. Se, chiudendo il mio armadietto, mi giravo e vedevo...
Ovviamente non lo pensavo davvero. La prospettiva di perdere i miei genitori e la nonna, cui volevo bene, mi riempiva di orrore.
Eppure... Eppure, in quella fase incerta della vita, mi abbandonavo alla fantasia di diventare un'altra.
Quando finalmente balbettai una risposta all'accusa di Cynthia, era passato troppo tempo. Grazie per non avermi mentito, Joyce disse lei. Sei l'unica.
Con uno sbuffo di derisione, si gir sull'altro fianco.

12.

 vero, Cynthia Heike soffriva di una curvatura anomala nella parte alta della spina dorsale, cos grave da richiedere (me l'aveva spiegato con una risata amara) un corsetto. Per anni, in alcuni periodi aveva portato uno stramaledetto corsetto che sembrava un'imbragatura prescritto da un ortopedico di Buffalo, ogni giorno per alcune ore; era stato suo padre a insistere, e ad accompagnarla da diversi specialisti, prendendo persino in considerazione la possibilit di farla operare.
Lui lo capisce, quando ha davanti un mostro. Il dottor A. Emmet Heike.
Un giorno intravidi la schiena nuda di Cynthia. Sembrava che la parte superiore della spina dorsale si fosse fusa sotto la pelle, ripiegandosi su se stessa. Lei aveva imparato a compensare la deformit offrendo sempre il suo lato migliore e portando abiti ampi e informi che nascondevano anche il petto piatto, il giro vita inesistente e le cosce forti. Aveva braccia e gambe coperte di una folta peluria scura. Sul labbro c'era un'ombra di baffi. L'occhio sinistro, a causa di una debolezza della muscolatura, vagava nell'orbita. Le palpebre spesse e sporgenti le davano un'espressione languida e assonnata che veniva smentita dalla vista acuta e dalla lingua tagliente; comunque nella luce giusta Cynthia era bella. Aveva la bocca piccola e ben modellata. Il naso si allargava in punta e le narici fremevano. Un giorno indimenticabile aveva detto, con una smorfia canzonatoria che ci aveva fatto ridere: Se fossi un maschio sarei attraente. Ma non lo sono. Almeno credo.
Una volta durante la lezione di nuoto accadde una cosa tremenda. Una ragazza sciocca si avvicin a Cynthia nella parte della piscina dove l'acqua era pi bassa e prov a cavalcarla salendole sulla schiena deforme, uno stupido scherzo che spavent Cynthia facendola bere con il rischio di annegare.
Che motivo c'era di fare una cosa simile? ci si chiese. Non per cattiveria, non per crudelt, soltanto per scherzo, fingendo che Cynthia Heike non avesse un handicap, visto che si dava tanta pena per nascondere la malformazione. (Non era in grado di nuotare se non appoggiando i piedi sul fondo e spingendosi avanti per pochi agitati secondi, mentre le sue braccia forti roteavano come pale di un mulino a vento e le gambe scalciavano freneticamente. Vedendola da lontano si sarebbe quasi potuto pensare che nuotasse davvero.)
Ero presente, io, quel giorno? Penso di s, dove l'acqua era alta. Avevo imparato presto a nuotare e a tuffarmi, a Olcott Beach, ed ero una delle nuotatrici pi infaticabili del liceo. Rimanere in movimento era sempre stato uno dei miei ideali. La confusione dall'altra parte della piscina mi aveva distratta per un attimo, ma soltanto in seguito venni a sapere cos'era successo. La mia prima reazione fu di risentimento nei confronti di quella ragazza che (senza essere amica di Cynthia Heike) aveva osato mostrare una simile familiarit con lei.

13.

Ci esercitammo con assiduit al brano di Bach e Schumann per il recital di primavera. Da sole e insieme a casa di Cynthia, dopo la scuola. Per molte settimane consecutive.
A casa mia, sul pianoforte verticale dal suono spento che mi esasperava, con quelle note cos piatte e deboli. Parecchi tasti si bloccavano. Protestai che aveva bisogno di essere accordato e mio padre mi rispose affabilmente che era proprio cos, aveva bisogno di essere accordato.
Il significato sottinteso era: Tante altre cose nella nostra vita avrebbero bisogno di un'accordatura. E allora?
A volte la signora Heike si fermava per qualche minuto ad ascoltarci mentre ci esercitavamo, il dottore quasi mai. Tornava a casa tardi, spesso non cenava. (O meglio, non con la famiglia, ovviamente cenava altrove.) Cynthia suonava il violino con una specie di ansia feroce, mordendosi il labbro inferiore. Si spazientiva se sbagliavo picchiando troppo forte o troppo piano, o esitavo sulla tastiera, andando fuori tempo. Una vera musicista non andava mai fuori tempo, concetto oscuro per una come me, priva di una vera educazione musicale e che suonava praticamente a orecchio. A causa di quella continua pressione avevo cominciato a sudare copiosamente. Ormai paventavo le ore di esercitazione con la mia amica, pur desiderando moltissimo compiacerla. Cynthia, infatti, sapeva essere generosa di elogi: Questo era perfetto! La giusta sonorit, e la giusta potenza. Grazie.
Impulsivamente mi abbracciava. Una stretta forte, il suo respiro sulla mia guancia. Presa alla sprovvista, non ricambiavo l'abbraccio. Eppure ricordo la sensazione della sua spina dorsale storta sotto le mie mani, cos strana. Sono certa di ricordarla.
I miei genitori e nonna Blanche avevano deciso di venire a sentirci. La nonna sarebbe arrivata da noi a Millersport con il Greyhound e poi mio padre ci avrebbe portati tutti al liceo in auto. La nonna era un'abile sarta e mi stava confezionando una giacca blu scuro e una camicetta di seta bianca prese dai cartamodelli di Butterick.
In previsione dell'azzardo che stavo per compiere, suonare il pianoforte davanti a un pubblico, avevo cominciato a dormire male. Mi svegliavo nel cuore della notte e restavo l, tremante, con le palpebre serrate. Mi facevano male le dita perch anche nel sonno eseguivo la composizione di Schumann come un automa impazzito, incapace di smettere. Le mie mani erano diventate artigli, il dolore mi dava i crampi. Una persona di giovane et che esegue ossessivamente un brano al pianoforte pu sconfinare nella follia.
Quando mi sedevo alla tastiera, sulla mia mente scendeva la nebbia. Dovevo fare uno sforzo per mettere a fuoco. La mani erano umidicce e insensibili; le strofinavo disperatamente per ritrovare calore e agilit. Mi perseguitava un pensiero crudele: Commetterai lo stesso errore che hai commesso in prima media. Dimenticherai la fine e andrai avanti a suonare all'infinito, come un robot. E rideranno di te.
Tentavo di trovare sollievo pensando (come mi era stato ripetuto) che chi accompagna deve solo adeguarsi: Se commetti uno sbaglio nessuno se ne accorger, Joyce.
Uno sbaglio! Al singolare?
Buongiorno! Janice, vero?
 Joyce, pap! Vi siete gi conosciuti.
S!  vero, ci conosciamo.
Il dottor Heike tese allegramente la mano per stringere la mia. Una stretta forte ed energica. Mettere a disagio me per prendere in giro la figlia gli sembrava divertente.
La prima persona a cui avessi stretto la mano. Il primo adulto. Una stretta di mano inevitabile.
Quella sera il dottor Heike venne a tavola con mezz'ora di ritardo. Era atteso per le sette ed erano le sette e mezzo. Era un uomo grande e grosso, allegro e cordiale, ma distratto, sempre con un sorriso indifferente sulle labbra. Rideva quando era di buon umore. Per rideva anche se qualcosa lo aveva infastidito e irritato. Sul bavero sinistro della sua giacca brillava una spillina a forma di spada.
Una persona con le tasche foderate di soldi. Che cosa pu volere da te?
Fra il dottore e la consorte pareva esserci una tensione che tutti preferivano ignorare, perch quando lui si chin per baciarla sulla guancia lei gir la testa con una smorfia addolorata. Lui si limit a ridere e a strofinarsi le mani. Cynthia mi aveva detto che il padre era un oncologo: cancro? Quegli occhi che brillavano allegri? Quando lui entrava in una stanza l'atmosfera diventava pi vivace, come se fosse animata da piccoli vortici. Si capiva subito che il capofamiglia era adorato da tutti. Si finiva sempre per lasciare che occupasse il centro della stanza perch, anche se evitavi i suoi occhi umidi e allegri, eri consapevole della sua presenza. E in casa c'era una domestica con cui il dottore scherzava sempre, facendola arrossire e balbettare e confondere: Jad-wiga, saluta anche tu la nostra ospite. In inglese, per favore... Hel-lo!. Jadwiga, una polacca dalle cosce robuste di circa trent'anni, era la prima domestica di una casa privata che vedevo di persona, bench nei film di Hollywood ce ne fossero sempre, tutte di colore.
Non raccontai ai miei genitori che gli Heike avevano una cameriera. Sapevo che pap avrebbe fatto un'osservazione tagliente e che mia madre si sarebbe ricordata di quando, prima della mia nascita, andava a fare le pulizie da una famiglia ricca di Washburn Street, a Lockport.
Quel nome, Jad-wiga, sembrava divertire il dottor Heike, perch lo usava spesso, sempre sillabandolo. Ti faceva pensare che Jadwiga non avesse un cognome.
Quella fu la sera in cui il dottor Heike mi chiese cosa succedeva su al Nord e quando gli risposi che non succedeva granch lui stup i commensali, me compresa, dicendo: Diavolo, no. Non  vero, mia cara ragazza. Succedono molte cose dalle tue parti. Sul Buffalo Evening News ho letto un articolo a proposito di un incendio a Clarence, in cui sono morti due bambini piccoli. Si sospetta che sia stato doloso.
Ero cos sorpresa dal suo tono ostile che rimasi immobile, incapace di rispondere.
Un fulmine a ciel sereno. Quando il dottor Heike ci aveva raggiunti a tavola, la conversazione sembrava normale, persino noiosa; gli Heike parlavano di non so quale incidente domestico e io quasi non ascoltavo. Adesso invece mi sentivo colpita al cuore.
Avrei dovuto protestare: Clarence non  Millersport!  a molte miglia...Comunque il dottore non si sbagliava di molto a proposito del mio essere sfuggente. Pur di non dovergli parlare gli avrei detto che dalle mie parti non succedeva niente anche se l'incendio fosse stato appiccato a Millersport. E lui, per istinto, lo aveva capito.
Gli Heike - la moglie, Cynthia, anche l'undicenne Albert - non sapevano come reagire al tono del capofamiglia, che aveva un'aria bellicosa come se avesse ricevuto un insulto personale. Cynthia salv la situazione dicendo che avevamo dovuto studiare talmente tanto per chimica, che non c'era stato il tempo di leggere quello stupido giornale. Solo lui aveva il tempo di farlo.
Il dottore ridacchi. Anche la signora Heike prov a fare dello spirito, e spieg che il marito era abituato a dare ordini alle infermiere dell'ospedale di Buffalo, mai all'altezza delle sue aspettative. Nella vita di un medico ci sono troppe femmine, dice sempre. Non  colpa tua, Joyce. E la signora rise come se avesse fatto al tempo stesso una battuta arguta e un'amara constatazione.
Poco dopo Cynthia divenne il bersaglio dell'irritazione del padre, quando rispose a una sua domanda con la bocca (palesemente) piena. Scusate. Cynthia, ti prego di non parlare con la bocca piena. Non sei una neonata.
Il viso di Cynthia avvamp per l'imbarazzo. Poi ebbe l'audacia di ribattere: I neonati non parlano, pap. N con la bocca piena n con la bocca vuota.
Lui ci sorprese ridendo di quella spiritosaggine. Si capiva che era un uomo a cui bisognava offrire una prospettiva imprevista, se lo si voleva far ridere; se lo affrontavi in maniera diretta e se ne accorgeva, poteva trattarti con disprezzo.
E di cosa si occupa tuo padre, Joyce?
Fa il progettista di stampi. Avevo risposto alla sua domanda con precisione, in modo da non lasciare spazio ad alcuna ambiguit.
Il progettista, ma davvero? E dove?
Risposi: Alla Harrison Radiator, a Lockport.
Lockport! Quella s che  una piccola citt corrotta, lo sapevi? Rise amabilmente.
A questo non risposi. Non sapevo proprio che cosa intendesse dire con piccola citt corrotta, e con quell'aria soddisfatta.
Il vostro sindaco  stato indagato. Non  la prima volta. Voglio dire... non  la prima volta che un sindaco di Lockport viene messo sotto inchiesta.
Il dottor Heike parlava in tono vagamente divertito. Io avevo reagito soltanto con un sorrisino e forse adesso gli facevo pena. Era abituato a essere contrastato dalla figlia, capace di tenergli testa. Anche un sadico finisce per rimanere deluso se la sua vittima non si difende.
 progettista in una fabbrica? Giusto?
Pensavo di s. Harrison Radiator era una fabbrica.
Dove ha fatto il tirocinio?
Tirocinio? Era una parola che non conoscevo.
Ero certa di non averla mai sentita da mio padre. Avevo la sensazione che il dottor Heike mi prendesse in giro e mi tormentasse nella speranza di farmi piangere, come i ragazzi alla scuola rurale. Quando la vittima piangeva continuavano a infierire.
Avevo imparato presto che le persone crudeli non possono essere placate, e che l'unica cosa che si pu fare  sfuggirgli. Se opponi resistenza, o li assecondi, non mostreranno alcuna piet.
Parlai con calma, affinch lui non capisse come mi sentivo infelice seduta alla sua tavola elegante, nella sua casa elegante, e quanto lo detestavo. Credo di non saperlo, dottor Heike.
Non lo sai? Alla scuola professionale di Buffalo, probabilmente. Dicono che sia una delle migliori.
Mio padre non aveva fatto alcun tirocinio in nessuna scuola professionale, n a Buffalo n altrove. Molto probabilmente aveva imparato il mestiere da qualche vecchio operaio della Harrison.
Temetti di svenire. Misi la forchetta sul piatto, non riuscivo pi a mangiare. Il cuore mi batteva fortissimo. Si trattava soltanto di uno scambio di battute a tavola - non era niente, alla fin fine - eppure mi sentivo minacciata, caduta in disgrazia. Come se avessi tradito mio padre, a cui volevo bene. Avevo tradito entrambi i miei genitori. Solo il fatto di trovarmi l, seduta alla tavola del ricco dottore, rappresentava un tradimento nei confronti dei miei genitori.
Poi il dottor Heike interrog Cynthia sulle lezioni di chimica.
La tempest di domande riguardo a elementi chimici combustibili. Lei conosceva le risposte, per non le formulava in modo chiaro. Come se le si fosse gonfiata la lingua. Lui ridacchi e disse che l'anno successivo, a Rochester, quando avrebbe studiato chimica organica, la sua brillante figlia avrebbe dovuto sapere qualcosa di pi del poco con cui se la cavava al liceo. Con impudenza dissi: Cynthia ha i voti pi alti della classe.
Non era del tutto vero che prendesse in assoluto i voti pi alti di tutti. C'era un ragazzo, figlio di un medico anche lui e intenzionato a diventarlo a sua volta, che spesso la superava, ottenendo risultati migliori nei quiz e nei test.
Con la mia affermazione stavo dicendo Lascia in pace tua figlia.  molto intelligente.
Cynthia mi guard sorpresa, come se non sapesse chi ero. L'occhio sinistro vagava nell'orbita. Il dottor Heike fu apparentemente compiaciuto dalla mia affermazione, ma non pot trattenersi dal dire: I voti alti non significano niente in s. I voti sono relativi. E i tuoi, Joyce?.
In effetti sono alti anche i miei. Quindi vada al diavolo.
I miei voti non sono alti come quelli di Cynthia.
In realt non era vero neanche questo. Ma era la mossa giusta da fare, come battere una palla da volley oltre la rete, all'altezza della faccia dell'avversario, accidentalmente proprio sulla sua faccia, pu essere la tattica giusta, in certe occasioni.
Poco dopo la signora Heike si intromise chiedendo notizie dei nostri progressi con il brano per il concerto e, come un toro accecato, la conversazione prese un'altra direzione.

14.

Una settimana prima della data del recital, di punto in bianco Cynthia mi inform di aver cambiato idea: Alla fine mi accompagner Lee Ann. Sembrava la soluzione pi semplice.
La notizia mi lasci di stucco. Sembrava la soluzione pi semplice... che cosa voleva dire?
Ovviamente voleva dire soltanto che, nonostante tutto quello studio, non ero abbastanza brava. Non ero una musicista vera come lei e Lee Ann, non ero in grado di accompagnare il violino solista di Cynthia Heike.
Eppure rimasi l a fissarla, ammutolita, come se non avessi capito bene. O come se mi aspettassi una seconda frase che confutasse la prima. Vedendo la mia espressione stupefatta (che forse non aveva previsto) Cynthia mormor qualche parola di scusa, non molto convincente, perch non sapeva mentire. Una persona fiera che tiene alla propria dignit non pu mentire.
Sembrava la soluzione pi semplice ripet Cynthia in tono evasivo. Lee Ann conosce il brano molto bene. Lo suona anche senza spartito...
Turbata, mi allontanai. Non sentii che Cynthia mi stava chiamando. Eravamo a scuola, nel corridoio davanti all'aula dell'appello, un tunnel di armadietti chiusi con un tonfo, di facce contorte. Ma di l a poco, quando fui sola e mi calmai, capii, e non biasimai Cynthia per la sua decisione. Innanzitutto, considerati i miei limiti, per una esecuzione perfetta si sarebbe potuto contare soltanto sulla fortuna. Non ero in grado di eseguire una composizione nello stesso modo per due volte di seguito, qualcosa cambiava sempre; non riuscivo a tenere il tempo, non avevo l'orecchio assoluto; potevo imparare a memoria le note e ripetere ogni passaggio fino a quando davo l'impressione di conoscerle, ma sostanzialmente non ero pi educabile, dal punto di vista musicale, e nessuna quantit di ore di studio avrebbe posto rimedio al problema. Il fatto che a Lockport avessi avuto insegnanti mediocri (il cui costo era stato sostenuto con gioia da mia nonna per anni) non poteva essere camuffato, perch mi avevano impostata tragicamente male, e al tempo stesso elogiata in maniera irresponsabile, e a due musiciste dall'orecchio fine come Cynthia Heike o Lee Ann Krauser bastava ascoltare con attenzione per individuare subito i miei difetti.
Erano tornate di nuovo amiche. Cynthia Heike e Lee Ann Krauser. E io sarei stata seduta fra il pubblico con la mia giacca blu scuro e la camicetta di seta bianca che la nonna mi aveva amorevolmente confezionato, e dall'esterno nessuno, anche a conoscenza delle circostanze, avrebbe indovinato che ero delusa di trovarmi l, anzich sul palco.
Avrei riflettuto a lungo sul koan: Sembrava la soluzione pi semplice.

15.

Andremo a Kleinhans. Per Natale.
Invece subito dopo essere partita per il college Cynthia smise di comportarsi come un'amica, con me.
Le mie numerose lettere e cartoline ogni tanto la inducevano a rispondermi. Una lunga lettera scritta a mano, zeppa di osservazioni sardoniche e commenti arguti su compagne e compagni delle associazioni studentesche della University of Rochester, che lei sembrava al tempo stesso disprezzare e invidiare. La sua carta da lettera era decorata con minuscole caricature agli angoli, in alcuni casi talmente piccole che non riuscivo a decifrarne il senso. Spesso scriveva delle dimensioni surreali del campus; si lamentava della vastit delle conferenze che doveva seguire, e dei laboratori di scienze claustrofobici. Raramente rispondeva a qualche domanda che potevo averle fatto nelle mie lettere, come se non le avesse neppure lette con attenzione e si limitasse a scrivere a qualcuno con cui poteva esprimersi liberamente, ma senza empatia.
Odio questo posto. Penso che venire qui sia stato un errore. Non ho nemmeno un amico. Solo perch  l'universit dove mio padre si  laureato in medicina. Le mie compagne di stanza sono delle oche, bisbigliano e ridacchiano fra loro e quando torno tardi dalla biblioteca alzano gli occhi al cielo e smettono di parlare. Tutti copiano! Specialmente negli esami dei corsi scientifici, credo che gli insegnanti lo sappiano ma se ne fregano o non sanno come farli smettere. C'est de la merde!
Avevamo fatto qualche vago progetto di vederci ma pareva che nessuna delle due avesse tempo. Una mia visita a Rochester, un viaggio di un'ora in autobus dal centro di Syracuse, fu rimandata pi volte e infine dimenticata. Per la festa del Ringraziamento, quando entrambe eravamo tornate a casa, ci parlammo brevemente al telefono; durante le lunghe vacanze di Natale, quando avremmo avuto tutto il tempo di vederci, lei non chiam mai e quando le telefonai io il suo tono di finto distacco mi fer - Chi parla? come se non avesse riconosciuto la mia voce. Quasi in tono accusatorio, mi disse che inspiegabilmente non sembravo pi io. Dopo Capodanno smettemmo di telefonarci e di scriverci. Con lo spirito di ripicca infantile che nasce da una ferita pensavo: se non mi scrive, io non le scrivo.
Amici comuni i cui genitori abitavano vicino agli Heike ci raccontarono che Cynthia aveva problemi emotivi nel trovarsi per la prima volta lontana da casa. I suoi compagni/rivali dei corsi di Rochester erano antagonisti molto diversi da quelli del liceo; soprattutto il corso di chimica organica era particolarmente impegnativo e Cynthia prese il primo brutto voto della sua vita. Anche il corso avanzato di francese si rivel duro per una studentessa che durante le tranquille lezioni di madame Henri sembrava padroneggiare bene la lingua. E poi la sua amica pi cara, Lee Ann Krauser, al primo anno al Wells College, si era fidanzata e stava per sposarsi con uno studente di medicina della SUNY Buffalo Law School che aveva conosciuto l'estate precedente.
Per qualche tempo, anche come, oltre a perch nel febbraio del 1957 Cynthia Heike si fosse tolta la vita nella sua camera del dormitorio, rimase parte del terribile mistero. Aveva preso dei sonniferi, si era tagliata le vene, si era avvelenata? Nessuno di noi lo sapeva, perch gli Heike non lo dissero a nessuno. Circolavano voci, ma non si avevano notizie certe. Era un'epoca in cui le universit evitavano di far trapelare la notizia del suicidio di uno studente e giornali e TV non parlavano di queste tragedie, a meno che, trattandosi di una persona famosa, la copertura mediatica fosse inevitabile; i necrologi erano circospetti e non contenevano dettagli. Ci fu un funerale privato cui presero parte soltanto i genitori, i parenti e gli amici di famiglia pi stretti, dei quali non facevo parte. Piansi la perdita della mia amica da lontano, ma non feci alcun tentativo di mettermi in contatto con i suoi genitori. Sembrava la soluzione pi semplice.
Qualche tempo dopo la sua morte seppi che Cynthia aveva bevuto una sostanza corrosiva sottratta dal laboratorio di chimica, simile a un prodotto a base di soda caustica come il Drano.
Ecco: infine ho scritto questa parola, dopo cinquantasette anni: Drano.

Mettiti in proprio!
Un bisogno impellente di fare soldi. Perch i soldi non bastavano mai.
La costante paura di perdere la fattoria. Una paura inespressa ma non per questo meno tangibile.
Siccome la piccola fattoria di Millersport non prosperava, mio nonno e mio padre lavoravano in fabbrica, rispettivamente a Lackawanna e a Lockport. John Bush mor piuttosto giovane a causa di un enfisema, e anche mio padre ne soffr, intorno alla mezza et, ma le cure mediche pi avanzate gli permisero di vivere oltre gli ottant'anni... Mezzo polmone  molto meglio di nessun polmone.
Lucido di mente e allegramente stoico fino alla fine. Il mio caro pap che inizialmente aveva vissuto in campagna dai suoceri per risparmiare, e alla fine perch aveva imparato ad amare l'isolamento di Millersport, che non era - tuttora - una vera e propria localit bens un semplice crocevia fra Transit Road e Tonawanda Creek Road.
Millersport, terreni agricoli circondati da campi aperti e boschi che erano terra di nessuno. E l'ampio torrente (in realt un piccolo fiume) che serpeggia attraverso la campagna per sfociare nell'Erie Barge Canal e nel fiume Niagara a qualche miglio di distanza.
Non era una sciocca fantasia, quella di perdere la casa e la propriet. Perch altri, conoscenti dei miei genitori e dei nonni, avevano perso la loro terra, e alla fine anche la casa; nessuno che fosse scampato alla Grande Depressione super mai la paura di perdere tutto nel giro di una notte, e persino un livello minimo di benessere pareva una chimera. Possedere qualcosa significa esporsi alla sua perdita: propriet  sinonimo di audacia di fronte alla prospettiva di una perdita imminente.
Fu pi o meno verso la fine degli anni Cinquanta che a mio padre venne l'ispirazione di investire nei suini, di mettersi in proprio partendo su scala ridotta. Molto probabilmente era stato un amico a convincerlo a intraprendere quest'avventura, perch essendo nato in citt e non sapendo molto della gestione di una fattoria, per la quale non mostrava n interesse n predisposizione alcuna, pap non avrebbe pensato da solo a una soluzione cos disperata. Al tempo in cui frequentavo le superiori i prodotti della nostra fattoria erano polli, uova, cereali e pere Bartlett; vendevamo anche mele, ciliegie, fragole, mirtilli rossi e ortaggi come peperoni, pomodori e cetrioli, in piccole quantit. Non abbiamo mai posseduto mucche, pecore o maiali. (Molto tempo prima il nonno aveva avuto una pariglia di cavalli, gi caduti nell'oblio al tempo della mia nascita; restava soltanto il carro rovinato dalle intemperie, abbandonato sul retro del fienile.) La saga dei maiali non fu felice. Decenni dopo mio padre l'avrebbe trasformata in un aneddoto divertente anche se all'epoca non era stato per niente piacevole allevare maiali da macello e venderne la carne.
Non solo i maiali puzzano al punto da far sembrare l'odore dei polli - escrementi, piume bagnate - agreste, ma sono molto pi intelligenti dei polli e al contrario dei pennuti cercano di opporsi al loro destino; mio padre non poteva competere con la scaltrezza dei maialini, cos svegli da aprire un cunicolo sotto il recinto che lui aveva costruito per loro, e scappare nei campi. Ricordo bene mio padre che li insegue lungo la statale, gridando e imprecando mentre cerca di agguantarli. (Anche se verosimilmente non ho mai visto la scena di persona e ne ho soltanto sentito parlare.) Forse alcuni maiali non vennero pi catturati. Come la nonna ungherese aveva imparato a nascondere astutamente fagiani feriti o moribondi svolazzati sulla nostra propriet perch colpiti dai cacciatori nei boschi durante la frenetica stagione della caccia, di certo anche i nostri vicini nascondevano i maiali scappati a Fred Oates per i loro scopi.
Inoltre, la cosa ironica era che dopo la macellazione - non fatta da mio padre bens da un macellaio di Lockport - la carne si guastava e non poteva essere venduta n mangiata, perch evidentemente era stata conservata in modo inadeguato. L'intero progetto dei maiali di Fred Oates, un considerevole investimento di denaro, tempo ed energia, fu un vero fallimento.
Anni dopo mio padre avrebbe trasformato questo episodio umiliante della sua vita in un aneddoto agrodolce/spassoso, come la scena in un film comico, per far ridere la gente. Meglio ridere che piangere era diventato il suo motto.
E fu proprio cos: non vedemmo mai pap piangere.
In una fattoria lavorano tutti. I lavori sono legati alle stagioni e raggiungono il momento pi febbrile in autunno, al tempo del raccolto.
Il tempo del raccolto  quando si raccoglie ci che si  seminato. Oppure  il tempo drammatico in cui non si raccoglie perch ci che hai seminato non  arrivato a maturazione, si  seccato o  morto. In modo perverso, quasi per dispetto alle persone che hanno faticato tanto, non  riuscito a crescere rigoglioso.
Per tutta l'estate e buona parte di settembre tenevamo una bancarella di fronte a Transit Road. Vendevamo soprattutto le pere Bartlett. Ero io che aiutavo mia madre, perch mio padre non aveva interesse a farlo o forse non voleva presentarsi come commerciante che sperava di vendere i suoi prodotti a clienti bizzarri e imprevedibili e che magari lo conoscevano; a lui toccava il compito pi difficile, a volte pericoloso e di gran lunga pi frustrante, di raccogliere le pere salendo sulla scala a pioli per raggiungere i rami pi alti.
Le pere Bartlett! Sull'albero le pere erano verdi e dure come sassi per settimane, quasi fossero riluttanti a maturare; poi, nel giro di una notte, erano mature - quasi subito stramature -, cadevano a terra circondate dal ronzio di mosche e api. Le mele sono robuste e non marciscono facilmente, le si pu tenere immagazzinate per mesi in un luogo fresco, invece le pere gi quando sono giallo pallido si ammaccano, non valgono pi niente. Perch mai nonno John Bush aveva comprato una fattoria con un pereto, anzich con un meleto? Avevamo solo alcuni meli (McIntosh) e pochissimi fra ciliegi e amareni. In fondo alle file interminabili di Bartlett che si estendevano fino al confine della nostra propriet.
Sono portata a pensare che il nonno non sapesse che avere un buon raccolto di pere  pi difficile che averlo di mele. Prima di trasferirsi da Black Rock, a Buffalo, al Nord, in campagna, non aveva avuto alcuna esperienza come agricoltore; e per quanto ci era dato sapere anche in Ungheria ne aveva fatta poca. Ma forse pensava che la sua esperienza con le pere sarebbe stata fantastica.
In primavera il frutteto splendeva di fiori. Fiori di pero di un bianco perlaceo, fiori di melo rosa pallido e bianchi, fiori di ciliegio di un rosa pi acceso. E da questi fiori si sarebbero formati i frutti che un giorno avremmo raccolto; dalla bellezza luminosa della distesa fiorita, la questione pratica di pere, mele, ciliegie, che si traduceva in denaro contante.
Spesso aiutavo mio padre a raccogliere le pere. Salivo sulla scala a libro mentre lui usava quella a pioli, pi alta. La corteccia ruvida e striata verticalmente di un pero mi si  impressa per sempre nella memoria: non  piacevole al tatto,  molto diversa dalla corteccia dei meli, liscia come l'epidermide. Non c' niente di romantico o avventuroso nella raccolta della frutta, perch allungare continuamente le mani al di sopra della testa dopo un po' d le vertigini; e se si sta perlustrando il terreno alla ricerca dei frutti caduti, ovviamente che non siano ammaccati e quindi impossibili da vendere lungo la strada, si deve sfuggire a vespe e altri insetti ronzanti. Quante punture d'api! Si riempiono uno dopo l'altro i grossi cesti da un bushel. La mano destra comincia a farti male, poi arrivano i crampi. Ti duole la spalla destra. Nel caldo settembrino, sciami di moscerini e zanzare. Orde di zanzarine giovani che ti pungono le braccia, le gambe, la faccia.
Da bambini avevamo la perversa mania di contare le punture. Sei, otto, una dozzina? Ma quando stai raccogliendo le pere i rigonfiamenti pruriginosi non sono pi uno svago infantile.
Mi sono chiesta spesso se i peri, pur con tutta la loro bellezza, non siano fra gli alberi meno resilienti, o se fossero soltanto le nostre pere a sembrare sempre infestate da api o formiche alate; e a rompersi, accartocciandosi dall'interno, appena le scale venivano appoggiate contro i tronchi. Se non altro, i peri sono i pi bassi fra gli alberi da frutto;  meno difficile raccogliere pere che raccogliere mele.
Sono ancora ossessionata dai bei versi misteriosamente elegiaci della poesia di Robert Frost Dopo la raccolta delle mele...
Ho ancora indolenzita la pianta del piede, non solo,
ma mi resta anche il segno del piolo.
Sento la scala oscillare se il ramo si piega.
Sempre dalla cantina continua a giungermi il suono
rotolante di colpi
dei carichi in arrivo uno sull'altro.
Seduta dietro la bancarella sul ciglio della strada io leggevo. A malapena consapevole di quello che mi circondava, poich in ci sta la consolazione della lettura.
Fumetti... I racconti della cripta, Superman, Classici illustrati (Ivanhoe, L'ultimo dei Mohicani, Moby Dick, Robin Hood, Sherlock Holmes, Il richiamo della foresta, Frankenstein), Mad Magazine.
O libri presi alla biblioteca di Lockport, con le copertine di plastica rigida... Ellery Queen, H.P. Lovecraft, Isaac Asimov. Dracula di Bram Stoker. I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift. Edizioni illustrate di Iliade, Odissea, Le metamorfosi, Oliver Twist e David Copperfield. I dialoghi di Platone.
(S,  bizzarro: da ragazzina leggevo Platone, o almeno ci provavo. Cosa ancora pi bizzarra, stavo scrivendo i miei Dialoghi platonici - anche se forse con me l'ironia socratica si perdeva.)
(Spesso i bibliotecari di Lockport mi guardavano con aria dubbiosa. Chi  questa ragazzina? Legge davvero questi libri? O cerca di leggere questi libri? Chi le mette in testa idee cos inadeguate alla sua et? Ma ero stata accompagnata alla biblioteca da nonna Blanche, nota ai bibliotecari per il suo amore appassionato per la lettura; dato che era stata lei a farmi prendere la mia prima tessera, forse i bibliotecari erano benevolmente disposti nei miei confronti.)
Difficile concentrarsi su qualsiasi genere di letture in simili circostanze! Alla bancarella sulla strada vieni distratta dai veicoli che si avvicinano e poi ti superano; perch la maggior parte dei veicoli passano oltre senza rallentare. Solo di tanto in tanto uno rallenta, e parcheggia lungo la strada, e ne spunta un cliente, di solito una donna.
Ciao!
Salve...
Sei... Joyce?
Un sorriso speranzoso. O forse un sorriso codardo. Quanto vendi, allora s che sorridi.
Cesti da un quarto, cesti da un bushel. Quanto facessero pagare i miei genitori per circa venti chili di pere non ho idea; di certo non molto; i loro prezzi dovevano essere competitivi con quelli dei negozi. Se eri un piccolo coltivatore potevi vendere la tua merce a prezzi talmente bassi da non lasciare margini di profitto, il che significava aver lavorato per niente.
(Tutte le fattorie del nostro vicinato si affidavano al lavoro minorile, i figli dei coltivatori. Con orari non negoziabili.) Tuttavia ricordo il senso di imbarazzo quando una potenziale cliente, che guardava con espressione accigliata le pere, o le fragole o i pomodori, piegava abilmente all'indietro le foglie chiuse del granturco per esaminarne i semi, e decideva che il prezzo del nostro prodotto non era abbastanza basso, o comunque non andava bene, se ne tornava in auto e ripartiva.
Seduta sul ciglio della strada, vulnerabile come un cuore aperto, sei soggetta a simili rifiuti. Come se, da scrittrice, tu fossi costretta a vendere i tuoi libri nell'incubo di un luogo pubblico, sorridendo fino ad avere la faccia indolenzita, fino a quando non sono rimasti pi sorrisi.
Guadagni sicuri! Mettiti in proprio! Cataloghi di vendita per corrispondenza indirizzati a una destinataria dal magico nome Joyce Oates riempirono la nostra cassetta della posta. Perch presa dall'ispirazione avevo compilato e spedito coupon staccati da supplementi domenicali, riviste e fumetti, scatole di cereali. Dai dodici anni in poi sono stata un bersaglio naturale di simili truffe anche se volevo considerarmi - e mi considero tuttora - in gamba, scettica, sospettosa, non ingenua come i miei coetanei e persino come qualcuno di pi grande. Mio padre citava P.T. Barnum: Ogni minuto nasce un nuovo allocco. N lui n io avremmo mai immaginato di poter applicare questa intuizione a un membro della famiglia Oates.
Al pari di un'attrice stranamente scelta per un ruolo non adatto, passavo ore pedalando da una casa all'altra nel coraggioso tentativo di vendere prodotti di bellezza alle vicine che non sapevano che farsene della bellezza, e soprattutto della cosmetica; il prodotto di punta era la Noxzema, una crema da notte dal penetrante odore medicamentoso in un pesante vasetto blu scuro. (Invenduti, questi vasetti restarono in famiglia per anni.) Per una stagione accettai ordini per articoli di bigiotteria che producevo io stessa con straziante lentezza, usando un kit ordinato per corrispondenza che conteneva brillantini, perle, rubini e zaffiri finti, pinzette e un tubetto di colla; per un'altra stagione giunsero ordini per fiori artificiali - tulipani rosso vivo, giunchiglie di un giallo vivace, gigli ingegnosamente confezionati con carta crespa e sistemati in artistici mazzi. (Le parenti di mia madre erano le mie clienti pi fedeli, dopo nonna Blanche che comprava tutto quello che facevo nonch alcuni articoli speciali da regalare alle amiche.) Fra un'impresa e l'altra vendevo abbonamenti a riviste (Reader's Digest, Pen Pal, Argosy, Collier's, Ladies' Home Journal); non so come acquistai una sega e in poco tempo riuscii a produrre le cosiddette decorazioni da giardino in compensato - pecore, mucche, fenicotteri, mulini a vento, nani ed elfi, bambine con la cuffia e l'annaffiatoio - e, seguendo un modello popolare, anche un bambino dalla pelle color cioccolato che mangiava una fetta d'anguria molto rosa. (Queste decorazioni da giardino venivano disposte nell'erba sopra fogli di giornale affinch potessi dipingerle senza deturpare superfici interne o esterne.) Il regalo (da parte di nonna Blanche) di un kit per incisione su legno mi permise di incidere lettere e disegni su blocchetti di legno adatti (secondo le istruzioni) a essere messi in bella mostra sulla mensola del caminetto. (Mi pare di sentire ancora l'odore forte del legno che brucia, come riprovo il senso di perdita che mi gettava nel panico quando l'artista si rendeva conto di aver inciso troppo o male, e il blocchetto di legno rovinato diventava adatto soltanto per essere esposto a casa sua.) Al club 4-H, una rete di associazioni dedicate alle arti manuali, le ragazze confezionavano grembiuli, presine, salviette; intrecciavamo braccialetti di plastica, cinture e portafischietti da tenere appesi al collo. Alcune di noi imparavano - pi o meno bene - a lavorare a maglia muffole, berretti, maglioni, persino calzini. Producevamo piatti e ciotole in gesso - una sensazione disgustosa, fredda e viscida di liquido che si coagula sulle dita, e un tanfo simile a quello delle acque luride; dipingevamo quegli oggetti spesso strampalati e malfatti di colori vivaci, per venderli o pi probabilmente per regalarli alle nostre madri. (Per anni, ben dopo la mia partenza per il college, la mamma continu a usare uno dei miei primi regali, una bottiglia di Pepsi ingegnosamente dipinta di blu e dotata di un tappo di gomma forato, che usava come spruzzino per la biancheria da stirare. Dei molti regali che le avrei fatto nel corso della sua vita, la bottiglia spray blu fu il pi utile.) Al corso di cucito del 4-H mi impegnai a confezionare una gonna - per me -, una gonna arricciata (che in sostanza si ottiene infilando l'ago con il filo in una pezza di cotone lungo il bordo da restringere e legando saldamente il filo alla fine, cos da formare una specie di fascia); l'orlo fu criticato dalla nostra istruttrice perch i punti non erano uniformi. Quando spiegai che nessuno avrebbe visto l'orlo, lei ribatt con logica inattaccabile: Comunque, Joyce, tu saprai che c'.
Mi vergogno di ammettere che non strappai i punti offensivi e non ricucii l'orlo; probabilmente, come facevo spesso a quel tempo, rinunciai al progetto in preda a una disperazione infantile. Perch mi lasciavo facilmente coinvolgere dai progetti per un certo periodo - ricevendo persino qualche lode per i miei sforzi - ma poi perdevo di colpo qualsiasi interesse e li abbandonavo. Per ho sempre ricordato quel rimprovero a fin di bene - Comunque, Joyce, tu saprai che c'.
Una volta le rappresentanze locali del 4-H erano ovunque nell'America rurale, soprattutto nell'Ovest e nel Midwest. (Per la precisione: la parte occidentale dello stato di New York  Midwest.) L'emblema del 4-H  il trifoglio; i colori sono il bianco (purezza) e il verde (crescita). Come avevo memorizzato volonterosamente i versetti sacri per partecipare al campo biblico di Olcott Beach, che prometteva di essere una grande avventura, cos meno di un anno dopo mi iscrissi a diversi progetti del 4-H nella speranza di migliorarmi e acquisire abilit che mi permettessero di produrre articoli vendibili. Il mio progetto agricolo pi importante fu quello di coltivare una variet speciale di fragole giganti: interrai le piantine in file ordinate e all'inizio non mancai mai di annaffiarle e strappare le erbacce, ma ben presto mi vennero a noia e cominciai a trascurarle, e soltanto grazie all'aiuto di mia madre prima della visita di un ispettore Joyce Oates si qualific per una menzione per aver completato il suo progetto in modo soddisfacente. (Ho mai vinto un nastro azzurro? O almeno un nastro rosso? Di certo non alla New York State Fair ad Albany, ma forse alla Niagara County Fair, per uno dei miei ingegnosi lavori manuali o pi probabilmente per le fragole giganti.) La pi elettrizzante delle gare del 4-H era la danza a quattro coppie, nella quale dovevo essere abbastanza brava, visto che otto di noi (quattro ragazzi e quattro ragazze) vennero selezionati per ballare allo show di una televisione di Buffalo - un livello di celebrit sorprendente per noi ragazzi di campagna, anche se di breve durata.
Ricordo solo vagamente il mio partner della quadriglia, si chiamava Harvey. O forse Harvey era il cognome. Nello studio televisivo eravamo cos tesi, cos spaventati, cos restii persino a respirare, che le nostre mani si stringevano, fredde e viscide di sudore. La grande impresa dei nostri pochi minuti di fama locale sulla WBEN-TV fu che nessuno di noi cadde.
Molte volte avevo recitato a memoria il voto solenne del 4-H, insieme agli altri aderenti e da sola, come una specie di preghiera laica. Ad anni di distanza le parole calme e perentorie scorrono nella mia mente come petali su un lento ruscello:
Prometto che user la testa per pensare con pi lucidit,
il cuore per offrire una maggiore lealt,
le mani per offrire un servizio pi grande
e la salute
per garantire una vita migliore al mio circolo,
alla mia comunit e al mio paese.
(Recitando il voto, l'aderente al 4-H fa dei gesti precisi per indicare la testa, il cuore, le mani e la salute; la mano indugia sul cuore, come nel giuramento di fedelt agli Stati Uniti d'America. Bench ogni professione di fede mi rendesse irrequieta, trovavo un che di elettrizzante in quelle parole, che promettevano davvero molto ma non sembravano vincolare la persona a una determinata linea di condotta e non evocavano alcun Salvatore verso cui sentirsi obbligati a provare gratitudine o senso di colpa. In verit,  sorprendente che il giuramento del 4-H omettesse in modo lampante qualsiasi riferimento a Dio, anche se all'inizio degli anni Settanta il verso finale fu ampliato per comprendere e al mio mondo).
Raccontare l'energia infaticabile dei miei primi anni giovanili significa riprovare qualcosa del fervore di un'epoca in cui la vendita porta a porta era normale come la richiesta di dolcetti o scherzetti a Halloween, e prevedeva lo stesso cast di personaggi. Non avrei guadagnato molto, ma mi avrebbe permesso di risparmiare e mettere tutto su un conto a mio nome in una banca di Lockport; per me uno dei grandi piaceri della vita era quello di contemplare il mio libretto di risparmio e prendere nota dell'accredito degli interessi... in penny.
Un po' pi grande, cominciai a fare la babysitter come quasi tutte le ragazze della mia et; un lavoro pi redditizio e meno inaffidabile che produrre manufatti invendibili. Ma la mia carriera si interruppe all'improvviso una sera, quando, a casa di una coppia che viveva a un paio di miglia da noi, in Tonawanda Creek Road, a met strada da Rapids, fui terrorizzata per ore da un parente (ubriaco?) della famiglia, che compariva alle porte e alle finestre bussando, prendendomi in giro e tormentandomi, insistendo perch lo facessi entrare. Ero troppo spaventata per chiamare casa, troppo spaventata per alzare il telefono perch avrebbe potuto vedermi: credevo che se l'avessi alzato lui avrebbe fatto irruzione. E dopo non osai raccontarlo a nessuno, perch in realt non era successo niente; sapevo che riferirlo ai miei genitori mi avrebbe portato altra infelicit, e non sopportavo l'idea di venire interrogata. Come babysitter avevo chiuso.
A rivelare la disperazione, e la natura donchisciottesca di tale disperazione,  la mia domanda di lavoro a un conservificio di Lockport - la fabbrica in cui lavorava la madre di Helen Judd. Feci domanda anche al Niagara County Tuberculosis Sanitarium, un posto orrendo e poco invitante alla periferia di Lockport, molto arretrato rispetto alla strada principale che portava a Olcott Beach. N queste n altre domande ebbero come risultato un colloquio, perch ero troppo giovane, e non avevo esperienza. Comunque lavorai - per un giorno - al buffet del picnic dei vigili del fuoco volontari di Swormville, un'esperienza spossante e per niente gratificante; durante quell'interminabile giornata le altre cameriere, sia della mia et sia pi vecchie, se ne andarono a una a una fino a quando restammo in poche, e quasi non ci reggevamo in piedi. Tuttavia l'esperienza pi umiliante fu un'altra giornata di lavoro come ragazza delle pulizie per una donna che viveva in una grande casa a Pendleton: seguendo le sue istruzioni spolverai, spazzai, passai l'aspirapolvere, strofinai; pulii e lucidai pavimenti di linoleum, lavai i vetri delle finestre, lucidai l'argenteria. Bench si trattasse di un lavoro per il quale non ero per niente portata, pensavo di essermela cavata abbastanza bene, quindi il fatto di non essere richiamata mi sorprese e mi fer. (Mi informai tramite un'amica del 4-H che mi riport la risposta della donna: L'atteggiamento di Joyce. Aveva l'aria di voler essere da un'altra parte.)
Il periodo pi critico della mia vita, dal punto di vista finanziario, attraversa in modo intermittente gli anni alla Syracuse University. Ero arrivata l con una borsa di studio della New York State Regents, che permetteva a studenti i cui genitori non erano in grado di pagare le considerevoli tasse universitarie di frequentare la Syracuse, che, pur essendo privata, accettava le borse di studio pubbliche. Tuttavia c'erano mille altre spese, come minimo quelle per vitto e alloggio e per i libri di testo. I miei genitori erano molto orgogliosi della mia borsa di studio ma per loro deve essere stato un grosso sforzo economico. Pur essendo la pi coscienziosa fra gli studenti, vivevo costantemente nell'ansia di non essere abbastanza brava e perdere cos la borsa di studio; qualsiasi voto sotto una inequivocabile A era per me foriero di una perdita imminente, e di una totale sconfitta. (Andrebbe notato che non ero certo la sola ad avere queste paure. Praticamente tutti i beneficiari di una borsa di studio come la mia avevano paura, e alcuni in effetti dovettero ritirarsi.)
Alla Syracuse, ero grata di lavorare come fattorino alla biblioteca universitaria per tutte le ore settimanali che riuscivo a fare a un dollaro l'ora. Fu il mio primo vero lavoro; adesso potevo considerarmi un'adulta. Sola, assegnata a uno dei piani superiori della biblioteca (mi sembrava immensa, rispetto a quella di Lockport che per me rappresentava la biblioteca), spingevo un carrello e risistemavo i libri come un'ammaliata Alice nel paese delle meraviglie e potevo esplorare gli scaffali zeppi di libri, file e file di scaffali - Letteratura inglese, Letteratura americana, Filosofia -; c'era una zona di lettura aperta con un lungo tavolo di legno di solito deserto e l potevo sedermi a leggere incantata i cosiddetti periodici colti e le riviste letterarie, un'intera categoria di pubblicazioni a me totalmente sconosciute. Fu l'equivalente della scoperta degli splendidi libri di Alice fatta all'et di nove anni. C'era la rivista Poetry (dove lessi The Asylum, la straziante poesia autobiografica di Hayden Carruth), Epoch (la prima rivista letteraria che nel 1960 avrebbe pubblicato un mio racconto firmato J.C. Oates), il Journal of Metaphysics (che leggevo avidamente, ci provavo almeno, come se la metafisica fosse disciplina solida e rispettabile quanto la fisica), Modern Fiction Studies (il primo periodico accademico letterario della mia vita). Ugualmente interessanti erano Philological Quarterly, PMLA, Romanticism, American Literature, American Scholar. Veri tesori di narrativa, poesia, saggi e recensioni - Kenyon Review, Virginia Quarterly Review, Southern Review, Southwest Review, Paris Review, Hudson Review, Partisan Review, Dalhousie Review, Prairie Schooner, Shenandoah, Georgia Review, The Literary Review, Transatlantic Review, Quarterly Review of Literature - e piccolissime riviste in cui, nei decenni successivi della mia vita, sarebbero apparse le mie opere.
(Il mio primo racconto non fu pubblicato su una di queste riviste nazionali bens su Mademoiselle, nel 1959. Come Sylvia Plath in un concorso dell'anno precedente, anch'io avevo ricevuto un premio da questa elegante rivista di moda che all'epoca pubblicava testi di insigni collaboratori quali Tennessee Williams, William Faulkner, Paul Bowles, Katherine Anne Porter, Flannery O'Connor, Jean Stafford, Truman Capote. Guardando gli standard contemporanei sembra cos improbabile! Eppure si trovava narrativa di qualit su molte riviste patinate dell'epoca, Vogue, Harper's Bazaar, Cosmopolitan, saltuariamente persino sul Saturday Evening Post e Playboy, nonch nei pi ovvi Atlantic, Harper's, Esquire e New Yorker. Avevo diciannove anni e mi sembrava che la mia vita fosse stata toccata per magia, forse profondamente modificata, dalla pubblicazione sulle pagine di Mademoiselle.)
Uno degli episodi pi importanti - sarebbe pi accurato descriverlo come una svolta - nella mia vita letteraria avvenne nel secondo semestre del primo anno di universit, quando entrai nell'aula di lingue e pigramente aprii un libro che qualcuno aveva dimenticato... un'antologia di filosofia che conteneva alcuni estratti di opere di Friedrich Nietzsche. Un paio di frasi di questo filosofo tedesco del Diciannovesimo secolo, di cui non avevo mai sentito parlare, bastarono a elettrizzarmi e provai nei suoi confronti una specie di intesa; dopo la lezione corsi alla libreria del campus dove, con trasporto sconsiderato per una squattrinata cronica come me, comprai alcune opere di Nietzsche in edizione economica - Cos parl Zarathustra, Genealogia della morale, Al di l del bene e del male - che, coperte di appunti, conservo ancora sui miei scaffali.
Perch avevo trovato uno che ragionava come usasse un martello... l'unica arma con cui una quasi-cristiana poteva reagire a quegli anni di passivit forzata in un mondo adulto devozionale dove niente era spiegato con chiarezza, niente era sincero, e tutto diventava confuso; da bambina, e da giovane donna, avevo la sensazione che gli anziani del mio mondo cospirassero per convincermi a credere in fedi in cui nessuno di loro credeva, pur continuando a fingere che Nostra  la via, la verit, la luce. Solo seguendo la nostra via troverai la salvezza.
A tali manifestazioni di compiaciuta devozione ribatte la voce sconvolgente del filosofo: Quel che si fa per amore  sempre al di l del bene e del male.
Da matricola non vivevo in una casa dello studente bens in un cottage meno costoso in Walker Avenue, insieme a una ventina di altre borsiste, tutte ragazze che venivano dallo stato di New York. (Per et, esperienza, aspetto, eravamo ragazze, non giovani donne. E in quell'epoca le ragazze venivano tenute sotto una specie di custodia protettiva, soggette al coprifuoco, cosa che non succedeva ai maschi. Dire che alle borsiste del Walker Cottage non disturbava per niente l'obbligo di rientrare prima delle undici nei giorni feriali  tanto accurato quanto veritiero... era esattamente l, nelle nostre camere, a studiare, che volevamo essere.) Avevo una camera singola, una celletta arredata spartanamente dove potevo lavorare per ore senza interruzioni; per la prima volta ero libera dalla sorveglianza, per quanto benevola, dei miei genitori. E potevo lavorare alla biblioteca universitaria fino all'ora del coprifuoco, al lungo magico tavolo di quercia, circondato da scaffali pieni di piccole riviste che arrivai a rispettare e persino ad amare; scrivevo a mano su un quaderno a spirale, abbozzi di trame, tracce, impressioni, che poi riportavo al residence per batterli a macchina. Racconti, romanzi - persino poesie e lavori teatrali -, centinaia di pagine di duro lavoro universitario che a quel tempo non avrei saputo identificare come apprendistato e molto del quale veniva scartato, mentre una parte, rielaborata e perfezionata, finiva nei racconti da sottoporre ai seminari di scrittura e sarebbe in seguito stata inclusa nel mio primo libro, una raccolta di racconti intitolata By the North Gate (1963).
Se apro il libro, composto cos tanto tempo fa,  come se venissi catapultata di nuovo in quel periodo... chiudo gli occhi e rivedo il tavolo di quercia della biblioteca, le riviste su entrambi i lati; rivedo la mia camera, il semplice tavolo-scrivania di fronte a una funzionale parete bianca.
Da bambina e adolescente avevo considerato la biblioteca di Lockport un santuario, fonte venerata di felicit, e nei miei anni universitari la biblioteca della Syracuse sarebbe stata il suo equivalente, se non molto di pi. Nel complesso la Syracuse University era un paradiso per una giovane scrittrice: i miei insegnanti, Donald A. Dike, Walter Sutton, Arthur Hoffman, fra molti altri stimati professori, erano brillanti, comprensivi, e sempre pronti ad aiutare. (Rivelazione: non una sola volta i miei professori mi hanno fatto sentire che in quanto donna fossi in qualche modo inferiore ai miei compagni. Tuttavia non sfugg alla mia osservazione che nel dipartimento di Lingua e Letteratura Inglese c'era soltanto una professoressa, e nemmeno una in quello di Filosofia.)
Se la biblioteca universitaria era una miniera di informazioni per una ragazza innamorata delle parole come me, al tempo stesso era al di sopra delle mie possibilit. Ricordo il mio posto di lavoro come un labirinto nella penombra - le aree non utilizzate rimanevano immerse nel buio ed entrando nei corridoi dovevi accendere le luci -, fonte di allucinazioni; un universo di libri soverchiante, infinito come la biblioteca di un romanzo di Borges. Era impossibile persino cominciare a leggere cos tanti libri... il pensiero che ognuno di quei volumi fosse stato catalogato e sistemato sugli scaffali bastava a portare alla follia. Che ognuno fosse stato scrupolosamente scritto!
Un giorno avrei messo in prosa alcune di queste esperienze... un romanzo-memoir intitolato Un giorno ti porter laggi. Ma molti decenni dopo.
Settanta centesimi? Settanta centesimi?... Ricevere la prima paga settimanale, scoprire che non guadagnavo neanche un dollaro l'ora ma, tolte le tasse, molto meno, fu uno shock. L'orgoglio di frequentare la Syracuse University e lavorare alla biblioteca veniva sminuito da queste cose che mi ricordavano quanto fossi disperata, e ingenua.
Quando, dopo il primo assegno, condivisi il mio sgomento con una delle bibliotecarie sotto cui lavoravo, lei ribatt in tono seccato:  lo stesso per tutti noi, Joyce.
Ma non avevo altra scelta, dovevo continuare a lavorare alla biblioteca.  stato il mantra della mia vita... non ho altra scelta, devo andare avanti.
Restavo alla biblioteca fino all'ora di chiusura, le undici di sera, poi tornavo in camera a studiare fino all'una o le due del mattino. Non  insolito che gli studenti universitari dormano troppo poco. Essere cronicamente a corto di sonno  come essere cronicamente a corto di soldi, hai la sensazione che nella tua vita manchi qualcosa di essenziale che non riesci a definire perch non  soltanto concreto e materiale, ma anche spirituale. Nel mio cottage di matricole borsiste no, ma in generale gli studenti della Syracuse University erano benestanti, se non decisamente ricchi. Erano giovani di New York e dintorni che esibivano la loro ricchezza, molto diversi dagli abitanti del mio entroterra. Essere poveri in mezzo all'opulenza significa sentirsi sia esclusi, sia stranamente privilegiati: come borsista ero una spia nella casa della gioia. Non ero sola, per facevo parte di una netta minoranza; i pomeriggi del sabato nella mia camera al Walker Cottage o fra le pile di libri della biblioteca sentivo il rumore della folla che acclamava allo stadio di football poco lontano, sembravano le grida di un'altra specie. Come sembravano felici, e quant'ero distante io dalla loro felicit! La mia solitudine mi era preziosa se significava poter realizzare qualcosa, qualsiasi cosa. La mia preoccupazione di essere bocciata a qualche esame deve aver ispirato una sovracompensazione, perch mi laureai con i voti pi alti della classe 1960.
Quarant'anni dopo, esaminando i documenti di mio padre da poco defunto, avrei scoperto l'ammontare della borsa di studio della New York State Regents che aveva tanto inorgoglito i miei genitori e aveva cambiato la mia vita: cinquecento dollari l'anno.

La sorella perduta: un'elegia.

1.

Non fu una nascita pianificata.
Fu fortuita, casuale. Un dono. Nata il 16 giugno 1956. Nel giorno del mio diciottesimo compleanno.
Aiutaci a trovare un nome per la tua sorellina, Joyce.
Eravamo elettrizzati, ma anche spaventati.
Mio fratello Robin e io sapevamo da mesi che nostra madre era incinta, ma in qualche modo avevamo preferito non renderci veramente conto che avrebbe avuto un bambino.
Nel senso che avere un bambino significa una nuova presenza nella famiglia, un centro di gravit del tutto nuovo. Come se una sostanza radioattiva fosse venuta a depositarsi in mezzo a noi, piccola in maniera ingannevole, quasi una miniatura, eppure capace di emettere una luce potente.
A volte accecante.
E, ammesso che una luce possa essere assordante, assordante.
Aiutaci a trovare un nome per la tua sorellina, Joyce.
Un grande dono per me, che amavo i nomi. Presi quella responsabilit molto sul serio.
Poich io mi chiamavo Joyce Carol, fu suggerito che anche la mia sorellina avesse un nome doppio.
I nomi mi attraversavano la mente come un incantesimo.
Nomi affascinanti. Sillabe che avevano la musicalit della poesia.
Da bambina avevo immaginato che il nome conferisse senso. Potere, importanza. Mistero. A volte quando mi chiamavano per nome - certe voci, non tutte - fremevo come se la mia anima fosse stata toccata. Pensavo che Joyce Carol fosse un nome molto speciale perch alle mie orecchie suonava musicale e leggero; non solenne, aspro o cupo.
Sapevo che erano stati i miei genitori a sceglierlo, e che era stato qualcosa di speciale. Mi pare di ricordare che mia madre avesse visto il nome Joyce su un quotidiano e le fosse piaciuto perch le sembrava avere un suono felice. Comunque lo avevano scelto insieme.
Mio padre, che amava la musica, che suonava il piano a orecchio e cantava spesso, canticchiava a bocca chiusa, fischiettava fra s e s quando lavorava per casa. Lo sentivi cantare sottovoce in un'altra stanza. A lui il nome Carol suggeriva l'idea di musica, canto. La predisposizione musicale di pap si era insinuata nel mio nome.
E adesso era mia la responsabilit di trovare un nome per la mia sorellina.
(Mi consultai con mio fratello Robin? Voglio credere di averlo fatto.)
I nomi preferiti erano Valerie, Cynthia, Sylvia, Abigail, Annette, Lynn, Margareta, Violet, Veronica, Rhoda, Rhea, Nedra, Charlotte... nomi di ragazze che erano state o erano compagne di scuola a Lockport o a Williamsville; amiche mie, o che avrebbero potuto esserlo; ragazze che ammiravo da vicino, o da lontano; ragazze che erano chiaramente speciali, e speciali per me.
Il poeta/scrittore sa che i nomi sono magici. Oppure non riescono a esserlo. La sorella maggiore sapeva che il nome della neonata sarebbe stato decisivo per la sua vita. Non deve avere un nome scelto distrattamente, ma con molta cura. Con amore.
Le amiche del liceo rimasero a dir poco sbalordite quando alla fine, dopo mesi di silenzio, comunicai che in giugno mia madre avrebbe avuto un bambino.
Ma  troppo vecchia! disse una di loro con poco tatto.
Mia madre aveva gi quarant'anni? Non volevo pensare che fosse vecchia.
Dover raccontare della sua gravidanza mi metteva in grave imbarazzo. Avevo la faccia spiacevolmente in fiamme quando le amiche mi incalzarono con le domande.
Quando l'hai saputo?
Perch non lo hai detto a nessuno?
Non sar strano... avere un neonato in casa? Tanto pi piccolo di te? Con entusiasmo fanciullesco, forse non del tutto sincero, le mie amiche si augurarono di avere anche loro un nuovo bambino in famiglia. Io sorridevo debolmente, sperando di cambiare argomento.
Non volendo pensare Perch sorridete? Perch siete cos felici per me? Il piccolo prender il mio posto. Io verr dimenticata.
Quando i nostri genitori dissero a Robin e a me che la nascita era prevista in giugno ne restammo sorpresi e imbarazzati. Dovevamo essere davvero sbalorditi, ma fedeli al riserbo familiare non facemmo molte domande. Eravamo abbastanza felici, fino a un certo punto, credo. Perlomeno non eravamo tristi, questo no. Nessuno dei due aveva esclamato all'altro Perch fanno una cosa simile!
Non hanno bisogno di un bambino in famiglia, visto che hanno gi noi.
(In verit, mi sembrava che non fosse passato molto tempo da quando i miei genitori mi avevano dato l'incredibile notizia che avevo un fratellino che si chiamava Robin.)
Un fratellino! Un beb!
Avevo cinque anni. Cinque e mezzo. (Da piccoli le frazioni di tempo sono importanti.) Non ricordo di aver saputo che mia madre aspettasse un bambino, o che sapessi qualcosa dei neonati umani. Certo, avevo visto le gatte del fienile col pancione mettere al mondo nidiate di gattini, e non poteva essere stato un completo mistero per una bambina sveglia come me che i gattini erano in qualche modo venuti fuori da mamma gatta.
Mio fratello  nato in un momento assurdamente inopportuno, avevo pensato: il giorno di Natale! Era colpa sua? Che cosa gli era saltato in mente? Di interferire con il giorno di Natale tanto atteso di una bambina di cinque anni... il 25 dicembre 1943.
Aveva gli occhi color carta da zucchero. Un bel bambino con i capelli lisci e serici di un biondo-castano. Com'ero rimasta scioccata, e come mi ero sentita tradita dai miei genitori!
Nel giro di poco tempo lo adoravo e venivo spesso fotografata con il mio fratellino in braccio o mentre giocavo con lui. Nella mia foto preferita Robin mi tira uno dei miei lunghi boccoli mentre io lo fisso con un'espressione di compassata preoccupazione. Ma quando mio padre aveva portato a casa la mamma dall'ospedale pubblico di Lockport con il nuovo fratellino di nome Robin avvolto in una coperta, la mia prima reazione era stata di correre a nascondermi. In uno stanzino pieno di spifferi sentii chiamare il mio nome - Joyce? Joyce? - ma mi rifiutai di rispondere. Ero determinata a non rispondere per chiss quanto.
16 giugno 1956, per pura coincidenza la data del mio diciottesimo compleanno.
Per nessuno crede alle pure coincidenze. Siamo pi portati a credere al simbolismo, dove senso e significato sembrano avere uno scopo.
Che cosa significa il fatto che mia sorella sia nata il giorno del mio compleanno?
Giorno esatto a parte, era naturale presumere che i miei genitori avessero programmato la nascita del terzo figlio nel periodo in cui la primogenita se ne sarebbe andata.
Questo mi ritrovai a pensare, ma sapevo che non era cos. Anni dopo mi sarebbe stato presentato come significativo in senso astrologicamente benevolo, che io fossi nata proprio il giorno di Bloomsday, quando a Dublino si onora James Joyce, lo scrittore che avrei tanto ammirato da grande.
(E i miei genitori mi avevano scelto quel nome per il grande scrittore irlandese?)
(No, no, e no.)
Ma fra i nostri parenti, e i miei amici, e per chiunque pensasse di conoscere i miei genitori, veniva dato per scontato che mia madre e mio padre avessero calcolato di avere un terzo figlio per sostituire quella che se ne stava andando. Neanche fosse possibile riuscire a calcolare una gravidanza con tale precisione!
In realt, come avrebbero lasciato intuire i miei genitori (reticenti di natura), la gravidanza era stata del tutto fortuita. Una sorpresa, forse uno shock per due persone di mezza et, comunque un incidente che non celava alcun significato simbolico.
Un incidente non sfortunato.
Un dono, come lo avrebbero considerato in seguito.
Sar facile ricordare i vostri compleanni. Possiamo festeggiarli insieme.
Aiutaci a trovare un nome per la tua sorellina, Joyce.
Ma per me era difficile scegliere. Fra tanti bei nomi, come si fa a sceglierne soltanto due?
Capivo, naturalmente, che chiedermi di scegliere un nome per la piccola era un modo gentile di coinvolgermi, affinch non mi sentissi trascurata, o messa da parte.
O forse credevano sinceramente che in famiglia io fossi la pi adatta perch ci sapevo fare con le parole, e questa responsabilit doveva essere affidata a me.
Volevo bene alla sorellina? S. Non potevo impedirmelo, vedendola fra le braccia di mia madre; vedendo come era felice la mamma, e pap; sentendo che gli occhi mi si riempivano di lacrime.
Ero stata anch'io cos piccola? Mi avevano voluto altrettanto bene?
Si dice che il primogenito si sente sempre, essenzialmente, molto speciale, eletto. Eppure a me sembra logico che il primogenito sia quello che verr messo in disparte, garbatamente o in malo modo, dal secondogenito, e ancora di pi dal terzogenito.
In una famiglia numerosa nessuno si sente eletto... improbabile presunzione. Ma circondati da fratelli e sorelle ci si sente meravigliosamente non soli.
A me sembrava naturale che la neonata annullasse gli altri figli, sostituendoli nelle emozioni dei genitori, di mio fratello, mie. Basta la vulnerabilit di un neonato a destituire i figli meno vulnerabili. Andava accettato come inevitabile, e desiderabile.
Come se i miei genitori stessero esortandomi a pensare, saggiamente: Adesso sei adulta, o quasi. Sei pronta per andartene. E adesso infatti te ne andrai.
Alla fine scelsi per la sorellina il nome Lynn Ann, per la fluidit di tutte quelle n.

2.

No. Non posso parlare di lei.
Impossibile. Non trovo le parole.
Come lei non ha la facolt di parlare, io non ho le parole per presentarla.
Non mi  permesso immaginare e quindi sono impotente.
Non c' un modo. Non c' accesso.
C' soltanto distanza, come al di l di un baratro profondo.
Se esiste  un modo indiretto, impacciato.
 mettere un piede davanti all'altro, e un altro ancora...
faticosamente, attenti alla ripida discesa.
Non  esattamente codardo (suppongo, perch se fossi codarda
non intraprenderei un compito cos impossibile, me ne starei alla larga) - per  prudente. Non  il genere di dolore che si trasforma in piacere.
Ansiosa di spingerti avanti sapendo che non ce la farai eppure
non puoi che proseguire per questa strada.
Non puoi fingere che tua sorella non sia mai nata.
Detto in fretta e sbadatamente, autistico pu suonare come artistico.
Non  del tutto vero che io sia scappata al college. Era arrivato il momento di partire e partii.
E dopo essermi laureata mi iscrissi alla University of Wisconsin-Madison per la specializzazione e l conobbi Raymond Smith, me ne innamorai e lo sposai. E non tornai pi a vivere a Millersport.
All'epoca non si sapeva - n ancora si sospettava - che mia sorella avesse gravi disabilit cognitive. Sono sospetti lenti a manifestarsi anche nei genitori pi affettuosi, responsabili e attenti.
Dopo cinque o sei anni, quando mio marito e io vivevamo e insegnavamo a Detroit, nel Michigan, seppi che i miei genitori avrebbero portato mia sorella da alcuni medici della zona di Buffalo, da cui li aveva indirizzati il pediatra di Lockport che sapeva di non poter fare niente, nemmeno dare con certezza un nome alla malattia.
Lynn non ci guarda. Non parla, non cerca di parlare.
Si direbbe che non ci riconosce. Mangia soltanto certi cibi.
Le verr un brutto carattere.
Si sarebbe potuto suggerire il termine ritardata. Ma in casa nostra non l'ho mai sentito dire e non ho mai in nessun modo associato questo termine a mia sorella.
C'era un tab sull'uso di questa parola, associata ad altre come miseria, ignoranza, demenza. Una parola oscena, utilizzata a volte come un epiteto di rara crudelt.
Alla fine, la diagnosi fu autismo. (Riferita da mio padre, con faccia seria. Per quanto ne so mia madre non pronunci mai questa parola, che la faceva soffrire molto.) A quel tempo (si era a met degli anni Sessanta) non si sapeva molto dell'autismo, per si faceva una distinzione fra autismo e ritardo mentale, e sembrava essenziale continuare a farla.
Perch nelle nostre campagne il ritardo mentale non era insolito, in quegli anni. In questo memoir non ho parlato dei numerosi esempi di persone ritardate incontrate nei dintorni di Millersport e Lockport, perlopi in et scolare; sarebbe sembrato un numero sproporzionato, paragonato alla mia esperienza di altri luoghi fatta nel corso della mia vita; perci, quando penso al ritardo mentale, immediatamente penso a certe famiglie contadine, e ai loro figli, che a scuola frequentavano classi differenziali e generalmente venivano scansati, evitati, o in qualche caso sfortunato presi in giro e tormentati dai cosiddetti ragazzi normali.
Era probabile che nella famiglia Judd, per esempio, esistesse un ritardo mentale. Ma non volevo soffermarmi su questa probabilit scrivendo della mia amica Helen Judd, perch non era questo l'argomento; oggi sappiamo che ritardo mentale, violenza sessuale sui minori e incesto sono collegati in modo sostanziale, ma ci vorrebbe pi tempo e pi spazio per approfondire l'argomento.
Nonna Blanche non accett mai la diagnosi di autismo. Sembrava convinta (una convinzione implicita e indiscussa) che non ci fosse niente che non andasse nella nipotina pi piccola. Anno dopo anno prendeva l'autobus della Greyhound da Lockport per venire a trovare la famiglia del figlio e a ogni visita portava un regalo per Lynn, come aveva fatto un tempo per me: album da colorare, libri illustrati, pastelli; tutti regali, come comment seccamente mio fratello, che nostra sorella distruggeva nel giro di pochi minuti, in preda a furori di varia intensit.
Che ne sar di Lynn, secondo te?
Che ne sar di mamma e pap?
 difficilmente comprensibile, ma in famiglia l'argomento non veniva quasi mai affrontato, perlomeno non fra genitori e figli. Poco alla volta Lynn Ann divent l'unica e in un certo senso sacra responsabilit dei miei genitori, non a caso si dice che i bambini con la sindrome di Down sono particolarmente amati dalla famiglia; considerati non come un problema ma come una specie di dono. Chiedevi notizie di Lynn nei modi pi casuali e allegri - Come sta Lynn?- e ricevevi quasi invariabilmente la risposta: Bene. Ma il problema di Lynn Ann Oates era una faccenda privata, e si trattava di un riserbo inviolabile.
Nessuna delle mie amiche del liceo o del college avrebbe mai conosciuto mia sorella. Nemmeno mio marito Ray la incontr mai. Per quasi quindici anni i miei genitori vissero con lei in una specie di quarantena; poche persone andavano a trovarli, perch poche persone si sentivano a loro agio in un ambiente dove una bambina apparentemente ritardata e disturbata scorrazzava libera per le stanze. O forse i miei semplicemente preferivano non ricevere visite, ipotesi ugualmente probabile.
Fino a quando si ammal, nonna Blanche continu a portare a Millersport i suoi doni simbolici. Voleva molto bene al figlio e alla sua famiglia, perch non ne aveva altre; del suo secondo matrimonio, dopo che, decenni prima, il giovane e bel marito irlandese Carleton Oates l'aveva abbandonata, sappiamo soltanto che non sembrava felice, e non meritava indagini. (Era la nostra reticenza familiare, o il luogo comune di non voler violare l'intimit altrui?) Forse era una manifestazione di affetto, rispetto, dignit, non porre mai una domanda che avrebbe messo l'altro in imbarazzo, o insinuare che una facciata di felicit domestica non fosse del tutto veritiera.
Certamente nessuno parlava di Lynn se non nel modo pi naturale possibile. Nel mio ricordo le discussioni su di lei non erano gradite.
Che cosa ne sar di noi! Abbiamo assolutamente bisogno di aiuto.
Sciocco aver lasciato la mia edizione economica di La coppa d'oro di Henry James sul tavolo del soggiorno. Ero venuta a trovarli per qualche giorno e sconsideratamente avevo lasciato dei libri dove Lynn poteva trovarli. Tutti i libri venivano distrutti, ma ricordo soltanto La coppa d'oro, l'ironia, il pathos, la fantastica trama di parole, parole stampate, impenetrabili per Lynn come il sanscrito lo sarebbe stato per me, e per questa ragione pienamente meritevoli di distruzione.
Oppure, versione pi plausibile: la mia scatenata sorella distrusse il libro senza sapere che era un libro e tantomeno che era un libro di Joyce; sapeva solo che era un oggetto nuovo, in casa, quindi fuori posto, che offendeva il suo senso del decoro o dell'ordine.
 un ricordo doloroso: strappava le pagine con le mani, con i denti. Emetteva grida stridule, o grugniva per l'infelicit, la frustrazione o la disperazione. Pur avvertendo la mia presenza non mi guard mai, neppure una volta.
(Non poteva sapere che mi assomigliava in modo straordinario, e io assomigliavo a lei. Come gemelle separate da diciotto anni.)
Di solito aggrediva oggetti inanimati. Non avrebbe mai aggredito me.
(Eppure... un giorno avrebbe potuto farlo. Nella pubert, una volta pi alta e pi forte,  probabile che Lynn mi avrebbe attaccata, come un giorno fece con nostra madre.)
Com' ancora vivida l'immagine della copia distrutta della Coppa d'oro, con la complessa ed eloquente prefazione, pressoch impenetrabile, di R.P. Blackmur. Tutta strappata, e l'orribile impronta dei dentini aguzzi su quello che restava delle pagine.
Oh, Lynn! Che cosa hai fatto?
Ero cosciente della presenza di mia madre a pochi passi, sulla soglia della cucina, venuta a vedere che cosa stesse succedendo. Se in quell'occasione scambiammo fra noi delle parole le ho dimenticate.
Molto probabilmente mia madre avr sostenuto che era colpa mia se lasciavo i libri in un punto dove Lynn li poteva trovare. Ed era vero. Se c'era una colpa, poteva essere soltanto mia.
La mia agitata sorella se ne stava in cucina, curva, dondolandosi sui piedi ed emettendo il suo strozzato naia-naia-naia. Non era una risata, n un suono derisorio o provocatorio, era insensato e basta. All'epoca Lynn avr avuto otto, nove, dieci anni, una bambina che cresceva fisicamente, ma non mentalmente.
Lo scontro con La coppa d'oro era stato un trionfo ma l'aveva lasciata pericolosamente sovreccitata, c'era il rischio che adesso potesse prendersela con qualcos'altro, o con qualcuno.
Comunque i miei riuscirono a tenerla a casa fino all'et di quindici anni. Era pi alta e pi pesante di mia madre, molto eccitabile. E pericolosa.
E quella fu l'ultima volta che vidi mia sorella, quasi quindicenne.
Di lei si ripeteva spesso: Lynn sembrava una bambina perfettamente normale. Era cos bella! Non c'erano segnali.
Era davvero cos, Lynn non aveva dato segnali? Chi pu ricordarlo, dopo tanti anni?
Con il senno di poi vediamo quello che speriamo di vedere. Vediamo quello che la nostra narrazione pi lusinghiera ci permetter di vedere. Ma in medias res ci rendiamo conto di ben poco, perch tutto avviene troppo in fretta per lasciarci il tempo di elaborarlo.
Sarebbe diventata la storia raccontata all'infinito - senza dubbio, dai miei genitori a medici, terapeuti, infermieri - di quando a due o tre anni Lynn era caduta fratturandosi la gamba sinistra. Per molte settimane aveva dovuto portare il gesso. Camminava gi, pi o meno, ma a quel punto ritorn a gattonare, trascinando la gamba. Piangeva, dondolando il corpicino da una parte all'altra, l'emblema stesso della sofferenza infantile. In seguito venne ipotizzato (dai miei genitori, ma anche da altri) che in quel periodo cruciale per lo sviluppo, qualunque progresso Lynn avesse fatto - imparando a camminare, a parlare, a comunicare - si fosse rallentato.
Della bambina malata si diceva: Pensa che sia una punizione. Come possiamo far capire alla poverina che nessuno la sta punendo?
Come farle capire che  amata?
Forse il pesante gesso che le imprigionava la gamba c'entr qualcosa con le sue carenze, sempre pi evidenti con il passare del tempo. O forse il gesso non ebbe in alcun modo a che fare con il suo sviluppo mentale.
Alcuni anni dopo qualcuno ipotizz (uno dei numerosi specialisti che infine la visitarono) che l'autismo fosse una forma di schizofrenia causata da cure materne sbagliate.
Cure materne sbagliate. Mi  difficile persino pronunciare queste parole crudeli e ignoranti.
Carolina Oates, la pi affettuosa e gentile delle madri, descritta da specialisti (maschi) come la responsabile della disabilit mentale della figlia!
Per anni restammo angosciati da questa rozza diagnosi. Sapevamo che non era vero - mia madre non era fredda e distaccata come la cattiva madre dell'accusa -, ma questa pseudoscienza trovava conferma nelle tendenze misogine della teoria psicanalitica freudiana secondo la quale la madre (da sola)  il fulcro di ogni male,  lei che causa l'omosessualit del figlio. (E cosa dire del ruolo del padre nello sviluppo di un bambino? Il padre non ha responsabilit n colpe?) Questa diagnosi fraudolenta fer terribilmente mia madre, e di certo le entr nell'anima. Non si dice a una donna gi angosciata per la disabilit della figlia che la colpa  sua.
A tanti anni di distanza sono ancora turbata a nome della mia dolce, affabile e schiva madre, che aveva dato il massimo in un compito materno inutile e prolungato. Pi che turbata lei era annichilita, umiliata. E dur per anni.
Ritenere la madre responsabile dell'autismo, nonch della schizofrenia o dell'omosessualit,  a mio parere da condannare non meno della lobotomia, un trattamento diffuso negli anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta per altri tipi di comportamenti anomali.
Misoginia della scienza, della psicologia in particolare! Tutti quegli anni, anzi secoli, in cui la norma prevedeva medici maschi e bianchi e la femmina era una sorta di debole deviazione dalla norma, quando non trattata apertamente con condiscendenza, compatita e disprezzata. Sapete che per anni il molto stimato padre della ginecologia moderna J. Marion Sims (1813-1884) fece esperimenti sulle sue schiave afroamericane, senza anestesia; che eseguiva operazioni ginecologiche senza anestesia su donne irlandesi (cio non-bianche), troppo povere e ignoranti per protestare? Incidentalmente, lo stimato dottor Sims faceva esperimenti anche su neonati afroamericani. Se siete a conoscenza di questi terribili fatti, forse sapete anche che c' una statua dedicata al padre della ginecologia moderna in Central Park, a New York - addirittura il dottor Sims  stato il primo medico americano a essere onorato con una statua. Perci  sicuramente ingenuo da parte mia deplorare gli sconsiderati maltrattamenti inflitti a mia madre da specialisti dello sviluppo infantile nell'America della met del Ventesimo secolo, nella zona occidentale dello stato di New York.
Molto pi tardi, nel Ventunesimo secolo, un'analisi neurofisiologica pi avanzata del fenomeno autistico ha indicato che la causa di questo disturbo non  dovuta a cure sbagliate bens a un danno cerebrale congenito.
Neurochimica, non cattiva cura dei figli.
Ma l'antica misoginia  dura a morire. Troverete ancora molte persone, compresi presumibilmente alcuni clinici preparati, che tendono a incolpare la madre della patologia del figlio.
In anni recenti si  vista la nascita di un movimento populista antiscientifico contro le vaccinazioni, che si basa sulla convinzione (errata) che le vaccinazioni causino l'autismo; pi estesamente, e in modo pi convincente, i neuroscienziati credono che le cause dell'autismo siano molteplici: genetiche e ambientali. Nessun fattore singolo causa l'autismo, tuttavia esistono condizioni che potrebbero aumentarne la possibilit. Inspiegabilmente, nel momento in cui sto scrivendo questo libro negli Stati Uniti i casi di autismo sembrano in aumento.
Chi di noi conosce questa malattia da vicino rimane sconcertato dai casi di autismo di alto profilo finiti sotto i riflettori. Dustin Hoffman in Rain Man, Temple Grandin in veste di autrice, oratrice, teorica dei diritti degli animali. Queste persone sembrano afflitte da una forma lieve di autismo se paragonati a mia sorella, muta e totalmente indifferente, che non avrebbe mai pronunciato una singola parola intelligibile, n tantomeno avrebbe tenuto conferenze in pubblico o scritto bestseller. (Ma la geniale invenzione di Temple Grandin di una macchina per gli abbracci che la circondasse, poich rifuggiva dal contatto umano, avrebbe potuto essere un ottimo espediente per arginare gli attacchi di eccitazione e angoscia di mia sorella.) In certi ambienti, viene persino proposto di celebrare l'autismo come una specie di neurodiversit. Proprio come un notevole numero di persone sorde non desiderano essere costrette a udire, ma preferiscono il silenzio del linguaggio dei segni alla comunicazione verbale, cos c' chi - Temple Grandin fra gli altri - crede che l'autismo non andrebbe eliminato, nel caso si dovessero trovare delle cure.  un punto di vista romantico, ma non molto convincente, per chi conosce di prima mano casi di autismo grave. E se la persona autistica potesse parlare, dalle sue profondit claustrofobiche, potremmo credere a ci che ci dice? E quale responsabilit ci assumeremmo, se agissimo secondo le sue indicazioni?

3.

Nel 1971, quando Lynn aveva quindici anni, mio padre infine l'affid a una struttura sanitaria nella zona di Buffalo che si occupava di persone mentalmente handicappate come lei, perch ormai tenerla a casa era diventato troppo problematico. Una decisione molto dura, per loro, bench a tutti i familiari sembrasse tardiva, fin troppo a lungo rimandata.
Un giorno, in cucina, mia sorella se l'era presa con mia madre. Dato che i miei genitori non volevano mai parlare di lei in modo negativo o critico, e non rispondevano volentieri alle domande sulla propria incolumit fisica, non ho mai saputo i dettagli di quell'aggressione. Ma da tempo temevo che potesse succedere qualcosa del genere, e che mia madre, che le dedicava tutte le sue ore di veglia, potesse venire ferita gravemente; come minimo, ne sarebbe uscita esausta e demoralizzata.
Non si pu dire semplicemente a due genitori cos devoti: Dovete metterla in un istituto! Non avete gli strumenti per prendervi cura di lei.
Mio padre, di solito ragionevole, non lo era per niente quando si trattava di affrontare quelle crisi domestiche. Non era prudente sollevare l'argomento con lui, perch subito si metteva sulla difensiva e si irritava. Anche parlare con voce sommessa e contrita significava rischiare di apparire sleali, importuni. Mia madre, la persona che pi si occupava di Lynn, giorno dopo giorno e settimana dopo settimana da anni, era sottoposta a una tensione enorme; alla fine la sua salute ne risult compromessa. Un giorno avrei saputo che prendeva tranquillanti per gestire lo stress, e con l'approvazione di pap. Lui ovviamente passava quasi tutto il tempo al lavoro, fuori casa.
All'epoca vivevano in una villetta costruita dove un tempo sorgeva la fattoria, demolita con gli edifici annessi. La nonna ungherese, Lena Bush, era morta. Mio fratello Robin - Fred Jr - era vicino alla trentina, sposato, e abitava a Clarence, distante poche miglia. La vecchia vita della fattoria, la vita della mia infanzia, era andata irrevocabilmente perduta ed era stata rimpiazzata, cos sembrava a volte, con una quotidianit da incubo surreale: i miei amati genitori, non pi giovani, in una casa di legno a un piano, come molte altre di Transit Road, a occuparsi di una figlia mentalmente disagiata e straordinariamente somigliante alla figlia maggiore della quale aveva preso il posto.
Per loro, soprattutto per mia madre, deve essere stato un sollievo, quando finalmente Lynn venne affidata a una struttura, ma allo stesso tempo fu una specie di sconfitta. Avevano fatto di tutto per tenere la figlia a casa; si erano rifiutati di ammettere che avesse qualcosa che non andava, e che rappresentava un potenziale pericolo per gli altri e per se stessa. Avevano amato Lynn come avevano amato la figlia maggiore e il figlio Fred, e quell'amore non sarebbe mai morto.
In questa struttura vicino a Buffalo, specializzata nella cura di giovani afflitti da autismo e altri danni cerebrali, mia sorella avrebbe ricevuto un'ottima assistenza. Alla fine fu inserita in una casa famiglia con altri cinque pazienti; venivano accompagnati con un furgone in una scuola per disabili, cinque giorni alla settimana, per sei ore al giorno. Pare che in queste comunit molto strutturate i malati mentali siano felici.
 il mondo esterno ad angosciarli, il mondo abitato da fratelli e sorelle normali. Nel loro mondo circoscritto si sentono al sicuro e sereni.
Avrei pensato che la sua fosse una vita tremenda, invece non sembra triste... cos aveva detto mio fratello.
L'elmetto luccicante sembra pesante e poco maneggevole ma in realt  fatto di plastica leggerissima. L'interno  imbottito ed  comodo (pare), come l'interno di un casco da bicicletta. Le cinghie sul mento sono facili da regolare e (pare) non causano strangolamenti o ferite salvo nelle circostanze pi anomale, solo se la persona  determinata a farsi del male.
A un certo punto dell'adolescenza Lynn cominci a soffrire di attacchi che assomigliavano a crisi epilettiche. Bench fossero in una certa misura controllati dai farmaci, era obbligata a portare sempre un casco di sicurezza, tranne quando si trovava al sicuro nel suo letto.
I dottori hanno detto: Non  arrabbiata. Nel senso in cui noi intendiamo la rabbia.
In tono prudente hanno detto: Di certo sua sorella si sente frustrata.  tipico di questi pazienti. A volte contorce la faccia in un'espressione di rabbia o angoscia ma non  la manifestazione di un'emozione o una condizione psicologica come potremmo averne noi.  provocata da una tensione muscolare o uno spasmo facciale.
Non pensi che sia ostilit nei suoi confronti.
Non pensi che ne sia consapevole, o che in qualche modo reagisca a lei.
Al di l di questo baratro non c' possibilit di contatto.  romantico pensarlo.  consolante pensarlo. E cos i miei genitori non hanno mai smesso di sperare che forse un giorno (immaginavano) sarebbero riusciti a costruire un ponte sul baratro. Riportarono a casa Lynn dalla struttura sanitaria tutte le domeniche fino a quando furono troppo malati o troppo anziani per farlo, persino dopo l'inizio degli attacchi che la costringevano a tenere sempre il casco di sicurezza; persino quando fu chiaro che lei non li riconosceva e che, dopo qualche tempo a casa loro, tenuta sempre pulita e ordinata prima del suo arrivo, si agitava infastidita, volendo tornare alla struttura che ormai le era pi familiare, era pi casa sua, se avesse avuto una parola per definire quel luogo.
Nessuno desiderava contestare la convinzione dei miei genitori di poter comunicare con la figlia minore. Non ne parlavano. Il loro amore era intensamente privato, anche se agli altri familiari appariva infinito per la pazienza, la generosit e la forza d'animo. Questo  ci che si intende per amore incondizionato, che nel corso del tempo non si affievolisce.  straziante pensare che i miei genitori amassero in questo modo anche mio fratello e me, non di pi ma certo non meno di mia sorella, e non per una convinzione religiosa o qualche principio etico, ma perch questa era la loro natura.
Un amore parentale naturale come respirare, o sognare.
Mai una volta tua sorella ti ha riconosciuta.
Mai una volta tua sorella ti ha guardata.
Mai una volta tua sorella ti ha dato un'occhiata di sfuggita.
Tua sorella non ha idea di chi tu sia, di che cosa tu sia.
Che ci sei, che esisti, tua sorella non ne ha idea.
Che esista qualcun altro, non ne ha idea, come pu non avere idea della propria esistenza.
Se c' un enigma, l'enigma  tua sorella.
Ecco un osso duro. Il koan.
Sconcertante come con quegli occhi castano scuro, quei capelli ondulati castano scuro e la pelle chiara, tua sorella somigli a te.
Chiunque vi veda - guarda prima l'una e poi l'altra - sente il brivido del riconoscimento: tua sorella ha diciotto anni meno di te e non ha mai proferito parola in tutta la sua vita e ti assomiglia come una goccia d'acqua.
Non incontrer mai il tuo sguardo, per quanto a lungo tu possa aspettare, con pazienza, o impazientemente. Perch lei non  come te.
Lei  una persona senza linguaggio. Per te  impossibile immaginare che cosa dev'essere, non possedere il linguaggio.
Ha vissuto nel silenzio per quasi sessant'anni. Non sente le voci degli altri come noi le sentiamo; per durante le lezioni terapeutiche all'istituto ha imparato a sentire. Il suo linguaggio  fatto di grugniti, gemiti, lamenti, piagnucolii e grida di frustrazione e sgomento. Non ride, non ha mai imparato a ridere.
In presenza di un cerebroleso ci ritroviamo nella Zona Perturbante. Siamo noi a provare disagio, persino terrore. Mi fa sentire in colpa... perch ho avuto accesso al linguaggio, so parlare e scrivere, e lei no. E tutto per un fattore genetico.
Non quello che meritiamo, ma quello che ci viene dato.
Non quello che siamo, ma come ci fanno diventare.
Non ho pi visto la mia povera sorella dal 1971, quando aveva circa quindici anni. Alta per la sua et, magra ma muscolosa, dinoccolata e con la pelle chiara, un'espressione di rabbia, di angoscia, o anche di vacuit e ostinazione. L'immagine di me stessa, leggermente distorta. Sorelle-gemelle, separate da diciotto anni. Anche se negli anni intercorsi ho pensato spesso a lei, non l'ho mai pi vista; all'inizio perch ai miei genitori non avrebbe fatto piacere, e alla fine perch una mia visita sarebbe stata sconvolgente per entrambe. E inutile. Non mi avrebbe riconosciuto, non mi avrebbe nemmeno dato un'occhiata. Quello che avrei saputo di lei, non lo avrei sopportato.
 difficile immaginare una bocca che non ha mai proferito una parola, e che non ha mai sorriso.
Occhi che non si sono mai alzati sul viso di un altro, ancor meno collegati con lo sguardo di un altro.
Tutta la letteratura - tutta l'arte - nasce dalla speranza di comunicare con gli altri. Eppure ci sono altri per i quali lo sforzo della comunicazione non  possibile, n desiderabile.
Sembra che non sappia che siamo qui.
Secondo te, a che cosa sta pensando?
Forse questa domanda non ha risposta: il cervello pensa?
Se il cervello  leso o sottosviluppato: pu pensare?
In s e per s il cervello non pensa; a pensare  l'agente umano all'interno del cervello, che qualcuno ha chiamato anima. Eppure... pu un'anima, o una mente, venire differenziata dal suo cervello? Parliamo del nostro cervello come se ci appartenesse, in un certo senso; come potremmo parlare della nostra caviglia, dei nostri occhi. Ma quest'uso comune  maldestro, forse. Noi non siamo niente senza il nostro cervello, pertanto  il nostro cervello che pensa. O che non riesce a pensare.
Ovviamente il cervello genera consapevolezza,  un processo inconscio. Siamo abituati a credere, perlomeno nella tradizione occidentale, che noi siamo situati da qualche parte dentro il cervello, dietro gli occhi; perch  attraverso gli occhi che noi vediamo. Quando guardiamo qualcuno negli occhi, quando gli parliamo, stiamo guardando dentro il cervello, questo  il nocciolo della personalit, o cos crediamo. ( inquietante pensare che come la nostra personalit risiede in un cervello organico e deperibile, in una rete neuronale tanto vasta da non essere tracciabile per intero, anche la personalit degli altri risiede in un luogo simile.) Eccetto che, naturalmente, in alcuni individui, in cui non esiste contatto visivo, il cervello si rifiuta di funzionare in conformit con le nostre aspettative.
Nell'aprile del 2014, quattordici anni dopo la morte di nostro padre, in risposta a una domanda mio fratello mi aggiorna sulle condizioni di nostra sorella, che sembrano invariate:
Lynn  completamente non verbale, non parla per niente. Ha attacchi frequenti e porta sempre un casco che la protegge in caso di cadute... Non mi riconosce e non penso che riconosca altri.  timida, e non le piace quando qualcosa nella sua routine viene cambiato.
Aiutaci a trovare un nome per la tua sorellina, Joyce.
Era un periodo festoso. In realt era il mio compleanno: il mio diciottesimo compleanno. Dopotutto, non si erano dimenticati di me.
I miei genitori sorridevano felici. Speravano che se li avessi aiutati a trovare il nome per la sorellina le avrei voluto bene.
 trascorso molto tempo. S, era un periodo felice.
Perch davanti a noi c'era il futuro, l'imprevisto. Non avevamo motivo di prevedere gli anni inaspettati che sarebbero seguiti.
Dopo giorni di riflessione avevo comunicato ai miei genitori il nome che mi sembrava ideale: Lynn Ann Oates.
Un nome molto bello, dissero loro. Grazie, Joyce.

Caprimulgo: ricordi di un tempo perduto
Spesso il luogo in cui ci troviamo non  quello verso cui ci eravamo diretti. Eccomi. Sono qui. Perch?
Madison, Wisconsin. Settembre 1960. Per la prima volta nella mia (relativamente) giovane vita, avrei preso da sola un aereo - arrivai al piccolo aeroporto di Madison piena di aspettative. Di sicuro la notte prima non avevo dormito, in previsione del volo nell'ignoto. Perch lasciavo casa dopo una breve estate a Millersport, dopo essermi laureata alla Syracuse University; adesso mi ero iscritta alla University of Wisconsin con l'intenzione di fare la specializzazione in letteratura americana e poi, se tutto fosse andato bene, il dottorato... era chiaro per me, come per i miei genitori, che stavo andandomene definitivamente.
Avevo ventidue anni. Anche se ora mi sembra insensato, a quel tempo mi sentivo vecchia.
Alla Syracuse si avvertiva una speciale aura in certe ragazze - nel linguaggio in uso nel Ventunesimo secolo giovani donne - che magari non si distinguevano negli studi e non intendevano frequentare una facolt prestigiosa per la laurea magistrale, ma si crogiolavano comunque nella loro grande fortuna: erano promesse spose.
Era un tipo di ragazza particolare, la fidanzata. Era fidanzata chi aveva ricevuto un anello di fidanzamento, e quell'anello all'anulare della mano sinistra veniva considerato un tale dono del cielo da non riuscire a descriverlo. Non avendo speranze, e forse nemmeno il desiderio di essere fidanzata o di portare l'anello di fidanzamento, in quell'ambiente particolare mi tenevo un po' in disparte dalle compagne, in una sorta di penombra. Tuttavia nel 1960 una ragazza laureata ma non fidanzata si sentiva vecchia. Potevi scherzarci sopra, e se eri dotata di una mente artistica o letteraria ti sentivi di sicuro superiore a tali pregiudizi e convenzioni, eppure... sfuggire a quell'atmosfera era pi difficile che smettere di respirare aria inquinata. Se c'eri, la respiravi.
Ho il ricordo preciso di una delle mie compagne che alza la mano per permetterci di ammirare il brillantino, minuscolo ma inconfondibile. Se non altro mi sono fidanzata prima della laurea. Pur essendo una ragazza intelligente e matura, Diane ne parlava senza ironia.
Senza saperlo, iscrivendomi alla specializzazione sfuggivo quasi del tutto a quell'atmosfera. Non mi sarebbe capitato pi di vivere in un ambito sociale dove il fidanzamento era tanto essenziale e sposarsi una priorit cos alta. (N avrei vissuto in un ambito sociale in cui avere figli era una priorit assoluta.) Eppure non avevo previsto quella fuga, perch non sapevo veramente che cosa fosse o avrebbe potuto essere una specializzazione. Ingenuamente, l'avevo immaginata come un prolungamento della vita fatta fin l e non, come scoprii a Madison, un'esperienza diversissima.
Bench anagraficamente fossi un'adulta, avevo l'esperienza di un'adolescente. Non dimostravo ventidue anni, e neppure venti. Ai corsi e ai seminari della Syracuse ero stata una studentessa timida, anni dopo sarei rimasta stupita, e imbarazzata, nel leggere come mi ricordavano i professori e i compagni di corso, cio timidissima. (Vorrei protestare anche oggi. Non potevo essere cos timida! Non  possibile... o s?)
 umiliante scoprire che siamo ricordati dai nostri coetanei come creature imperfette. E imperfette in un modo che all'epoca non ci permettevamo neanche di capire. Magari ricordiamo con chiarezza episodi clamorosi, difficilmente la trama quotidiana, ora per ora, della nostra vita con gli altri.
Era penosamente timida. Siccome durante il seminario di narrativa non parlava, i suoi racconti ce li leggeva il professor Dike.
A ventidue anni non osavo considerarmi una scrittrice, sebbene avessi pubblicato alcuni racconti prima del settembre 1960, e uno dei miei professori, Donald A. Dike, mi avesse particolarmente incoraggiata (i suoi eroi letterari erano Faulkner e Conrad, e mi aveva vivamente esortato a non continuare gli studi ma a scrivere, e a vivere in un luogo qualunque purch lontano da un campus universitario). Ero ingenua, romantica e vulnerabile al dolore come se mi avessero strappato lo strato pi esterno dell'epidermide; la parte pi fantastica dell'essere stata la studentessa con la valutazione pi alta del mio corso alla Syracuse fu che, durante la consegna delle lauree, che si teneva all'aperto, scoppi un nubifragio che mise fine alla cerimonia e mi risparmi il discorso davanti a migliaia di sconosciuti riuniti in uno stadio da football, prospettiva che nelle settimane precedenti mi aveva riempito di terrore. (Tuttavia non ho mai dimenticato l'ottimo consiglio per il discorso di commiato che mi aveva dato un consulente della facolt: Quando ti alzerai per parlare, non aspetteranno altro che tu ti sieda.) Sebbene generosamente lodata dagli insegnanti, e beneficiaria di una borsa di studio Knapp della University of Wisconsin (che mi avrebbe permesso di completare la specializzazione in un anno, perch a differenza della maggior parte degli studenti di Lettere non sarei stata costretta a insegnare), ero incerta, insicura, come un pilota fresco di brevetto al primo volo sul suo aeroplanino, dubbiosa tanto del giudizio degli istruttori che mi avevano dato il brevetto e mi avevano incoraggiata, quanto della mia capacit di non disintegrarmi a mezz'aria e schiantarmi al suolo.
Quando dico che ero romantica mi riferisco ai libri, alla letteratura, alla carriera nell'insegnamento. Sin dalla prima elementare desideravo essere un'insegnante ed  una vita che mi sembra magica anche adesso, dopo decenni... insegnante.
E che dire dei miei scritti? Per tutta l'estate avevo lavorato a un romanzo il cui titolo, Proserpina, speravo richiamasse Joyce e Faulkner - uno dei molti romanzi che avrei scritto come studentessa della Syracuse. Erano opere di narrativa sperimentali senza nessuno scopo oltre quello di perdermi nella disciplina della scrittura letteraria. Coltivavo la vaga speranza di continuare a scrivere romanzi anche a Madison, negli interstizi dello studio universitario, pur consapevole che sarebbe stato impegnativo. Con lo sprezzo incosciente per il domani di chi non ha veramente pensato a fondo che cosa pu riservargli il futuro, pare che io abbia dato per certo che i miei scritti - i miei romanzi - avrebbero sempre trovato la loro strada, come fiori di campo tenaci e vigorosi che spuntano all'improvviso dalle crepe del cemento; non avrei mai avuto davvero bisogno di ricavare il tempo per scrivere.
La notizia di aver ricevuto una borsa di studio Knapp per la Wisconsin mi colse davvero di sorpresa; una sorpresa grande come quella di aver vinto a pari merito il concorso di scrittura di Mademoiselle, nel 1959. Le dimensioni dell'universit erano scoraggianti, perch era molto pi grande della Syracuse, con venti facolt e un po' pi di trentamila studenti; gli inverni a Madison erano giudicati persino peggiori degli inverni a Syracuse. Tuttavia mi sentivo leggermente incoraggiata dal fatto che lo stato del Wisconsin aveva una storia progressista; nonostante il famigerato senatore Joseph McCarthy, per molti anni erano stati eletti politici socialisti. Quando pensavo alla politica, invariabilmente mi tornava alla mente il nonno John Bush, le cui convinzioni si collocavano a sinistra del socialismo anche se (per quanto ne sapevo) il Brush non aveva mai manifestato il minimo interesse a aderire al Partito comunista, o a qualsiasi altro partito; n era possibile immaginare un'organizzazione che lo desiderasse come iscritto. Mio padre aveva detestato il disonesto nemico dei rossi, il senatore Joseph McCarthy (R, Wisconsin), ma ammetteva che il Wisconsin era soprattutto uno stato illuminato, e che l'universit di Madison pareva essere una delle grandi universit del paese sorta su una concessione di terra demaniale. (Quando parlava di universit mio padre assumeva sempre un'aria malinconica. Si era interessato ai miei corsi alla Syracuse e aveva letto alcuni testi per le mie lezioni di letteratura americana. Come rimpiangeva di non aver studiato oltre le medie! Ma durante il primo anno lui e mia madre non vennero mai a trovarmi perch mancavano i soldi per viaggi ritenuti non indispensabili; e non avrebbero potuto affidare mia sorella Lynn a nessuno.)
Nonostante la sua eccellenza, la University of Wisconsin-Madison non sarebbe stata la mia prima scelta per il dottorato; era troppo lontana da Millersport, perci non sarei potuta tornare a casa nemmeno durante la lunga pausa natalizia. (In quegli anni, almeno per le persone come me, viaggiare in aereo era troppo costoso e scoraggiante: non si facevano telefonate interurbane alla leggera, se non dopo le undici di sera, e comunque non spesso, e non si prendeva l'aereo.) Fu dietro l'insistenza dei miei insegnanti della Syracuse che feci domanda all'eccezionale dipartimento di Lingua e Letteratura Inglese, e ovviamente le loro lettere di raccomandazione devono essere state di grande sostegno. Non avevo considerato che la scrittura potesse permettermi di mantenermi da sola, n che potesse diventare una specie di carriera; la scrittura veniva dalla parte pi profonda di me e non c'entrava con il concetto di guadagnarsi da vivere.
In seguito l'avrei considerata una fortuna incredibile, il genere pi fragile di fortuna, quella di essere finita in una simile universit all'et di ventidue anni, e non in un'altra ugualmente promettente per una giovane studentessa come me intenzionata a studiare letteratura inglese e americana: Cornell, University of Michigan, University of Minnesota. Perch in quel caso non avrei conosciuto il mio futuro marito, Raymond Smith: e immaginare un'altra vita, una vita senza di lui, mi riesce impossibile.
Da giovani si  particolarmente vulnerabili ai capricci della sorte: strappare una busta e scoprire che la tua vita ha intrapreso un corso che mai avresti presagito.
Quando si  giovani ogni giorno pu essere l'inizio di una grande avventura. E l'avventura pu portare a crescita, felicit e prosperit, o al deragliamento, alla disintegrazione, alla disperazione.
A livello inconscio incombeva la figura spettrale di Cynthia, l'amica perduta. Di rado pensavo a lei di giorno, soltanto di notte. E nei miei sogni, l'identit di Cynthia si dissolveva, persino i lineamenti del suo viso erano sfocati. Tu sei me stessa quanto un'altra. Tu sei me.
Di rado ammettiamo che le fantasie autolesionistiche prosperano quando siamo soli, e ci sentiamo soli; quando la nostalgia si attacca come una sanguisuga a un'arteria esposta. Pur non avendo mai avuto tendenze suicide - la parola stessa  una posa, usata in modo inadeguato da chi non le ha mai avute -, mi sembrava, mi era sembrato per anni, che la mia amica Cynthia avesse in qualche modo mostrato la strada a tutti noi, i suoi amici; amici che non l'avevano amata abbastanza, forse; o che non l'avevano conosciuta bene; avremmo potuto amarla, e salvarla. La fantasia pi triste, quella di impedire a un'altra persona di farsi del male. Il desiderio, lo struggimento, di essere stati cos determinanti nella vita di un altro.
Non lo avevo detto a nessuno, e non lo direi a nessuno, che la motivazione pi forte per lasciare lo stato di New York e trasferirmi nel Wisconsin - abbastanza lontano da rendere difficili le visite - nasceva da un ginepraio emotivo, che ingenuamente, ma giustamente, come si rivel poi, speravo di risolvere grazie alla distanza.
Che grande avventura! Un'avventura intellettuale, poich non ero pronta per affrontarne una emotiva. Ero fuggita all'Est perch non volevo sposare un giovane specializzando in chimica al quale mi ero legata sentimentalmente, e nel giro di cinque mesi nel Midwest mi sarei innamorata e sposata; nel giro di dieci sarei rimasta profondamente e irrimediabilmente delusa dalla professione accademica, pur avendo ottenuto (non facilmente) una laurea che mi abilitava all'insegnamento della letteratura in un college o in un'universit (fin poi che lo avrei fatto per molti anni, e con grande piacere).
I malesseri della Wisonsin-Madison erano difficili da metabolizzare perch intrisi di felicit, come un'escrescenza tumorale  tutt'uno con vene e tessuti sani e non pu esserne facilmente districata. Ci che trovavo sorprendente, e non avrei potuto prevedere, era che in quell'universit non sarei stata capace di scrivere niente di autentico, di reale, niente che sgorgasse dal cuore, ma solo saggi critici, accademici, convenzionali; un'evoluzione che fin l avrei considerato l'equivalente di smettere di sognare, o di respirare.
Alla Syracuse, i nostri professori erano spesso studiosi e critici, oltre che ottimi docenti, molto stimolanti e vivaci; alla Madison erano soprattutto studiosi, solo in numero minore critici, e per niente docenti, se per docente si intende un individuo intellettualmente ed emotivamente impegnato con la propria materia e coinvolto con gli studenti. Il metodo di insegnamento consisteva nel tenere conferenze: il docente-studioso parlava, la classe o il seminario di studenti ascoltava. (In un caso sconcertante, un noto studioso di letteratura americana si limitava a leggere brani da un suo libro, che trattava l'argomento dei pellegrini del New England; noi dottorandi ascoltavamo, prendevamo appunti, ci disperavamo e sospiravamo di noia, ma in un modo o nell'altro riuscivamo a resistere. Almeno, la maggioranza di noi.) I professori, che perlopi avevano studiato a Harvard, erano almeno di una generazione pi vecchi dei miei professori alla Syracuse, e rifiutavano, o addirittura ignoravano, il nuovo approccio analitico della critica letteraria, che negli anni Cinquanta era diventato influente; per quegli anziani conservatori, con l'eccezione (importante, meravigliosa) della medievalista Helen C. White, per la quale scrissi una lunga e ispirata tesina sulle ballate popolari inglesi e scozzesi, i testi canonici non andavano mai messi in discussione, men che meno decostruiti, ma piuttosto affrontati come documenti storici/sacri corredati di note in calce come un centopiedi lo  di zampe. Quando nel mio idealismo, o nella mia ingenuit, mi azzardai a scrivere un saggio per un seminario su Edmund Spenser e Franz Kafka sui modi in cui (per me eccitanti) l'allegorico e il surreale sono connessi, il mio professore, Merritt Hughes, che non sapeva niente di Kafka e non aveva il minimo interesse a porre rimedio alla propria ignoranza, mi restitu il testo con un'espressione di signorile ripugnanza e mi consigli di rifare il lavoro su Spenser da una prospettiva tradizionale.
Arrossii per la vergogna. Povera illusa Joyce, che alla Syracuse era stata elogiata fin troppo spesso per i suoi voli di fantasia - per non parlare di prima, alle superiori - e che adesso veniva intrappolata in una rete ed esposta al pubblico ludibrio in classe in quanto autrice estremamente sciocca, secondo la visione sprezzante del professor Hughes.
Quante volte nelle settimane e nei mesi che seguirono, fra ci che restava del mio idealismo letterario, mi sentii imprigionata entro i confini sepolcrali della venerabile Bascom Hall come il giovane narratore umiliato del racconto Arabia di James Joyce, una creatura mossa e ingannata dalla vanit. Mi vedevo anche come la sorella maggiore di una bambina nata autistica (perch la diagnosi arriv nel 1960) - condannata a non proferire mai una sola frase coerente in tutta la sua vita, nemmeno una parola - e come tale creatura del puro caso, conseguenza di una nascita normale, da genitori giovani; la natura biochimica del mio cervello, al contrario di quello della mia sfortunata sorella Lynn, era in un benigno equilibrio. Non potevo rivendicare autonomia, o libero arbitrio, dato che non potevo rivendicare il merito di essermi creata da sola, tuttavia ero obbligata a fingermi autonoma, ad assumermi il libero arbitrio, c'era forse un'alternativa? Come ha detto William James: Il mio primo gesto di libert sar credere nella libert. Ma andare fieri della propria intelligenza, del proprio talento o aspetto o successo mi  sempre sembrato incauto; come mal interpretare un lancio equivoco dei dadi che ci attribuisce, o non riesce ad attribuirci, la nostra umanit.
Pi credono nel destino, pi alcune personalit sono motivate a rivendicare il libero arbitrio. Com' possibile una simile contraddizione? Forse, come ha fatto notare F. Scott Fitzgerald nella sua autocritica confessione L'et del jazz: La prova di un'intelligenza di prim'ordine consiste nella capacit di avere in mente due idee opposte contemporaneamente e riuscire lo stesso a funzionare.
Che cosa strana! Siamo tutte insieme... qui.
A parlare non ero stata io ma un'altra giovane donna, con uno stupore infantile venato di qualcosa di simile all'ironia. Un'ironia molto sottile, perch Marianna Mason Churchland (un nome che si avvicina a quello originale, di bizzarra bellezza) era una persona dalla mente molto sottile.
Marianna veniva da una cittadina vicino a Raleigh, in North Carolina; il suo accento melodico era incantevole, soprattutto per chi come me veniva dalla zona ovest dello stato di New York, dove l'accento  nasale e monocorde. La prima volta che vidi Marianna rimasi colpita dalla sua bellezza compita da scolaretta, pelle color avorio, occhi e sopracciglia scuri, capelli molto scuri, e postura eretta. Era la quintessenza della brava ragazza, ma la piega delle labbra rivelava vivacit e ironia. Portava impeccabili camicie bianche (che stirava lei stessa, con amore, nella sua stanza alla Barnard Hall, lasciando la porta aperta perch le vicine potessero farle una visitina, se lo desideravano) e gonne dritte o pantaloni di lana nera dalla piega perfetta; si pettinava con la riga nel mezzo e raccoglieva i capelli in uno chignon sulla nuca; se si truccava, lo faceva in modo discreto, quasi impercettibile, come era discreta lei. Ecco una sorella, come la mia non avrebbe mai potuto essere; come la mia cara amica perduta Cynthia Heike non era mai stata, perch non ero riuscita ad accedere al suo cuore, e alla fine a lei non era importato di accedere al mio. In sostanza, Marianna mi assomigliava al punto che avremmo potuto guardarci attraverso un vetro scambiato erroneamente per uno specchio; come la Eva di Milton che guarda fisso la propria immagine riflessa, affascinata, incantata, irresistibilmente spinta ad amare. Come me, Marianna era al primo anno di Lingua e Letteratura Inglese, anche se il suo interesse non era rivolto alla letteratura americana bens a quella inglese medievale, che all'improvviso mi sembr molto pi esclusiva, molto pi aristocratica delle opere americane del Diciannovesimo secolo che erano il mio principale campo di studio. Come me, occupava una camera singola al terzo piano della Barnard Hall, la residenza femminile del campus, una costruzione in pietra che ti sembrava solenne se la guardavi dai piedi della collina in University Avenue, e lo era ancora di pi una volta che ne varcavi la soglia. In un luogo di pietra, sii riservato e gioisci... il monito appassionato di Yeats mi tornava spesso in mente mentre salivo quella collina, anche se non pensavo certo che lui si riferisse proprio al mio luogo. In linea con la vita austera dei dottorandi, davvero molto diversa dall'atmosfera pi socievole e permissiva di cui godevano i laureandi, ogni camera era singola, spartana come la celletta di un monastero.
Per un periodo anche alla Syracuse ero stata abbastanza fortunata da occupare una singola, nell'ultimo semestre per avevo dovuto condividere la stanza con due compagne. Per fortuna erano amiche e studentesse serie come me, e in ogni caso io andavo a studiare e scrivere altrove, perlopi. Spesso tornavo in camera dopo che le mie compagne si erano gi coricate e la loro presenza non mi distraeva, e a mia volta io non distraevo loro con la mia; quelle compagne mi erano molto simpatiche e credo che anche loro trovassero simpatica me. Barnard Hall invece non era un luogo per amicizie femminili. Mi ero lasciata tutto alle spalle.
Odori surreali e inquietanti di disinfettante, bendaggi, vecchi libri e cibo (stantio?) pervadono i miei ricordi di quella residenza femminile in cui ho vissuto per un unico estenuante semestre; fu Marianna a identificare per prima gli odori, scherzosamente, arricciando il nasino delicato per indicare come tutto fosse strano, una specie di miracolo alla rovescia, il fatto che ognuna di noi fosse approdata a Bah-nard Hill, come la chiamava lei, dalle parti pi remote del paese.
L'impegno scolastico, almeno per come lo sentivano le matricole, era implacabile: centinaia di pagine di lettura alla settimana, pagine di carta leggerissima coperte di caratteri fitti fitti: in inglese antico Beowulf, Il vagabondo, Il sogno della croce, Anglo-Saxon Chronicle, opere di Beda, Cynewulf, Caedmon; Liturgical Plays of the Story of Christ, Il castello della perseveranza, L'ago della comare Gurton, Damone e Pizia, Secunda pastorum, Ognuno, No e il diluvio. I racconti di Canterbury di Chaucer e Troilo e Cressida, La regina delle fate di Spenser, lo spiritoso John Skelton, teatro giacobino ed elisabettiano, della Restaurazione e altro. Molto altro. Scoprimmo Sir Thomas Wyatt, e imparammo a memoria il misterioso gioiello Fuggono via da me (1557).
Fuggono via da me quelle che un tempo
Caute e in punta di piedi da me entravano,
Arrendevoli e docili eran quelle
Che ora sono selvagge; non ricordano
Le volte che incuranti del pericolo
Correvano a mangiar dalle mie mani:
E ora cercan d'altri, come cani.
Le grandi opere della letteratura inglese erano monumenti da affrontare con grande rispetto. Diversamente dai miei professori alla Syracuse, qui i docenti pi anziani formatisi a Harvard non consideravano la letteratura un'arte bens un manufatto storico da discutere secondo il contesto; non si discuteva affatto, o poco, di una poesia intesa come composizione di parole ben scelte. Storia, non estetica. L'elettrizzante incisivit emotiva della grande arte era completamente al di fuori della portata di quei dotti studiosi. Capitava che facessero una lezione sulle influenze latine nel dramma pre-shakespeariano, o sulle influenze in Shakespeare, ma la dinamica incandescente del Macbeth, per esempio, la brillante e straordinaria interazione dei personaggi, cos centrale nella tragedia shakespeariana, gli era sconosciuta. Fossero stati esploratori, sarebbero rimasti all'ancora in un'insenatura, mentre a poca distanza scorreva impetuoso il grande fiume.
Comunque a Madison lessi, e rilessi, mi immersi completamente nell'opera di Herman Melville. Durante un corso alla Syracuse avevo letto Giacchetta bianca, relativamente semplice, e i racconti brevi, meravigliosi ed enigmatici, Bartleby lo scrivano, Il paradiso dei celibi e il tartaro delle fanciulle, Le isole incantate. Mentre avevo gi letto al liceo Moby Dick, il pi grande romanzo americano, che si potrebbe rileggere per tutta la vita, come si potrebbero rileggere per sempre le poesie di Emily Dickinson. Alla Madison mi estasiai per l'intransigenza, si potrebbe dire l'ostinata opacit di Pierre, o delle ambiguit, un libro quasi illeggibile; uno pseudo-romanzo cavalleresco scritto dileggiando i lettori (potenziali, femminili), come se l'autore (maschio) fosse arrivato a odiare la fatica della narrativa. (Non sorprende che Pierre abbia venduto poco, visto che anche il precedente Moby Dick non era stato un grande successo commerciale. Tragico Melville: I dollari sono la mia rovina!.) Dopo poche pagine di prosa stranamente ampollosa ed egocentrica subii il fascino dell'allegoria un po' pi accessibile di L'uomo di fiducia, nonch di Billy Budd. Mi chiesi che cosa avrei dovuto pensare di Benito Cereno dal ritmo perversamente lento e glaciale: nella nostra epoca cos sensibilizzata sui temi razziali ci si aspetterebbe di vedere Melville prendere le parti degli schiavi in rivolta e non degli oppressori bianchi come il capitano Cereno, invece lo scrittore non soddisfa le nostre aspettative di figli del Ventunesimo secolo e l'ombra del Negro cade su tutti, incluso Babo, il ribelle giustiziato.
Dopo qualche tempo gli universitari che sono anche scrittori provano il senso di frustrazione, di ignominia, e la sofferenza di essere sempre immersi nella lettura di altri autori - illustri, importanti - come Chaucer, Shakespeare, Donne, Milton, Hawthorne, Poe, Melville, James - e sono incapaci di scrivere o persino di vagheggiare di scrivere. Durante quei mesi di intenso studio accademico, quando avevo la testa stracolma di autori classici, grandi e meno grandi, non avevo certo tempo per la mia narrativa e la mia poesia (come le chiamavo fra me e me) con l'eccezione di alcuni frammenti disperati, lasciati in un diario come grida d'aiuto.
Soffocata dai libri. Annientata dai libri. Cataste di libri, alte librerie, libri, libri che si abbattono sulla giovane scrittrice che a tentoni nel buio cerca l'interruttore della luce...
Era elettrizzante intraprendere quegli intensi periodi di lettura, era come tuffarsi nelle profondit insondabili dell'oceano; elettrizzante e allo stesso tempo terrificante, perch a quelle profondit non era facile respirare, e pi si era concentrati sui propri pensieri, pi era probabile che i pensieri si disperdessero spaventati, fuggendo come uccelli da un albero. Non era giusto pensare alla Barnard Hall come a un ospedale. Le sue occupanti, gi laureate, erano molto diverse dalle compagne con cui avevo convissuto per quattro anni alla Syracuse; ovviamente, non erano malate n convalescenti; sembravano quasi tutte pi vecchie di me, e trasmettevano un'animazione determinata, una grifagna allegra energia come quella delle suore in convento che si trovano ad affrontare il mondo esterno governato da uomini, l'altro mondo. (In effetti al mio piano c'erano davvero due suore, appartenenti a due ordini diversi, che vivevano in camere separate. Le si poteva vedere in mensa sedute insieme a parlare fra loro pacatamente.) La mia cella monacale con un'unica finestra che si affacciava sulla University Avenue si trovava al terzo piano, e in quella stanza gi nelle prime settimane della mia avventura alla Madison soffrii di crisi intermittenti di insonnia, come se uno sciame invisibile di zanzare mi tendesse un agguato nel buio. Per quanto esausta fossi dalle ore passate a leggere, prendere appunti, svolgere ricerche in biblioteca, per quanto cercassi di calmare i miei assilli, ero afflitta dall'irrequietezza crescente (desiderio di camminare, correre) che per molto tempo ha caratterizzato la mia vita.
L'insonnia! Una calamit dal fascino malsano, all'inizio. Essere svegli mentre gli altri dormono, soprattutto se hai spazio e puoi camminare nei corridoi, significa sentirsi muovere nei sogni altrui. Essere svegli per molte ore significa poter usufruire di una giornata pi lunga, e di maggiore consapevolezza, rispetto a chi si limita a dormire. Ma il fascino  di breve durata, presto ti ritrovi ad ansimare per la paura di stare sotto o sopra le coperte a desiderare di dormire, dormire, come un ipnotizzatore i cui poteri si vanno affievolendo. Alla Madison il mio particolare tipo di insonnia era caratterizzato dal fatto di veder passare davanti alle palpebre chiuse figure barcollanti, forme bizzarre, oggetti allucinatori (musi di cane, arti umani in manette, vegetazione distrutta come dopo un violento temporale) e, pi frequenti di altre cose, facce sconosciute, ben delineate come primi piani fotografici, gli occhi fissi nei miei. Mi chiedevo se stessi uscendo di senno, se la mia mente fosse un'entit che avrei potuto perdere, o se invece il mio cervello avesse subito una specie di scossa sismica, o svariate scosse, che mi avrebbero lasciato piagnucolante e muta come la mia povera sorella. O forse erano queste le visioni che avevano portato al suicidio la mia amica Cynthia, compiuto bevendo un'orripilante sostanza chimica con le stesse propriet del Drano - una cosa alla quale non mi permettevo di pensare.
Avrei forse dovuto riconoscere gli individui che comparivano nelle mie allucinazioni ipnagogiche? Perch mi fissavano cos intensamente, quasi chiedessero: Non sai chi siamo? Non conosci il segreto che ci lega?
Non confidavo la mia infelicit alle compagne, nemmeno a Marianna che mi assomigliava tanto, perlomeno assomigliava alla Joyce che presentavo al mondo. (Non volevo mettere a repentaglio quelle amicizie ai primi passi. Pensavo di non potermi permettere di restare totalmente sola in quel posto nuovo e strano.) A quel tempo Madison era una cittadina universitaria apparentemente idilliaca costruita sulla riva meridionale del lago Mendota. L'enorme campus si ampliava occupando un terreno boscoso vicino al lago; era quasi collinare come Syracuse, un paesaggio sconvolto nell'era glaciale che manteneva tuttora, anche nei soleggiati giorni autunnali, una gelida atmosfera invernale. Il caldo sembrava sempre temporaneo, come se sotto ci fosse un gelo permanente. A Madison, cos come in tutti i luoghi nuovi e poco familiari prima che l'abitudine offuschi o mascheri le bizzarrie, mi resi conto di quanto sia precario il controllo che esercitiamo sulla nostra cosiddetta sanit mentale.
Mi mancava un pezzo della mia anima, direi. Avevo nostalgia di casa, di Millersport, della famiglia, e di quella parte della mia vita che non avevo mai esaminato a fondo, che mi spronava a scrivere.
Ero ansiosa, tesa. Non riuscivo a dormire perch il cervello non riposava mai. In qualunque stanza avevo l'impressione che mancasse l'ossigeno. Non era bello essere sola, eppure, quando ero insieme ad altri, agognavo di esserlo. Desideravo ardentemente piangere, e liberarmi dell'infelicit. Ma l'infelicit non si lascia scacciare facilmente.
Non posso fallire, devo farcela. Questo mantra mi rigirava nella mente come una filodiffusione impazzita. Non posso fallire. Devo farcela. Non posso. Devo. Come? Perch?
Mi sto chiedendo: perch siamo qui? Non una sola pagina di quello che ho letto significa qualcosa per me.
Lo studente di letteratura  uno che si interroga sull'anima diversamente da come lo fa, supponiamo, uno studente di ingegneria elettrotecnica o di economia. Lo studente di letteratura  un pellegrino. Aneliamo a essere soffusi di santit. Ma da dottorandi la vita era diventata per noi una rapida corrente incontrollabile che ci trascinava avanti, alla cieca. Non  questo che avevamo desiderato. Non  questo che ci eravamo aspettati.
Marianna cominci a parlare spesso di casa. A parlare spesso del fidanzato che aveva un nome aristocratico almeno quanto Marianna Mason Churchland.
Quando entravo in camera sua, mi avvertiva di stare attenta: Ho rotto del vetro. Ho cercato di raccogliere tutto ma potrebbe esserne rimasta qualche scheggia.
Oppure mi avvertiva che in camera sua c'era uno strano odore asfissiante proveniente da una bocchetta nel soffitto che non riusciva a chiudere.
Anche se dietro gli occhiali dalla montatura di tartaruga gli occhi erano spaventati, la sua risata era bella come il suono delle campanelle a vento. L'accento dolce del North Carolina nascondeva l'affanno del terrore.
La brillante scolara, la figlia preferita, la studentessa dai massimi voti preparata al successo fin dalla scuola materna, non  diversa da un purosangue addestrato per saltare gli ostacoli, a cui viene alzata l'asticella dopo ogni successo; alla fine il purosangue perde la gara, oppure cade e si rompe le zampe sottili. Questo pensavo, osservando Marianna che sembrava incontrare le mie stesse difficolt ad adattarsi alla scuola, in aggiunta a qualche altro problema (non specificato) con la famiglia o il fidanzato (scendeva spesso a telefonare); ed era pi pronta di me a esprimere la disillusione che provava riguardo ai corsi e agli insegnanti.
Stento a crederci... un tempo amavo leggere. Adesso comincio a odiarlo. Certe sere ho difficolt a stare seduta e concentrata.
 un bel ricordo, o forse un ricordo agrodolce, quello che ho della nostra stimatissima professoressa Helen White, che consigliava agli studenti del suo seminario di seguire il suo esempio per affrontare l'enorme quantit di letture assegnata: A Harvard stendevo sul letto tutti i libri da leggere o consultare, e non andavo a dormire fino a quando avevo finito.
Un buon consiglio? Non-tanto-buono? In ogni caso era un consiglio sentito, da quelle fra noi che avevano problemi di insonnia.
Sotto pressione per il lavoro accademico, nella mia vita difficile accadde qualcosa di imprevisto e benefico: anch'io, quasi all'improvviso, trovai un fidanzato.
Un giovane dottorando in Letteratura Inglese (campo di ricerca il Diciottesimo secolo; veniva da Milwaukee) che conobbi il 23 ottobre del 1960 al Memorial Union, durante un ricevimento pomeridiano domenicale dei dottorandi. Era l'unica occasione mondana a cui avessi preso parte, sopraffatta com'ero dal lavoro; l'aver osato uscire dalla mia cella monastica d la misura della mia disperazione.
A quel ricevimento, uno studente pi vecchio - Ray aveva ventinove anni - mi si avvicin e mi chiese se la sedia accanto alla mia era libera.
Ben presto mi resi conto che Ray Smith non soltanto era pi vecchio, ma anche di gran lunga pi esperto degli intricati percorsi del programma di studi; e fu felice di darmi consigli, e di parlare a lungo con me delle eccezionali nonch impegnative opere storico-letterarie che dovevo leggere. Quella sera, dopo il ricevimento, cenammo insieme al centro sociale studentesco che si affacciava sul lago Mendota: il primo di molte migliaia di pasti che sarebbero seguiti nei nostri quarant'anni e rotti trascorsi insieme.
Ho scritto altrove di Ray, esaurientemente in Storia di una vedova. Il memoir di una morte  un tentativo di commemorare l'essere vivente che  passato a miglior vita. Di solito, per, il tentativo non riesce a evocare quelle sensazioni fugaci, emozionanti, sfuggenti e fondamentalmente indicibili che due persone condividono, di rado parole ma piuttosto comunicazioni non verbali, espressioni facciali, soltanto in parte consapevoli. Il mistero del tatto, per esempio, il toccarsi. Impossibile da trasmettere.
Mi dispiace, ma non sono in grado di scrivere di Ray in questo libro. Ci ho provato, ma  troppo doloroso, troppo difficile. Le parole sono come uccelli selvatici: vengono quando vogliono, non quando sono chiamati.
Anche se si sentono le loro grida in lontananza,  impossibile chiamarli a raccolta. Lo sforzo vi lascerebbe esausti, e il progetto donchisciottesco di scrivere un memoir dopo decenni di vita farebbe una fine repentina.
Raymond Joseph Smith e io ci fidanzammo il 23 novembre 1960; ci saremmo sposati il 23 gennaio 1961. (I genitori di Ray arrivarono da Milwaukee per la piccola cerimonia, perch il viaggio fino a Madison era breve. I miei non vennero, perch ritenevano di non potersi permettere un viaggio in aereo, e inoltre non avrebbero potuto lasciare a casa mia sorella Lynn, nemmeno se affidata alle cure di qualcuno.)
Non avevo mai pensato di sposarmi. Avevo vagamente l'ideale, un'immagine, di diventare insegnante, che si basava sulla signora Dietz, la mia maestra delle elementari. Ovviamente la signora Dietz era una donna sposata, per non aveva l'aria di una moglie, n era esplicitamente femminile. Vista fra i suoi scolari, parecchi dei quali non pi bambini ma giovani precocemente adulti, era sempre sembrata fondamentalmente sola e forte della sua autorit.
E invece eccomi sposata. Ero profondamente innamorata, e un po' spaventata dalla mia nuova condizione in cui all'improvviso una persona ha cura di un'altra come ha cura di se stessa - per non si pu mai prevedere cosa far l'altra persona (oppure s?).
Ben presto ti rendi conto che ora le tue paure sono raddoppiate, hai paura anche per l'altro. Ti preoccupi della sua felicit, del suo benessere. Della sua carriera.
Ciononostante, sicuramente potevo essere definita felice.
In certi periodi, osservata dalle vicine e dalle amiche della Barnard Hall, molto felice.
Tuttavia, nell'intimo, contro la logica aristotelica che non si pu essere allo stesso tempo X e non-X, negli interstizi della felicit ero molto infelice.
O meglio, preoccupata, angosciata. Insicura. Sopraffatta.
Dopo il 1960 il modello confessionale  diventato il genere letterario predominante. Da scrittrice non ero attratta dalla cosiddetta prosa memorialistica perch non ho mai pensato che la mia vita potesse essere pi interessante di ci che la mia immaginazione riusciva a fare delle vite altrui; qualunque sia la mia storia, non  avvincente se paragonata ad altre, incluse quelle dei miei genitori e dei miei nonni e di altri della loro generazione che hanno vissuto, o cos mi  sempre sembrato, una vita pi intensa e vera della nostra. (Nel mio unico romanzo che proponga una narrativa memorialistica, Un giorno ti porter laggi,  reale soltanto l'ambientazione, la Syracuse University. La giovane protagonista, un'anonima universitaria, non condivide la biografia dell'autrice e non  l'autrice, bens un mezzo per descrivere esperienze fatte in un certo tempo e in un certo luogo e osservate con attenzione. Ovvio che sia pi simile a me di una gemella!) E so che quanto viene confessato  un testo; un testo  linguaggio usato in modo magistrale; un linguaggio usato in modo magistrale non  autentico; l'intenzione di una confessione vera non  ci che non  autentico. La moda della poesia confessionale degli anni Cinquanta e Sessanta fu una reazione molto forte alla soffocante poetica formale in voga in quel periodo, influenzata da T.S. Eliot (anglicano), secondo il quale la poesia dovrebbe essere impersonale, fatta di allusioni e simboli di un'lite culturale, mai un cri de cur. Abbasso Shelley, abbasso Whitman, abbasso D.H. Lawrence! E di sicuro no al premio Nobel William Butler Yeats! Alla met del secolo, il vecchio modello di poesia venne superato dall'esplodere delle correnti beat nella cultura americana, come quando una folla abbatte allegramente i portoni dei palazzi, e la poesia non sarebbe mai pi stata la stessa. Per fortuna! Ma il nuovo modello di libera espressione della propria personalit, apparentemente crudo, impone le sue convenzioni su chi lo segue e obbliga a una radicalit, a un sensazionalismo, a essere spietati e inesorabili nello sfruttare se stessi e gli altri. (Pensate al poeta pi influente del suo tempo, Robert Lowell, che si appropria delle lettere intime, innocenti e imploranti dell'ex moglie Elizabeth Hardwick: Perch non dire com' andata?  l'autodifesa del poeta.) Quando la nostra esperienza non  all'altezza dei rischi insiti nell'espressione della propria personalit, a poco a poco sempre pi alti, l'esperienza va falsificata; il resto della vita, il non sensazionale, il quotidiano, la tranquillit, il sentimentale e l'affettuoso e l'ovvio devono essere negati. Per questo motivo, oltre che per ragioni di reticenza personale/familiare, fino a Storia di una vedova (2011), non ho scritto niente della mia vita privata; dei miei sentimenti pi intimi; non ho scritto narrativa celata n un memoir sincero su mio marito Raymond, sul mio matrimonio, sulla prima esperienza dell'innamoramento, mai ho cercato di riportare i dettagli, la quotidianit, di una vita intima borghese.  sufficiente dire che per caso, una domenica, a un ricevimento pomeridiano per dottorandi al centro studentesco della University of Wisconsin-Madison, ho conosciuto la persona che avrebbe cambiato la mia vita al punto da cambiare la mia storia, cos da creare un prima di e un dopo Raymond.
Con le nostre ferite e i nostri momenti di disorientamento creiamo monumenti alla sopravvivenza; delle scelte positive e della buona sorte, siamo costretti a tacere. Non osiamo parlare a nome dell'altro, ed  sempre sbagliato mettere a nudo l'intimit, anche per celebrarla.
E poi, nel bel mezzo di un periodo di felicit, ebbi un tracollo fisico.
Una sera tardi in camera mia un improvviso attacco di tachicardia mentre stavo leggendo e chiosando Euphues o l'anatomia dell'ingegno (1578) di John Lyly: un testo rinascimentale di tale titanica tetraggine che va letto perch si possa credere che esiste, ma chi potrebbe volerlo leggerlo, se non  obbligato? Di colpo, una specie di morsa mi chiuse il cuore, e si riapr, lanciando il mio battito in un rapido martellio che faceva vibrare visibilmente il torace, e mi lasci senza fiato. Che cos'era successo? Perch? Cos repentino, senza preavviso? Fu come se avessero girato un interruttore e a un tratto... ero inerme.
La tachicardia succhia sangue dalla punta delle dita di mani e piedi lasciandoti con un senso di gelo (di morte incombente?) come quando Socrate osserva che il gelo della morte gli sale lungo le gambe, nel platonico Fedone. Avevo ventidue anni - ero sola nella camera alla Barnard Hall - e il mio primo pensiero fu che non volevo che il mio fidanzato sapesse di quell'attacco, in realt non volevo che lo sapesse nessuno. Bench respirassi a fatica e fossi terrorizzata al pensiero di morire, non riuscivo a stendermi sul letto - il martellio del cuore  insopportabile in quella posizione - e divenne insopportabile anche stare seduta alla scrivania, perci in una specie di trance, tremante, gelata anche se cominciavo a sudare, lentamente, molto lentamente, uscii in corridoio.
Nessuno che potesse vedermi. Alcune porte pi in l c'era la camera di Marianna, e da sotto la sua porta usciva una luce; ma non volevo allarmarla, aveva gi i suoi problemi di salute, e non volevo rivelarle la mia debolezza perch mi considerava un faro di sanit mentale (erano state queste le sue ironiche parole). Le altre porte, chiuse, dalle quali non filtrava luce, non mi attiravano: non trovai il coraggio di bussare, di chiedere aiuto.
(Isolati problemi di salute alla Barnard Hall non erano rari. Una giovane matematica un giorno era svenuta al ritorno dalla mensa, cadendo come un sasso proprio davanti alla porta della sua camera; alcune di noi avevano cercato di aiutarla ma lei si era messa a piangere istericamente rifiutando ogni conforto. Un'altra ragazza, una dottoranda in psicologia amica mia e di Marianna, molto magra, pericolosamente magra, che portava camicie con maniche corte di stoffa quasi trasparente anche quando faceva freddo rivelando all'addolorato spettatore il corpo scheletrico, era soggetta a svenimenti e a crisi di pianto; ricordo bene il suo viso pallido e lentigginoso, i cortissimi capelli rosso chiaro, gli occhi umidi, mentre parlava del suo lavoro come assistente di laboratorio per uno psicologo cognitivo sperimentale, che era anche il suo supervisore.)
Nel corridoio mi avviai chiss perch fino alle scale, con scrupolosa lentezza, un passettino alla volta, appoggiandomi alla parete; poi gi per due rampe a controllare, altra cosa strana, la mia cassetta della posta zeppa di volantini. (Avrei potuto chiamare il mio fidanzato dal telefono che si trovava a poca distanza dall'atrio, ma ero decisa a non preoccuparlo, come ero decisa a non fargli sapere quanto stavo male.) Sul portone dell'edificio mi fermai a prendere una boccata d'aria gelida; osservai alcuni veicoli transitare in University Avenue, e stancamente mi domandai chi ci fosse dentro, chi fossero quegli estranei, il cui cuore non minacciava di esplodere nel petto; mi rividi, pi giovane e smarrita, uscire furtivamente dalla mia camera nella vecchia fattoria in Transit Road, e in piedi sul ciglio della strada in stato di trance, come una creatura attratta da una visione senza nome, incomprensibile. Non volevo pensare che, con la mia segretezza, con il mio desiderio di non allarmare n importunare gli altri, potessi causare (involontariamente e infelicemente) uno shock nella vita dei miei genitori: perch una sera, dopo le undici e a carico del ricevente come da istruzioni, li avevo chiamati per annunciare il mio fidanzamento ufficiale; non gli avevo detto che frequentavo una persona, tanto meno che mi ero innamorata, perch la reticenza familiare mi proibiva di divulgare una simile informazione se non era assolutamente necessario.
Avevo persino un anello di fidanzamento. Un brillantino con la montatura d'oro bianco. Colti di sorpresa, i miei genitori non si informarono sull'anello, n io avevo pensato di parlargliene. Ma lo portavo con orgoglio, come se fosse una prova di... che cosa? Normalit?
Non ricordo per quanto tempo rimasi sul portone. Avevo sperato che l'aria fresca potesse rianimarmi, invece pareva soltanto farmi sentire infreddolita al punto che ero scossa da violenti tremiti.
Dopo un po' decisi di tornare nella mia stanza, e di non bussare alla porta della responsabile della casa dello studente che aveva un alloggio l vicino. Saggiamente mi preoccupavo che potesse chiamare un'ambulanza per farmi portare al pronto soccorso dell'ospedale universitario; un tale tuffo nell'ignoto era una prospettiva terrificante, e con il senso pratico tipico della mia famiglia, mi preoccupava anche la possibilit che le cure fossero a pagamento, e che non potessi permettermele.
Tornare di sopra fu pi difficile che scendere, perch non avevo praticamente pi fiato e boccheggiavo al minimo movimento; nell'edificio non c'era l'ascensore, o non che io ricordi. Se cammini durante un grave attacco di tachicardia ti sembra di camminare su una sottilissima lastra di ghiaccio; si spezzer da un momento all'altro e tu cadrai in acqua. (Nessuno mi aveva notata? Era mezzanotte passata, perci i corridoi dovevano essere deserti.  strano avessi cos paura che qualcuno mi scoprisse e mi chiedesse perch il petto mi vibrava in modo cos visibile ed ero mortalmente pallida; come mai non avevo il fiato per rispondere.) Un percorso che di norma richiedeva cinque minuti adesso ne richiese quaranta.
Nell'autunno del mio primo anno alla Syracuse avevo avuto un attacco simile, molto meno grave, mentre giocavo a pallacanestro; ero stata atterrata con violenza da una ragazza robusta e aggressiva che mi aveva mandato a gambe all'aria sul parquet duro, e subito il mio battito era impazzito, e non aveva cessato di martellare per oltre mezz'ora (era il mio primo attacco, e mi ero molto spaventata). Persino l'insegnante di ginnastica era quasi svenuta per lo shock, vedendo il mio stato; mi aiut a uscire dal campo, accompagnandomi in un punto dove potessi sdraiarmi; poi mi port nell'infermeria dell'universit dove mi fecero sdraiare e passai il resto dell'attacco leggendo Il preludio di Wordsworth nell'antologia Great British Writers.
Oggi mi sembra strano che nessuno abbia chiamato un'ambulanza. In questi tempi iperansiosi, nessuna universit vorrebbe esporsi al rischio di una causa legale per omissione di soccorso.
Allora la diagnosi del mio disturbo fu tachicardia parossistica atriale. Si riteneva che fosse scatenata da stress e caffeina, ma nel mio caso sembrava puramente idiopatica, venuta dal nulla, non provocata da niente, una condizione di battito accelerato associato a persone che hanno un soffio al cuore. (Devo avere avuto fin dalla nascita un soffio al cuore mai individuato dai medici di Lockport.) Si pu alleviare la tachicardia con un'endovena di un potente farmaco, e gli attacchi pi gravi richiedono un intervento medico urgente, ma spesso cessano, repentini e misteriosi come sono cominciati, nel giro di un'ora o, se si  molto fortunati, di pochi minuti.
Questo attacco, che era solo il terzo o il quarto della mia vita, mi rese inabile per pi di un'ora. E quando all'improvviso cess, e io ripresi a respirare, per poco non piansi per il sollievo e la felicit; avevo la bocca cos secca da farmi male e i piedi e le mani ghiacciati, ma di colpo ero felice, perch la vita mi era stata risparmiata; e per festeggiare ripresi la lettura dell'Anatomia dell'ingegno come se niente fosse accaduto.
Dicendomi: Visto? Hai fatto la cosa giusta. Nessuno lo sa!
(Alla fine, il mio fidanzato avrebbe saputo del mio disturbo. Cio, glielo avrei detto io. Non potevo tacerglielo, visto che ci saremmo sposati.)
(Abbiamo tutti il terrore di essere meno amati nel caso gli altri scoprano i nostri difetti - e a volte la paura non  infondata.)
L'insonnia ti permette di vedere chiaramente... tipo vedere cose quando non sei presente, o dopo la tua morte.
Cos ho cercato conforto nel mio diario.
Le notti insonni erano pi frequenti della tachicardia. Ho avuto difficolt a dormire fin dall'et di tredici anni; il mio cervello correva per una specie di euforia puramente mentale e sembrava impersonale. (La maggior parte dei miei sogni sembra impersonale, cio a sognare non sono io n qualcuno di mia conoscenza; come se mi trovassi nella mente di un altro, o nell'immaginazione di un altro, non la mia. Le ambientazioni sono di rado familiari, le altre figure non sono quasi mai persone conosciute.) A Madison, nella Barnard Hall surriscaldata, la mia insonnia, come prevedibile, peggior.
Troppe cose a cui pensare, era la spiegazione pi semplice. Come se oggetti dalle dimensioni strane si accumulassero dentro una testa di dimensioni normali, dilatando il cranio. Quella che avrebbe potuto essere - che avrebbe dovuto essere - la piacevole emozione della lettura delle pi importanti opere della letteratura inglese e americana sotto la guida di eminenti professori veniva rovinata da tanti dettagli non importanti e dal folle eccesso di dati storici con un'enfasi sulle fonti. Un dramma, per esempio, non veniva considerato un'opera d'arte letteraria specifica, bens una specie di guazzabuglio di influenze che risalivano al teatro romano; una tragedia shakespeariana era l'occasione per note a calce prolisse e per una serie ininterrotta di fonti. Che questo genere di letteratura potesse essere inquietante, misteriosa, provocatoria, gioiosa, psicologicamente sagace o in un certo senso significativa per il lettore, non veniva preso in considerazione... come se nessuno ci avesse pensato.
Qualsiasi opera letteraria importante diventava una specie di balena arenata sulla sabbia e moribonda, o gi morta, che fornisce nutrimento a una miriade di saprofagi (gli studiosi); sembrava non significare niente, sicuramente non aveva alcuna relazione nemmeno alla lontana con l'intrattenimento.
(Probabilmente sono ingiusta, e i miei professori alla Madison amavano davvero il loro campo di studio. Da giovani avevano naturalmente letto le opere pi importanti della letteratura inglese con piacere e interesse; con il passare del tempo, il rapporto era diventato professionale, con tutto ci che professionale significa.)
Gli insonni si dividono in due categorie (disuguali): gli afflitti da insonnia notturna e quelli afflitti da insonnia mattutina. L'insonnia notturna pu essere definita semplicemente un'estensione della consapevolezza diurna: la persona non riesce a spegnere il cervello e rimane sveglia fino a quando, se  fortunata, a un certo punto della notte si addormenta, di solito verso le quattro, nel mio caso. Se sei giovane e ragionevolmente in buona salute, il mattino dopo potresti non risentirne troppo, dato che entra in circolo l'adrenalina che ti sostiene come una corrente veloce. Mattino! Sole! Un nuovo giorno! Invece chi soffre di insonnia mattutina  una persona che si addormenta normalmente, magari per la stanchezza, ma si sveglia all'improvviso e irrevocabilmente poco dopo essersi addormentata, due o tre ore dopo, purtroppo. Subito i pensieri irrompono tumultuosi nella mente come cavalli imbizzarriti...
In entrambi i casi c' la paura di giacere svegli fino all'alba. Il terrore dell'alba.
Mi sono chiesta se i pensieri che affluivano, le immagini ipnagogiche delle facce sconosciute, fossero dovuti al fatto che per la prima volta in vita mia non ero capace di scrivere... fatta eccezione per esercizi accademici e critici, che non sembrano richiedere lo stesso tipo di immaginazione. Per religione intendiamo un altro mondo in cui vivere, dice George Santayana; ma un altro mondo potrebbe anche significare per l'artista il particolare conforto dell'arte; un altro mondo  il luogo dove lo scrittore conduce se stesso lungo un elettrizzante viaggio nell'ignoto.
(Quando ho completato un romanzo, cosa che richiede un'enorme concentrazione e la messa a fuoco su questo altro mondo, nel periodo immediatamente successivo sono sommersa da nuove idee, o meglio da impetuose visioni oniriche che esercitano un fascino potente, e rendono il sonno impossibile.)
A Madison mi chiedevo se non stessi uscendo di senno, qualunque cosa significhi uscire di senno.
O forse la mia angoscia era dovuta alla mancanza di sonno, non lo sapevo.
Quando mi colpiva l'insonnia mattutina, di solito rinunciavo a dormire. Due o tre ore di sonno non sono poi cos male, perch qualsiasi sogno  meglio di non sognare del tutto.
Di buon mattino, quando il cielo  ancora buio. Da una finestra, i lampioni della University Avenue. Pochi veicoli, e le luci posteriori rosse che si allontanano... una visione che mi tormenta ancora oggi.
E cos percorrevo la Barnard Hall, di notte. Camminavo furtiva lungo corridoi semibui come se (nel caso qualcuno mi avesse vista) fossi semplicemente diretta al bagno comune.
A volte, senza fare rumore, correvo. Mi piaceva correre, mi  sempre piaciuto, perch soltanto quando corro il mio metabolismo riacquista una normalit. Quello che trovo penoso, ed estremamente noioso,  camminare lentamente - bighellonare  la parola meno bella della nostra lingua.
La mia speranza era quella di sfinirmi fisicamente e poter cos tornare in camera a dormire, anche soltanto per un paio d'ore. Com' dolce l'oblio! Chi soffre d'insonnia sopravvaluta ci che elude, finisce per elevare il sonno a un'esperienza quasi mistica. Da ragazzina allampanata e incostante ero stata giustamente rimproverata dal nostro medico di famiglia che, avendo avuto qualche difficolt a visitarmi, mi aveva definita ipersensibile; implicando cos che crescendo sarei diventata un giorno normale. Perci non avevo raccontato al mio futuro marito che spesso soffrivo d'insonnia, preferendo pensare che, una volta sposata, sarebbe scomparsa.
Inoltre, non volevo rivelarmi assolutamente debole, nemmeno agli occhi di chi mi amava. Da giovane donna, in un mondo quasi totalmente maschile, patriarcale e gerarchico, studiando in un campo in cui non c'erano praticamente docenti donne, capivo che avere bisogno di comprensione, protezione, compassione poteva essere un conforto nel breve periodo ma a lungo andare si sarebbe rivelato un errore, perch se volevo avere successo nella mia professione, avrei dovuto essere percepita come un maschio onorario. Nel mondo accademico non c'era posto per il femminile.
(Un'attitudine istintiva condivisa da altre dottorande di mia conoscenza. Non che vivessimo esattamente in convento, per l'indole coltivata in un convento aveva caratteristiche auspicabili: docilit, obbedienza, modestia, arrendevolezza all'autorit. Per anni avrei pubblicato articoli accademici e critici su riviste accademiche firmando con nomi che non rivelavano il sesso J.C. Oates e, quello da sposata, J. Oates-Smith.)
A volte, vagando nottetempo per la Barnard Hall, vedevo un fascio di luce sotto una porta. Era una consorella insonne o solo una che lavorava fino a tardi? Pur morendo dalla voglia di bussare piano alla porta, e conoscere la consorella insonne o la persona impegnata nel lavoro quanto me, naturalmente non osai mai farlo. N di giorno cercavo di scoprire chi occupasse quella camera.
Di giorno le ossessioni dell'insonnia sbiadiscono come immagini sullo schermo all'accendersi delle luci.
Ma di notte puoi udire, puoi sentire le ali stesse della follia che battono vicine...
Nella semioscurit dell'atrio con il penetrante odore di ammoniaca dei pavimenti appena lavati e dei portacenere puliti - s, all'epoca persino le assennate dottorande fumavano, a volte accanitamente -, una volta trovai, su un vecchio divano di lana pieno di protuberanze, il libro Mio padre doveva essere bellissimo di James Baldwin. Un libro che di norma non avrei potuto leggere, concentrata com'ero sui primi secoli della letteratura inglese; come fosse finito in quel posto, in quel momento, sarebbe rimasto un mistero. Negli stati di coscienza pi elevati diventiamo superstiziosi, e cerchiamo attentamente dei segni: non passai il resto della notte a leggere avidamente le controversie ecclesiastiche nell'Inghilterra di met Cinquecento, bens un memoir eloquente e molto inquietante di un americano nero contemporaneo, la prima opera che leggevo del grande scrittore, con la concentrazione rapita e il senso di predestinazione che caratterizzano l'insonne.
Tutti i testi e le canzoni di mio padre, che avevo deciso di considerare insignificanti, alla sua morte mi si pararono davanti come bottiglie vuote, in attesa di contenere il significato che la vita avrebbe dato loro per me.
(Baldwin si riferiva al padre psichicamente instabile con cui non era pi in buoni rapporti e che era stato un prete cristiano; ne piangeva la morte e cercava di comprenderne la tragica esistenza.) Pur essendo una giovane e inesperta donna bianca che grazie alla sua pelle aveva sempre goduto di privilegi, cosa di cui, come la maggior parte dei bianchi, non era stata consapevole, mi entusiasm la bellezza, la calma e la convinzione di queste parole, la loro verit profetica che avrebbe potuto riguardarmi. Il significato che la vita avrebbe dato loro per me. Sentii di avere una missione, sebbene priva di un obiettivo immediato, che divent quasi una fissazione.
Credevo fosse stata la mia odiosa insonnia a concedermi per qualche ragione quella rivelazione, una rivelazione che non avrei scambiato nemmeno con una notte intera di sonno.
L'indomani riportai Mio padre doveva essere bellissimo dove lo avevo trovato. Per qualche tempo indugiai nelle vicinanze sperando di vedere chi sarebbe venuto a prenderlo, ma non venne nessuno e quando pi tardi tornai, il libro era sparito.
Qualche volta uscivo. Quasi tutti i miei attacchi di insonnia pi eccitanti li trascorrevo all'esterno. Sempre che non facesse troppo freddo, o non cadesse una pioggia gelata, o la neve, o non soffiasse un vento cos forte da togliermi il respiro. Quasi tutte le sere cenavo con il mio fidanzato, che poi mi riaccompagnava alla Barnard Hall intorno alle dieci. Mi coricavo sul letto e lavoravo fino a mezzanotte, poi cercavo di dormire e alle quattro del mattino spesso mi arrendevo, costernata o disgustata, e decidevo di alzarmi, mi vestivo e come avevo fatto molte volte a Millersport cominciavo presto la giornata, nell'oscurit. Se vivi in una fattoria l'oscurit che precede l'alba  un'oscurit familiare e sembra riversarsi nell'oscurit che segue il tramonto come se la luce del giorno fosse stata una futile interruzione. A Millersport, alzarsi presto, al buio, con un tempo davvero orribile, era la norma. Prima che mi trasferissero in scuole cittadine, e prendessi lo scuolabus poco lontano da casa, andavo a piedi alla piccola scuola dall'altra parte del torrente, e non mi sembrava una grande fatica perch tutti la raggiungevano a piedi, con qualsiasi tempo. Vent'anni prima, anche mia madre era andata a scuola a piedi e mai se ne sarebbe lamentata.
Con il respiro che diventava visibile nell'aria gelida mi affrettavo a raggiungere University Avenue, Park Street, fino alle pendici di Bascom Hill; salivo poi la ripida collina sferzata dal vento con i crampi alle gambe. Sembrava indispensabile essere in moto, mostrare di avere una meta.
Sotto un cielo che gradualmente si rischiarava proseguivo oltre Bascom Hill in direzione dell'osservatorio; la mia meta era una caffetteria di State Street, che apriva presto, ma evitavo di arrivarci troppo presto, prima che aprissero la porta di ingresso e accendessero le luci. In quegli anni lontani la collina era delimitata da una densa foresta di alberi a foglie decidue e sempreverdi; al di l c'era il lago Mendota, color ardesia. Sulla via del ritorno scendevo la collina superando la State Historical Library e il gigantesco Memorial Union, ancora chiuso; se faceva troppo freddo o c'era vento, seguivo il lungolago; mi fermavo per una breve sosta sul belvedere, a guardare il lago; qui ero quasi sempre felice, libera dai confini della camera surriscaldata e dalla furia distruttrice dei miei pensieri; lo sciabordio delle onde mi elettrizzava e allo stesso tempo mi confortava, e il lago Mendota era spesso agitato, spumeggiante; nella luce dell'aurora appariva vasto come un mare interno, la riva pi lontana oscurata dalla foschia. In quelle mattine, molto comuni a Madison, le onde del lago emergevano da un'opacit grigio piombo come una tela trasparente; non c'era orizzonte, e non c'era il cielo, e non mi sarei stupita se abbassando lo sguardo sui miei piedi avessi visto che non c'era nemmeno la terra.
Non ero in pericolo, pensavo. Il mio fidanzamento era come un'imbracatura di sicurezza, non potevo cadere in acqua.
C'erano mattine di una limpidezza assoluta, accecante. In alto, una luna o una falce di luna, e isolate sfaccettature di luce che dovevano essere stelle; nubi sbrindellate spinte da un capo all'altro del cielo come frammenti di pensiero. Nessun suono fatta eccezione per le onde del lago e le grida casuali di quei curiosi uccelli notturni, comuni nelle zone urbane, sconosciuti a Millersport, chiamati caprimulghi; uccelli che avevano fatto il nido sotto le grondaie del Memorial Union, o fra i rami degli alberi vicini. Mi piaceva avere la sensazione, a quell'ora, sola, anonima, e non limitata dal mio sesso, di essere un caprimulgo; un paio di occhi, una matassa di pensieri cupi. Quanto mi ritenevo al di l della felicit... o dell'infelicit. Mi risuonava nella testa Limpida mezzanotte, la poesia di Walt Whitman di una bizzarria e bellezza senza pari:
Anima,  l'ora tua, per il libero volo nell'ineffabile,
Via dai libri, dall'arte, il giorno cancellato, la lezione finita,
Tutta ne emergi, e in silenzio scruti, considerando i temi che pi ami,
La notte, il sonno, la morte e le stelle.
Nel mio percorso tortuoso fino alla caffetteria di State Street superavo la biblioteca universitaria ancora immersa nel buio, uno dei luoghi dove mi rifugiavo durante la giornata; camminavo lungo Langdon Street oltre le case delle confraternite dalle facciate solide e imponenti, decorate con enigmatiche lettere greche che spuntavano dal buio, e invariabilmente, qua e l in questi massicci palazzotti, luci accese... chiss come mai? In un certo senso mi gratificava notare le luci sparse alle finestre dei condomini e delle case di legno a due piani in affitto nelle vie Langdon, Gorham o Henry, mentre il primo mattino si allungava e diventavano le sei; ancora buio, perch era tardo autunno in un clima nordico, con una pallida promessa d'alba a oriente. Il caprimulgo trova conforto nel riconoscere gli altri da lontano, anime gemelle, anime, comunque: autobus cittadini dalla luce calda che sibilano in Gorham Street e lungo la University con pochi passeggeri a bordo, quasi tutti donne e uomini dalla pelle scura; i fari dei veicoli, e le luci posteriori (il rosso che si allontana); occasionali pedoni solitari che camminano frettolosi, la testa china per proteggersi dal vento. Fra questi dovevano esserci degli insonni mattutini come me, sollevati, finalmente, grati al nuovo giorno, alla nuova opportunit, ma naturalmente erano perlopi operai, guardiani, personale delle mense, inservienti dell'ospedale universitario per i quali l'ora non aveva alcun fascino, n un'importanza particolare; sotto il cappotto indossavano la solita uniforme.
A volte in Gorham Street vedevo un uomo che portava a passeggio il cane, un uomo dall'et indefinibile, forse vicino ai quaranta; lo vedevo uscire da una delle vecchie e solide case vittoriane che erano state suddivise per essere affittate agli studenti, attraversare l'ampio porticato e scendere tenendo ben stretto il cane al guinzaglio: era uno springer spaniel color camoscio, dal corpo ingrossato ma ancora giovanile; vedendolo provavo un tuffo al cuore perch mi ricordava un cane del mio passato, e con me si mostrava amichevole anche se il suo padrone si accigliava e lo tirava dalla parte opposta. In Gorham Street spesso riconoscevo certe finestre illuminate; avevo notato di sfuggita una coppia dietro a una del pianterreno con la tenda non del tutto chiusa; da meno di tre metri riuscivo a vedere l'interno della cucina, bench non benissimo, e provavo una fitta di invidia perch essere svegli a quell'ora non  penoso se sei in compagnia, se si ride e si parla preparando la colazione. Chiss chi era quella coppia, se studiavano tutti e due all'universit, che cosa studiavano, se erano innamorati, se erano sposati... certo che erano innamorati e probabilmente anche sposati.
In Henry Street viveva l'uomo che, per quale concatenazione di occasioni e destino non lo avrei mai capito, avrei sposato nel gennaio del 1961. Raymond viveva al pianterreno di una casa dalla struttura in legno gradevole anche se malconcia, in un monolocale con l'entrata indipendente; la stanza era piena di libri, riviste, scritti, perch Ray stava completando il dottorato in Letteratura Inglese del Diciottesimo secolo con una tesi di laurea su Jonathan Swift, sotto la guida dell'eminente studioso Ricardo Quintana. In quell'appartamento passavamo quasi tutte le serate a preparare e consumare la cena insieme, o a leggere, seduti accanto sul divano. Il monolocale era ammobiliato, allegro bench male assortito; nonostante ripensandoci direi che fosse tetro e angusto, in realt era un luogo confortevole, intimo, raccolto. L'uomo che avrei sposato non era, e non sarebbe mai stato, afflitto dall'insonnia. Non vuoi certo sposare uno che ti assomiglia: un nottambulo. Il sentimento dominante che provavo per Ray era soprattutto un potente desiderio di proteggerlo, il che era strano, e immotivato, non c'era ragione di pensare che ne avesse bisogno, visto che dimostrava di essere perfettamente in grado di proteggersi da solo. Otto anni pi vecchio di me, Ray era un veterano brillante e immerso nel programma di studi di Madison; cos gentile con me, ingenua matricola, che al nostro primo incontro, durante una cena improvvisata al Memorial Union sul lago Mendota, introdusse con pazienza all'evoluzione della Grande mutazione vocalica della lingua inglese; in seguito mi avrebbe indicato quali titoli erano davvero importanti, e quali no, nella lista scoraggiante delle letture previste dal dipartimento. Cominciata in questo modo, fra noi non  mai stata (cos mi sembrava) una relazione esattamente fra pari; sotto questo aspetto il nostro matrimonio apparteneva a un'altra era, ma ancora esito a parlarne, perch proprio non  possibile parlare di una persona che hai amato, e che ti ha amato, per cos tanti anni. Ricordo tuttavia la mia timidezza iniziale, persino dopo il fidanzamento; pur vedendoci tutte le sere non avrei mai osato bussare alla sua porta, o battere qualche colpetto alla finestra mentre ci passavo lentamente davanti, quasi fossi sotto un incantesimo...
Invece continuavo a camminare.
Non era pi molto presto. Mancava poco alle sette, l'ora in cui ha inizio la normalit.
Finalmente mi avviavo alla piccola caffetteria di State Street, che a quel punto era aperta. Come appariva illuminata da una luce calda, accogliente, in mezzo alle facciate dei negozi di State Street ancora buie. Ero ormai diventata una cliente abituale, forse come molti altri, anche se non ci salutavamo con un cenno n ci parlavamo. Eravamo persone che volevano leggere a colazione. Portavamo con noi i libri, gli appunti. Eravamo solitari e silenziosi eppure appartenevamo alla stessa specie, come le figure sedute al bancone nel quadro Le aquile della notte di Edward Hopper, l'immagine romantica della solitudine americana pi toccante e pi riprodotta. Io sedevo al bancone come la donna dai capelli rossi del quadro, dato che non mi sarebbe stato permesso occupare da sola un spar. A questo punto, dopo avere camminato tanto, e pervasa dell'ottimismo di un nuovo giorno, avevo una fame insaziabile. Perch nessuno  cos felice, o cos affamato, come chi soffre d'insonnia ed  sopravvissuto alla notte.
Ed ero innamorata, e amata. Non mi sarei tormentata con l'enigma Come pu amare proprio me? Mi ama forse perch non mi conosce bene?
Un enigma che non ho ancora risolto.
Met mattina, Bascom Hall. C'era Joyce Carol nell'aula, fra gli oltre quaranta dottorandi che cercavano di prendere appunti in un dormiveglia allucinato mentre lo studioso del Rinascimento Mark Eccles teneva una lezione sul teatro elisabettiano-giacobino (non shakespeariano), leggendo appunti prolissi con voce pacata e monocorde come quella di un ipnotizzatore. Il professor Eccles era uno dei docenti pi illustri della facolt di Lingua e Letteratura Inglese di Harvard; uno di quelli per i quali l'opera letteraria esiste soltanto per le sue note a pi di pagina, che la ricoprono come cirripedi; pi sono le note aggiunte in calce, pi l'opera richiede fatica allo studente scrupoloso, pur non offrendo illuminazioni. (Tuttavia fu alle lezioni di Eccles che lessi per la prima volta le grandi tragedie di Marlowe, Middleton e Webster; a distanza di anni avrei ricordato con pi simpatia quell'uomo dalla voce suadente, e altri professori di Madison, riflettendo che anche loro erano stati vittime di una didattica che attribuiva ben poco piacere all'opera letteraria; anche loro erano stati prigionieri del canone.) Dopo tornai al nostro dormitorio con Marianna che ultimamente sembrava sempre pi assente, si lamentava del freddo, si preoccupava per una tesina che stava scrivendo per Eccles, parlava in modo compulsivo, era insomma molto diversa dalla giovane che avevo conosciuto in settembre.
Se lo avessi saputo ne sarei rimasta scioccata, ma quella fu l'ultima volta che avrei parlato con Marianna Churchland. Nel giro di un paio di giorni avrebbe lasciato la Barnard Hall e Madison per tornare in North Carolina senza neppure salutare le amiche.
Entrata nel dormitorio, Marianna punt subito alla fila di cassette della posta cercando ansiosamente qualcosa, anche se avrebbe dovuto sapere che era troppo presto per la consegna. Mi stava dicendo che dopo la sua visita a casa per il Ringraziamento non aveva pi avuto notizie dal fidanzato: Abbiamo parlato del nostro matrimonio. Gli ho detto che dovevamo fissare una data, la prossima estate. Gli ho detto: Ti amo tanto! Voglio avere dei figli con te. Voglio vivere abbastanza a lungo da seppellirti. Gli ho detto....
(Ma a quel punto ero troppo preoccupata per ascoltarla perch le sue parole mi sembravano misteriose e bizzarre: voglio vivere abbastanza a lungo da seppellirti. Il suo modo di fare, la sua voce, il suo sguardo... tutto era troppo intenso. Smisi di seguire i suoi discorsi, non vedevo l'ora di allontanarmi da lei.)
Non a me, a un'altra. Le ali della follia che battono vicine.
Il 23 gennaio 1961 Raymond Smith e io ci sposammo nella cappella cattolica di Madison, e liberai la stanza al terzo piano della Barnard Hall per trasferire i miei pochi averi, perlopi vestiti invernali e libri, in un appartamento di cinque stanze sorprendentemente spazioso e arioso al secondo piano di una solida casa vittoriana a circa un miglio dalla University Avenue.
Pur essendo stati sposati da un prete cattolico, non eravamo andati all'altare ma nella sacrestia, una specie di magazzino nella parte anteriore della chiesa; una sorta di compromesso, dato che Ray non era pi praticante ma io non avevo voluto turbare i miei genitori sposandomi al di fuori della Chiesa.
 vero, non avevo osato sposarmi al di fuori della Chiesa, non avevo osato sfidare e deludere i miei che a quel tempo erano, per quanto nominalmente, membri della chiesa Good Shepherd di Pendleton.
L'ipocrisia  l'omaggio che il vizio paga alla virt, come ha osservato una volta, eloquente, La Rochefoucauld.
Un soleggiato mattino di maggio, verso la fine del secondo trimestre, affrontai l'esame per il dottorato nella venerabile Bascom Hall. Sarebbe stata la mia ultima volta in quell'aula. I miei esaminatori erano, e non sorprende, tutti uomini: due anziani professori con i quali avevo fatto dei seminari e che sembravano aver approvato il mio lavoro e un docente di Letteratura Americana pi giovane, forse di grado intermedio. Mi sentii mancare - s,  un clich: ma quanto appropriatamente viscerale - vedendo quell'uomo austero che mi fissava con aria dubbiosa come se pensasse Joyce Carol Smith? Che era stata Joyce Carol Oates? Una donna sposata? Una studentessa seria? In effetti un po' sospetto lo era, non potevo biasimarlo. Negli occhi seri del giovane docente lessi il mio destino.
Comunque, per due terzi l'esame sembr filare liscio. Avevo seguito il consiglio di mio marito di memorizzare i sonetti di Shakespeare, Sidney e Donne per poterli analizzare e discutere, come aveva fatto lui tre anni prima in quella stessa aula; mostrai una buona conoscenza delle fonti, delle influenze. Con intensit, ma non eccessiva, fui in grado di recitare a memoria l'inizio del Paradiso perduto e alcuni passi chiave di Lycidas, Il ricciolo rapito, Il preludio; discussi l'accurata argomentazione dell'Areopagitica di Milton; ma lo specialista americano non si mostr colpito, e aspettava il suo momento. Quando tocc a lui interrogarmi, non mi fece alcuna domanda sulle opere principali. Avrei potuto parlare con competenza della poesia di Emily Dickinson e Walt Whitman, ma non ne ebbi la possibilit; come fosse un incubo in un'aula di tribunale, mi fece solo domande alle quali non ero in grado di rispondere con sicurezza in merito alle date delle poesie, le date delle bozze delle poesie, delle pubblicazioni e delle edizioni; per esempio, qual era la differenza fra l'edizione di Foglie d'erba del 1867 e quella del 1855, e quali erano le circostanze che riguardavano l'edizione del 1871? In realt, qualcosa sapevo, ma non con assoluta certezza. (Se avessi dovuto insegnare quell'argomento mi sarei limitata a cercarlo in un libro di consultazione.) La mente offuscata dal mal di testa e dalla vergogna, mi sentii mormorare in tono contrito: Non lo so... temo di non saperlo. Quell'esperienza mi riport alla memoria il colloquio fatto alla Syracuse per una borsa di studio Woodrow Wilson, dietro l'insistenza dei miei professori; quel giorno ero rimasta praticamente muta per la timidezza, sentendomi una sfrontata per aver anche solo pensato di poter essere presa in considerazione per una borsa di studio che prevedeva soltanto una donna sui quattro possibili beneficiari.
Anni dopo avrei incontrato quel mio implacabile interrogatore a New York durante qualche cena o ricevimento letterario, era ormai un uomo di mezza et, non insegnava pi al dipartimento di Lingua e Letteratura Inglese della Wisconsin-Madison, ma non era cambiato per modo di fare e padronanza di s. Come aguzzino e vittima che si incontrano in un ambiente nuovo, neutro, in una nuova esistenza, questo individuo e io non avremmo mai ammesso le circostanze del nostro primo incontro; mai avremmo fatto allusioni nemmeno enigmatiche al fatto, ironico con il senno di poi, che lui, privo di talento, eccellenza o successo, avesse un tempo sperato di annientare una giovane donna all'inizio di una presunta carriera universitaria. Com'ero vulnerabile, quel mattino di maggio del 1961! Com'ero irrilevante ai suoi occhi, inutile, giovane, e sposata: non una possibile candidata agli ordini del dottorato, dove gli uomini venivano sempre preferiti. E and cos: il mio amore per la letteratura restava intatto, ma ero ormai profondamente disillusa dal corso di specializzazione e mai avrei immaginato di poter passare un altro anno a Madison, men che meno diversi anni; nascondere la disperazione mi avrebbe fatta morire soffocata, e avrebbe minato la felicit del mio matrimonio; avrebbe potuto addirittura distruggerlo. Il lavoro faticoso della ricerca accademica e le routine noiosissime dello studio, soprattutto l'ansia di riuscire gradita ai membri anziani, di non contrariarli mai, di non turbare o sfidare quelli pi suscettibili, non facevano per me. Il mio impegno pi grande di quell'anno era stato un testo di cento pagine per un seminario su Herman Melville che rispondesse alle aspettative di un cavilloso decano di nome Harry Hayden Clark, che aveva una predilezione per dosi massicce di note in calce e per le fonti; avendo gi imparato la lezione al mio precedente incontro con il suo collega Merritt Hughes, non mi ero cimentata nell'analisi della prosa melvilliana dal punto di vista letterario, limitandomi a trattarlo come una specie di documento storico ben radicato nelle tradizioni della baleneria americana del Diciannovesimo secolo, mescolato con l'inevitabile presenza di Shakespeare. Fra le molte note del testo un numero considerevole citava proprio il professor Clark, cosa giustificabile, pur sembrando un po' troppo adulatoria; la tesina fu ben accolta dal professore ma io mi sentivo talmente depressa che buttai via subito la mia unica copia.
Mio marito, di norma una persona pacata, rimase sbalordito dal gesto. Come potevo avere fatto una cosa simile, dopo tutto quel lavoro? E se il mio voto non fosse stato registrato, e Clark avesse voluto rivedere il saggio?
Una possibilit che non riuscivo nemmeno a prendere in considerazione. E nemmeno avevo idea del perch non avessi fatto una copia carbone.
L'esame orale arriv in fondo. Fui invitata a uscire dalla stanza per aspettare mentre la commissione discuteva. Mio marito si aggirava da qualche parte nel dipartimento, ma gli avevo chiesto di non aspettarmi, non volevo che venisse visto con me. Lo avrei cercato io dopo, e non ci sarebbe voluto molto tempo. Dopo una breve consultazione durante la quale aspettai in corridoio in preda a grande inquietudine, sapendo gi che il verdetto non mi avrebbe reso euforica e allo stesso tempo non volendo pensare al peggio, il membro anziano della commissione mi chiam dentro per informarmi che a Joyce Carol Smith sarebbe stata concessa una laurea di secondo grado in Letteratura Inglese e Americana dalla University of Wisconsin; ma a Joyce Carol Smith veniva consigliato di non continuare gli studi l. Il verdetto era: Non sarai una di noi.
Vero  che provai sollievo, tuttavia rimasi anche delusa.  sempre doloroso venire respinti, anche da persone dalle quali preferiremmo non essere accettati.
Quando andai in cerca di mio marito, con un sorriso forzato e cercando di non piangere, Ray disse con pi veemenza di quanta ne provassi io per me stessa: Comunque il dottorato tu non lo volevi. Adesso puoi scrivere.
Un quarto di secolo dopo (questo  il grande potere della prosa: si pu scrivere un quarto di secolo dopo e come in Alice nel paese delle meraviglie  l che veniamo catapultati) fui invitata alla University of Wisconsin per ricevere, in un'elaborata cerimonia, un dottorato onorario in lettere umanistiche. Per quel ritorno a Madison nella primavera del 1985 andai da sola, senza mio marito; l'esperienza fu surreale, bench non proprio da incubo. Durante la mia permanenza fui tormentata dall'ironia della situazione, nonch dall'assurdit, sentendo il nome Joyce Carol Oates recitato con voce cantilenante fra quelli degli altri alunni distinti dell'universit. Non che io fossi esattamente un'imbrogliona, perch in realt mi ero laureata in Lingua e Letteratura Inglese e Americana l; ma, se nel 1961 non fossi stata respinta e i miei esaminatori mi avessero esortato a continuare gli studi, forse avrei ceduto alla tentazione; se per esempio fossi stata un uomo, di uguale talento, sarei potuta diventare una persona diversa, un accademico di professione, e di certo non avrei scritto i libri che ho scritto, e di conseguenza non sarei stata invitata alla Wisconsin per ricevere un'onorificenza. Un paradosso che non poteva essere elevato a principio per altri: per essere accettata dai membri anziani in un decennio, avevo dovuto essere respinta da quegli stessi docenti in un decennio precedente.
In seguito, nel settembre del 1999, avrei scritto una scaletta di questo memoir in una stanza della Edgewater Inn di Madison, che si affacciava su un lago Mendota sferzato dalla pioggia; ancora una volta sarei stata costretta a ricordare l'ironia agrodolce della mia situazione. Perch eccomi qui, il caprimulgo di un'era remota, ancora viva, come in un romanzo picaresco! Ero stata invitata di nuovo a Madison per una lettura pubblica, questa volta allo stupendo Elvehjem Museum of Art (in seguito ribattezzato Chazen Museum of Art), e per ricevere un'onorificenza durante una raffinata cena con il rettore dell'universit, la moglie e una rappresentanza del mondo accademico. Un'onorificenza ricevuta all'et di sessantun anni come conseguenza (tortuosa, fortuita) di un fallimento all'et di ventidue! Mi piace che la nostra vita non sia sempre lineare come qualcuno vorrebbe, ma che compaiamo e scompaiamo e ricompaiamo di nuovo, in modo imprevedibile sia per noi stessi sia per coloro che vorrebbero opprimerci.
Credo che abbiamo tutti nove vite come i gatti, o anche di pi. Dobbiamo rallegrarci della nostra elusiva gattitudine.
Fissando le onde del lago Mendota, dove a volte Ray e io eravamo usciti in barca, vedo che sopra l'acqua increspata c' di nuovo foschia. Voglio contemplare questo momento, e non separarmene troppo presto: non veniamo definiti dagli eventi, pur decisivi, della nostra vita; un iniziale fallimento pu consegnarci a una linea d'azione nuova, pi adatta a noi, e persino pi stimolante. Abbiamo il potere di ridefinirci, di sanare le nostre ferite, di essere riservati e accettare la sconfitta (W.B. Yeats) e riemergere; come Henry James che, fallito clamorosamente a Londra come drammaturgo, coperto in scena dai buuu di disapprovazione, aveva scritto con coraggio nel suo diario: Riprendo in mano la mia personale vecchia penna - la penna di tutti i miei vecchi indimenticabili sforzi e di tutte le sacre battaglie. A me stesso - oggi - non ho bisogno di dire altro. Ancora vasto e alto si apre il mio futuro.  proprio questo il momento in cui posso fare il lavoro della mia vita. E lo far.
A Madison sono riusciti a farmi finalmente provare un vero senso di appartenenza. Sono arrivata a un'et in cui, se qualcuno ti d il benvenuto, non ti interroghi sui suoi veri motivi. Non ti interroghi neppure sui tuoi. Ti rallegri, e ringrazi.
Sulle nostre ferite costruiamo monumenti di sopravvivenza. Quando sopravviviamo.
Memoir frammentario di un tempo perduto. Un tempo di inquietudine, un tempo di (quasi) dissoluzione; sentire il caprimulgo battere le ali, e non soccombere. Perch io stessa ero diventata una specie di caprimulgo, e avevo perseverato.
I noi stessi perduti non sono pi accessibili. I nostri ricordi sono artifici, per quanto a fin di bene. E cos lo sforzo torna su se stesso come un nastro di Mbius, rifugge dal soggetto primario. Sono rimasta paralizzata dal tab della violazione della privacy di persone a me vicine e da quello, che a me pare di minore importanza, della violazione del mio s; esponendo il mio cuore, vulnerabile e pulsante di vita. Esistono intimit, segreti, epifanie e rivelazioni e fatti veri di cui non parler mai, ne tantomeno scriver.
S, ho avuto notizie di Marianna, l'amica perduta, qualche anno dopo, quando avevo gi pubblicato i miei primi libri. Dopo la sua improvvisa partenza da Madison era tornata a vivere dalla madre nella casa natia in North Carolina. Non aveva sposato il fidanzato, evidentemente. Non aveva completato gli studi alla Madison, non si era laureata l ma in un college del North Carolina dove ora insegnava. Aveva incontrato un paio di volte Ray Smith (come lo ricordava), e sapeva che ci eravamo sposati. Ha chiesto notizie di Ray, e di me. Mi ha chiesto di rispondere alla sua lettera, e cos ho fatto... e non ho pi saputo nulla di lei.
Adesso sto pensando a quel pomeriggio domenicale, il 23 ottobre 1960. Ero venuta da sola a un ricevimento dell'associazione dei dottorandi al Memorial Union che si affaccia su questo stesso lago, queste onde, non lontano da dove sono seduta a scrivere queste parole. Ero venuta al ricevimento per fare una pausa dall'ossessione. Come un tuffo disperato, per scoprire qualcosa al di fuori della mia testa. Come una consolazione alla mia incapacit di scrivere. Non conoscevo nessuno, o quasi. Ero una delle migliaia di dottorandi e al ricevimento se ne erano presentati forse cinquanta; ero seduta a un grande tavolo rotondo di legno con altri sei, facce ormai dimenticate, nomi mai saputi, e con la coda dell'occhio ho visto, oppure ho creduto di vedere, una figura che si avvicinava a me. O alla tavolata. Non ho ricordi di me stessa quel giorno a parte che probabilmente dovevo essere distratta a causa di una serie di notti insonni; stavo ascoltando la conversazione che si svolgeva al tavolo senza intervenire, perch ero troppo timida; avrei aspettato che qualcuno si girasse a parlare con me. Non mi sarei guardata intorno accogliendo con un grande sorriso speranzoso la persona che si stava avvicinando, che ormai incombeva. In una delle mie opere di narrativa una figura simile nella visuale periferica di una giovane donna, indefinita, non invitata, misteriosa, potrebbe rivelarsi la Morte... ma quello non era un romanzo, era la mia vita.
Comunque non mi sono guardata intorno. Fino a quando un uomo mi ha chiesto se poteva sedersi accanto a me e ha scostato una sedia, allora l'ho fatto, ho alzato gli occhi sul suo viso.

II.

Detroit: citt perduta 1962-1968.

Eravamo cos felici l, perch ce ne siamo andati?
Le vie, le strade, le autostrade. Quegli anni.
Livernois. Gratiot. Grand River. Outer Drive. Telegraph. Michigan. Cass. 2. 3. 12. Woodward. Jefferson. Vernor. Fort. Jos. Campau. Dequindre. Warren. Hancock. Beaubien. Brush. Freud. Randolph. Eight Mile. Six Mile. Shelby. Rouge. Faust. John R.
Citt dell'industria automobilistica, Stati Uniti d'America. Citt degli omicidi, Stati Uniti d'America.
Dentro i confini della citt a Eight Mile e Woodward, il battito del cuore aumenta. Movimento continuo, movimento accelerato, l'attivit febbrile della citt. Il ritmo. Il ritmo. La citt dell'amore, della meraviglia. La citt dell'inquietudine. La citt che non sa che il suo futuro si sta gi allontanando come le luci in uno specchietto retrovisore.
Orizzonti velati. Tramonti di un rosso chimico. Un forte sapore arenoso nell'aria... com' facile diventarne schiavi! E l'altrove, qualsiasi cosa sia l'altrove, non soddisfer mai del tutto. Perch qui c' un moto browniano - incessante, ipnotizzante -, un paesaggio urbano di reticoli interrotti da tangenziali che serpeggiano fra i quartieri, tagliando in due le strade e le vite, e non si guarda mai indietro.
Perch  una citt che va attraversata in automobile.  una citt che  nata dall'automobile. Produzione in serie! Cavalcavia, rampe d'accesso, binari, edifici demoliti e lotti vuoti dove le erbacce crescono grandi come alberelli; tabelloni, case - isolati, terreni abbandonati, miglia quadrate di case - che si estendono all'infinito. Chiudo gli occhi e all'improvviso tremo per l'emozione, stringendo forte il volante. Sto guidando sotto la pioggia, di nuovo diretta a sud lungo Livernois, nella speranza di prendere la John Lodge Expressway proprio sopra Fenkell. Oppure sto andando a est di Woodward sulla Six Mile Road. O svoltando dalla Eight Mile Road e Litchfield, contenta di essere a casa. (Ma quale casa? Dev'essere la prima casa che mio marito e io abbiamo comprato appena arrivati a Detroit, giovani docenti rispettivamente alla Wayne State University e alla University of Detroit: una casa coloniale a due piani, quattro camere da letto, con rivestimento esterno in alluminio, persiane blu, e quello che a noi sembrava un grande giardino d'angolo fra Woodstock Drive e Litchfield. Il prezzo, nel 1973? 17.900 dollari.)
Chiudo gli occhi, ed ecco Detroit. Come se non fosse mai uscita dalla mia vita.
Quando sei giovane, appena sposata, con un nuovo lavoro e una nuova citt, il futuro si spalanca davanti a te come un'interstatale che attraversa le Grandi Pianure. Hai tutto davanti a te: il grande cielo aperto, l'orizzonte appena visibile e il paesaggio alle spalle cos piatto che non riesci a vederlo.
Arrivammo a inizio estate del 1962 e ce ne andammo a inizio estate del 1968. Sei brevi anni ma in realt una vita intera, un'educazione sentimentale che non si sarebbe pi ripetuta.
Non bisogna mai sottovalutare il potere - benefico, malefico, profondo e irresistibile - di un luogo.
Il primo anno abitavamo al primo e ultimo piano di un condominio in Manderson Road, proprio a sud del prestigioso Palmer Park - con le sue belle e antiche case signorili, gli eleganti vialetti serpeggianti, i grandi olmi - e a nord di Six Mile/McNichols Road. Un destino benevolo mi aveva portato a insegnare Lingua e Letteratura Inglese alla University of Detroit, gesuita (quattro corsi di cui due sul dialogo espositivo, mi piaceva moltissimo), e mio marito era docente alla Wayne State University (ma presto gli avrebbero offerto una cattedra alla University of Windsor sull'altro lato del fiume Detroit in Canada). La nostra seconda casa, sulla Woodstock, fu acquistata circa un anno dopo, o nel 1964 (ricordo di aver scritto l la bozza finale di Expensive People, un romanzo che non sarebbe stato pubblicato prima del 1968 quando anch'io ero andata a insegnare alla University of Windsor). La nostra terza casa, pi grande, era in mattoni e legno in stile coloniale in Sherbourne Road proprio sopra Seven Mile, all'angolo con Berkeley e a due o tre isolati da Livernois. Che bel quartiere verdeggiante era Sherwood Forest, una variante meno prestigiosa di Palmer Park, e molto ebraica. Durante la sommossa del 1967 - la pi radicale dato che sarebbe stata la pi tragica e importante di quegli storici episodi a Detroit - nell'allora elegante Livernois ci furono per un giorno e una notte saccheggi, incendi e vandalismi, mentre noi rimanemmo chiusi in casa augurandoci che la violenza dei concittadini, estranei a noi quanto noi lo eravamo per loro, ci venisse risparmiata.
La quintessenza della citt americana. Quel cuore ostinato che batte forte.
Dice un'antica maledizione cinese: Che tu possa vivere in tempi interessanti, ma la realt  che per l'artista/scrittore vivere in tempi e luoghi interessanti (cio turbolenti, agitati, pericolosi) pu rappresentare la svolta decisiva dell'esistenza.
A Detroit, il paesaggio occidentale dello stato di New York che per molto tempo mi era stato di sostegno, simile a un enigma o un mistero che sfugge alla comprensione, cominci a dissolversi, in una certa misura; i soggetti della mia narrazione furono sempre meno agricoli, o meglio mitico-rurali; la mia natura ossessiva cominci a fissarsi sulla straordinaria realt urbana, davvero insondabile, in cui vivevo ora, e quasi per caso le strade che ero obbligata a percorrere, che mio marito Ray era obbligato a percorrere, ci conducevano in zone che altrimenti non avremmo potuto conoscere. (Da abitanti dei sobborghi bianchi benestanti - Grosse Pointe, Birmingham, Bloomfield Hill - di rado andavamo in certe zone della citt, le attraversavamo soltanto, e di corsa! Sulla John Lodge Expressway fino all'estremit del City Center al Detroit River.) Insegnare ai corsi serali per adulti, oltre che a studenti pi tradizionali durante il giorno, fu molto importante: mi basta chiudere gli occhi e vedo quella prima aula, che mi intimidiva, alla University of Detroit, file di studenti (fra i quali persone molto pi vecchie di me, che avevo ventitr anni) fino in fondo alla stanza (gli iscritti erano quaranta) che dovevano essere miei.
In un luogo simile l'artista/scrittore scompare mentre l'ambiente si anima. L'artista/scrittore tace e a parlare sono gli individui che lo circondano.
Ricorder sempre, dopo la mia prima lezione, il pastore protestante afroamericano di mezza et, dalla voce dolce e molto ben vestito, che stringendomi la mano mi disse: Grazie, signora Smith, per averci dato speranza.
Buona parte dei miei scritti che vanno dal 1953 al 1976 circa riguardano Detroit e i suoi sobborghi, o ne sono stati emotivamente ispirati, al punto che non mi  quasi possibile, anni dopo, separare la parte storica e autobiografica dall'invenzione narrativa. La vita  straordinariamente fertile, ma l'arte dev'essere selettiva.
Naturalmente sarei stata una scrittrice - avrei continuato a essere una scrittrice (avevo gi pubblicato due libri prima di trasferirmi a Detroit) - che fossi o meno venuta a vivere qui. Ma Detroit mi entr nell'anima a tal punto che i miei soggetti diventarono quasi subito urbani, e tutte le mie ambientazioni reali come la vista da un'automobile in movimento; la mia fantasia pass dalla fascinazione per un paesaggio rurale quasi surreale a quello per un paesaggio urbano iperrealista. Pi giovane e meno esperta avrei potuto rifuggire dal mero bombardamento di stimoli in un luogo come la Detroit degli anni Sessanta quando capitale mondiale dell'industria automobilistica non era una definizione ironica, e la citt fremeva davvero di eccitazione trattenuta: Motown, cultura, politica, la questione dei diritti civili.
Dopo la sommossa del luglio 1967, l'anima di Detroit sub un terremoto. Potevi cercare di ignorarlo - individualmente - o di combatterlo, ma non potevi controllarne gli effetti e non potevi prevedere i modi in cui avrebbe cambiato te.
Ricordo che la nostra casa era stata svaligiata e che noi ci eravamo entrati senza renderci conto del potenziale pericolo, pur essendo chiaro che qualcosa non andava: una porta scorrevole sul retro, aperta come non l'avevamo lasciata; il dolore che provammo, pi che il timore o l'agitazione, quando i poliziotti di Detroit ci rimproverarono per essere entrati in un luogo in cui poteva essere ancora in corso un reato.
 cos che si finisce ammazzati, capite? La prossima volta restate fuori.
Ricordo che, pur essendo sempre stati in buoni rapporti con una famiglia afroamericana che viveva in Sherbourne Road, nei due mesi successivi alla sommossa i due giovani figli dei vicini cominciarono a trattarci male, arrivando a rovesciare la nostra spazzatura sul marciapiede. Una volta ci sbigottirono coprendoci di insulti mentre ci avvicinavamo alla macchina nel vialetto: Credete che siamo degli animali? Credete che siamo degli animali?
Com'erano furiosi! Ragazzini di dieci, dodici anni. Ci sembrarono troppo giovani per una tale rabbia e un tale odio, sicuramente ripetevano parole sentite dai genitori su di noi, i loro vicini, gli Smith.
Eravamo troppo sbalorditi per protestare. Forse, a causa della nostra pelle bianca eravamo disorientati dal rammarico e dal senso di colpa. E dalla paura che ci potesse accadere qualcosa di brutto, visto che a Detroit la violenza scoppiava alla svelta, modificando per sempre vite basate sulle migliori intenzioni.
Apparentemente viviamo secondo il caso, e lo chiamiamo destino.
L'opera di uno scrittore  una trascrizione codificata della sua vita. L'opera (pubblica)  una testimonianza della vita (privata). Con il passare degli anni, tuttavia, la vita segreta/privata viene dimenticata, tranne gli elementi essenziali, la sua chiave di accesso la si ricorda appena, perch i segreti del passato non sono mai intriganti come quelli del presente. Per il lavoro rimane, rimangono i libri, unici testimoni.
Nella modesta misura in cui un libro, opera di fantasia, pu definirsi un'entit unica al mondo.
Nel 1968 lasciammo Detroit per stabilirci a Windsor, nell'Ontario, in una piccola casa di mattoni bianchi che si affacciava sul Detroit River, dall'altra parte di Belle Isle;  una bizzarria geografica, o forse politica, che Windsor, nell'Ontario, ovvero in Canada, si trovi in realt a sud di Detroit, nel Michigan, Stati Uniti d'America.
Nel 1978 lasciammo Windsor per Princeton, nel New Jersey, dove avrei insegnato all'universit per diversi decenni, anche se, nel mio ricordo, vivido e preciso, il trasferimento a Windsor appare recente; quel senso di struggimento agrodolce che associo al percorrere le infinite strade e autostrade di Detroit, spesso con un tempo orribile,  stato predominante per il resto della mia vita.
L'ultima volta che tornai a Detroit fu nell'autunno del 2005, a Grosse Pointe, per una lettura al War Memorial, poi mi accompagnarono nella citt profondamente cambiata, spopolata e rimpicciolita, un tempo cos vibrante e cos promettente; fu un viaggio sentimentale evocativo che mi port in certi ambienti, agli stessi indirizzi ricordati nei miei romanzi Quelli, Expensive People, Do with Me What You Will e in parecchi racconti brevi o poesie. Perch anche qui c' un paesaggio urbano perduto, irrevocabilmente estraniato dalla storia, cos com' irrevocabilmente perduta quella parte della mia vita. Imboccare Eight Mile Road provenendo da Livernois. Poco pi di un miglio verso est, poi raggiungere Litchfield da Eight Mile. E prima di Woodstock Drive voltare nel passo carraio della nostra casa d'angolo, guidando la mia piccola Volkswagen nera fin dentro il garage, accanto all'automobile di mio marito, anche quella una Volkswagen; aprire la porta che d in cucina e chiamare mio marito che dev'essere dentro: Ci sei? Sono tornata.

Il racconto diventa film: Where Are You Going, Where Have You Been? e Smooth Talk
Alcuni anni fa comparve nel Sudovest americano uno psicopatico che i giornali chiamavano il Pifferaio magico di Tucson la cui specialit era sedurre e a volte uccidere ragazze adolescenti. Forse questo individuo aveva dei complici o forse no, comunque un giro di ragazzini nella zona di Tucson gli erano inspiegabilmente fedeli e non informavano n i genitori n la polizia. Fu questa circostanza, la fedelt dei ragazzini allo psicopatico, che all'epoca trovai assai preoccupante, anche se forse non cos sorprendente. Non ero stata anch'io un'adolescente, non cos tanti anni addietro?
Questo avveniva prima del caso Manson, all'inizio o a met degli anni Sessanta. Da notare che la definizione serial killer non esisteva ancora.
Il Pifferaio magico imitava il modo di parlare, di vestire e di comportarsi di quei ragazzini, ma non era pi cos giovane, era sulla trentina. Piuttosto basso di statura, infilava stracci e giornali accartocciati negli stivali di cuoio per sembrare pi alto. (E a volte camminava con passo malfermo: possibile che nessuno dei suoi ammiratori lo avesse notato?) Affascinava le sue vittime come fanno sempre gli psicopatici, con il suo carisma, disorientando gli altri, le persone pi adulte, che si credono al riparo da folli attrazioni. Il Pifferaio magico di Tucson: un sogno spazzatura, un archetipo da cronaca nera, un puro e semplice artifizio, commedia, cartone animato... circondato, per quanto in modo improbabile, e infine tragico, da persone in carne e ossa. Pensi che se chiudi gli occhi e li riapri sar scomparso. Invece  ancora l.
Avevo notato l'articolo - Il Pifferaio magico di Tucson - su una copia di Life nella sala docenti della nostra facolt. Ricordo di avergli dato una scorsa, guardato le fotografie, e di aver subito chiuso e riposto la rivista. Non volevo essere turbata da troppi dettagli. Temevo che sapere troppe cose avrebbe bloccato la mia immaginazione. (Sarebbe trascorso molto tempo prima che conoscessi il nome di quel serial killer: Charles Schmid Jr. Solo quarant'anni dopo, mentre preparavo questo memoir, ho letto online una sua biografia dettagliata.) In conclusione, non era l'assassino seriale a incuriosirmi, ma il fatto inquietante che dei ragazzini - di buona famiglia - lo aiutassero e fossero complici dei suoi crimini. (Due delle ragazze assassinate venivano da un'importante famiglia di Tucson.) Questo  il genere di orrore che le autorit, gli adulti responsabili e i media definiscono inspiegabile perch non riescono a trovare nessuna spiegazione. Dopotutto loro non si sarebbero lasciati incantare dal fascino del folle.
Nella nostra casa in Sherbourne Road a Detroit, proprio a nord di Seven Mile Road, il mio studio era una stanza con le pareti rosa dall'arredamento essenziale che dava su una strada residenziale fiancheggiata da alberi in un quartiere chiamato, senza ironia, Sherwood Forest. In questa stanza avrei scritto il mio romanzo Quelli, dopo la sommossa avvenuta nel luglio del 1967 che avrebbe cambiato per sempre la storia di Detroit, e di conseguenza la mia come scrittrice. In questa stanza, che un tempo doveva essere stata la camera da letto di una ragazza, e che emanava ancora qualcosa della sua innocenza e instabilit emotiva, avrei scritto il breve racconto Where Are You Going, Where Have You Been? che spedii per posta a Epoch, una piccola ma prestigiosa rivista letteraria pubblicata dalla Cornell University, e usc nell'autunno del 1966. (Il direttore di Epoch, James McConkey, mi aveva dato una dimostrazione di amicizia accettando di pubblicare uno dei miei primi racconti, scritto quando ancora studiavo alla Syracuse University.) Una prima bozza del racconto era intitolata La morte e la fanciulla, ma mi era sembrato troppo esplicito. La storia era un'opera di fantasia, e ho ancora un debole per questo stile - davvero, uno ogni tre o quattro dei miei racconti appartiene a questo genere - che si potrebbe definire allegoria realistica. Diciamo che si rif un po' ai romanzi cavallereschi o ai romanzi di Nathaniel Hawthorne; ma apparentemente vuol essere realistico.
Come l'incisione medievale tedesca da cui era stato preso il titolo originale, la storia era raccontata nei minimi dettagli nonostante fosse chiaramente un'allegoria delle fatali attrattive della morte (o del diavolo). Una giovane innocente viene sedotta sfruttandone la vanit; lei scambia la morte per un'avventura erotica del genere romanzo spazzatura americano.
Nelle bozze successive il racconto cambi stile, punto focale, linguaggio, titolo. Divent Where Are You Going, Where Have You Been? Scritto in un periodo in cui l'autrice era incuriosita dalla musica di Bob Dylan, soprattutto dall'ossessionante canzone elegiaca It's All Over Now, Baby Blue, lo dedicai a Bob Dylan (alla fine, non mentre lo scrivevo). Il carismatico assassino seriale passa in secondo piano e in primo piano c' la vittima innocente, una quindicenne. Connie diventa la vera protagonista del racconto, che corteggia ed  corteggiata dal suo destino, una sedicente figura pop anni Cinquanta, un discendente grottesco, in termini culturali, del motociclista interpretato da Marlon Brando nel film Il selvaggio (1953). Arnold Friend  alternativamente assurdo e accattivante, carismatico e spaventoso. (Non era mia intenzione, devo confessarlo, che, come hanno notato osservatori perspicaci, Arnold Friend potesse venire decostruito come An Old Fiend, un vecchio maniaco.)
Nella storia niente indica che Arnold Friend abbia sedotto e ammazzato altre giovani, n che sia assolutamente deciso a uccidere Connie.  il suo un interesse soltanto sessuale? (N emerge alcunch sulla complicit di altri adolescenti. Ho tenuto questa nota ancora pi provocatoria in serbo per un racconto in corso, Testimony.) Connie  frivola, vanitosa, sciocca, fiduciosa, predestinata, cionondimeno capace di un inaspettato gesto di eroismo alla fine della storia. Il suo persuasivo seduttore, che non sa mentire, le promette che se si conceder a lui nessun male sar fatto alla sua famiglia, e lei acconsente. Il racconto finisce bruscamente in quel punto. Non conosciamo la natura del suo sacrificio, sappiamo soltanto che  abbastanza generosa da farlo.
Adattare una narrazione cos essenziale e ridotta da un punto di vista tematico come Where Are You Going, Where Have You Been? per trasformarla in un film bellissimo ed emotivamente seducente come Smooth Talk, diretto da Joyce Chopra e sceneggiato da Tom Cole, ha richiesto molta immaginazione, inventiva, lavoro di approfondimento. Un film  un medium visivo, non verbale: la macchina da presa  il narratore, non c' una narrazione fuori campo. La storia di Connie diventa una trama sontuosa e piacevole vista dalla prospettiva di una regista che conosce intimamente le adolescenti; Connie non  una figura allegorica ma piuttosto un'adolescente tipica (sempre che si possa definire cos Laura Dern, molto attraente senza essere vistosamente bella). Joyce Chopra, che aveva gi girato documentari sugli adolescenti contemporanei, al tempo del film aveva una figlia adolescente e ricrea in Smooth Talk il mondo assolutamente credibile in cui vive Connie. O meglio alcuni mondi: dato che nella storia originale esiste una Connie-a-casa e una Connie-con-gli-amici. Due quindicenni, due stili precisi, due voci, che a volte (ma non spesso) si sovrappongono.  una delle meravigliose caratteristiche visive del film; vediamo Connie e gli amici trasformarsi, una volta liberi e al sicuro dal controllo parentale. Passeggiando insieme nel centro commerciale del quartiere, le ragazze rivendicano la loro vera identit di giovani esseri umani sessuali senza avere idea di che cosa sia veramente il sesso. Che libert, che gioia! E che rischio.
Laddove la storia  puramente quella di Connie, narrata dalla sua limitata prospettiva, il film  anche la storia della madre di Connie. Il centro di gravit della ragazza, il legame emotivo,  spesso con la madre, ruolo interpretato in modo appassionato e convincente da Mary Kay Place. (Nel testo la madre non  molto simpatica. Il film non vuole analizzare la gelosia sessuale e la collera della madre nei confronti della figlia attraente.) L'ambigua relazione di Connie con l'affabile e alquanto misterioso padre (Levon Helm)  un valore aggiunto: dopo la pubblicazione del racconto avevo pensato che avrei dovuto concentrarmi di pi sul padre di Connie, insinuando, il pi sottilmente possibile, un'attrazione equivalente a quella che Connie prova per il suo seduttore, Arnold Friend. E lo stesso Arnold Friend - A. Friend come si definisce lui -  interpretato con l'appropriata boria da Treat Williams, perfetto per la parte, e dell'et giusta. Noi vediamo che Arnold Friend non  un adolescente anche se Connie, ipnotizzata dal suo fascino superficiale, non sembra vederlo affatto... vede soltanto l'immagine che proietta. Nella prosa questo  difficilmente realizzabile - portare il lettore a guardare oltre la spalla del protagonista, per cos dire - ma nel film viene reso con invidiabile facilit.
Treat Williams nel ruolo di Arnold Friend  atrocemente sublime, come deve essere stato l'originale Pifferaio magico di Tucson. (Anche se nessuna delle persone coinvolte nel film conosceva la fonte originale, evidentemente; non avevano mai sentito parlare di Charles Schmid Jr.) Williams impersona brillantemente Arnold Friend che impersona goffamente Marlon Brando... o si tratta di James Dean? Brando, Dean, impersonano se stessi allo specchio? Il fatto che il destino della povera Connie sia cos trash  ci che lo determina.
Quello che in Smooth Talk  davvero straordinario  la freschezza visiva, il senso di movimento e di vita; intelligente e attenta, la regista ci mostra il mondo semisegreto dell'adolescente americano - flirt al centro commerciale, storie d'amore al drive-in, autostop sull'autostrada, il fascino della musica rock ad altissimo volume. (La musica di James Taylor per il film non potrebbe essere pi appropriata. L'ascoltiamo come l'ascolta Connie,  la musica seducente del suo elemento spirituale.) Laura Dern  cos incredibilmente giusta nel ruolo della mia Connie che arrivo a pensare di aver modellato proprio su di lei la ragazza immaginaria, come spesso si illudono di fare gli scrittori.
Le mie difficolt riguardo all'adattamento, peraltro molto acclamato, del breve racconto erano dovute soprattutto al fatto che esitavo a vedere/sentire un mio lavoro al di fuori del suo contesto linguistico. Tutti gli scrittori sanno che il nostro soggetto  la lingua, la scelta cavillosa delle parole, le strutture ritmiche, le pause enigmatiche, la punteggiatura. Dove una rapida occhiata vede una scrittura veloce, lo scrittore nasconde nove decimi dell'iceberg. Naturalmente tutti noi abbiamo dei soggetti che trattiamo con passione e impegno, ma sotto il racconto c' la narrazione che ci tiene strenuamente avvinti. Lo scrittore lavora in un'unica dimensione, il regista in tre. Parto sempre dal presupposto che le persone che hanno adattato il mio testo siano dei professionisti, autorevoli nel loro campo come io lo sono nel mio (se lo sono). Difenderei con forza la collocazione di un punto e virgola in un mio romanzo, ma probabilmente alla fine avrei ceduto alla decisione di Joyce Chopra di ribaltare la conclusione del racconto, di capovolgerla, in un certo senso, in modo che il film finisca non con la morte della vanit, non con una fanciulla sonnambula che va incontro alla Morte, bens con una scena di riconciliazione, di ringiovanimento. Connie e la sorella maggiore rivendicano il diritto alla musica, festeggiano se stesse.  realistico?  probabile?  un finale soddisfacente.
Per una ragazza la perdita della verginit  un evento agrodolce ma non necessariamente tragico. Non ai giorni nostri. Il raggiungimento della maturit comporta che debba cedere ai sogni insulsi della cultura pop adolescenziale, per poi rifiutarli. Where Are You Going, Where Have You Been? si definisce allegorico nella sua conclusione: la Morte e il carro della Morte (un'eccentrica decappottabile dal motore truccato) sono venuti per la Fanciulla. Il risveglio alla realt, nelle ultime righe del finale, viene rappresentato da lei che esce alla luce del sole dove Arnold Friend aspetta:
La mia dolce ragazzina dagli occhi azzurri disse con un sospiro quasi melodico. Non c'entrava niente con gli occhi castani [di Connie] ma rimase nondimeno affascinato dalle vaste distese del paesaggio illuminate dal sole alle sue spalle tutt'intorno - Connie non aveva mai visto prima una terra cos vasta, non la riconobbe ma cap che era l che sarebbe andata.
- forse una visione impossibile da trasfigurare in un film.

Joyce Carol Oates, New York, 6 marzo 1970. (Jack Robinson per Vogue)
Seria in modo quasi patetico scrisse Vogue della scrittrice trentaduenne pubblicando la sua fotografia nel numero del 15 agosto 1970. L'autore commentava poi che la scrittrice, il cui quarto romanzo, Quelli, aveva ricevuto il National Book Award quell'anno, era una donna esitante, che parlava con voce sommessa, lo sguardo degli occhi castani fisso come una sonnambula e che il suo sognare a occhi aperti conferiva alla scrittura una particolare caratteristica fluttuante che contrastava decisamente con la violenza del tema. Veniva citato uno stralcio del suo discorso alla premiazione: La violenza  ci a cui un artista deve opporsi e che deve usare a proprio vantaggio. Nella fotografia del 1970 il viso dell'autrice, stranamente privo d'espressione, simile a una maschera, sognante e sereno, ironicamente non dava la minima indicazione del vortice di emozioni che lei aveva provato posando per quella foto: eccitazione, stupore, stress, una specie di ansia ontologica cronica.
Fotografata per Vogue! La rivista pi elegante, nonch pi patinata e misteriosa, delle molte che mia nonna Blanche, lei stessa una donna piuttosto misteriosa, portava a Millersport negli anni Cinquanta della mia adolescenza. Le altre riviste erano le pi concrete Redbook, McCall's, Cosmopolitan (in una prima versione, seria e persino letteraria), Ladies' Home Journal e Good Housekeeping, Mademoiselle da ragazza in carriera (che nel 1959 pubblic il mio primo racconto In the Old World); e il New Yorker, molto apprezzato in famiglia per le vignette, e abitato da strambi individui asessuati che secondo noi erano i sofisticati newyorkesi. Nonna Blanche era un'abile sarta, cuciva per me, e a volte per mia madre, non soltanto gonne, bluse, scamiciati ma anche abiti e cappotti; copiava i modelli da Butterick, Simplicity, McCall's, ma anche da Vogue, a volte, ed erano i pi difficili (e chic); era proprio per i servizi di moda che la nonna comprava una rivista costosa come quella, grossa come un elenco telefonico e con fotografie straordinarie. Di tutte le riviste che entravano in casa nostra era soprattutto Vogue ad affascinare una ragazza che viveva in una modestissima fattoria nello stato di New York, ed era sempre Vogue a suscitare in mio padre i commenti pi sarcastici sulle mode femminili. (Molti suoi commenti che esprimevano una perplessa indignazione cominciavano con un cipiglio e un Criiiisto! borbottato.) Saremmo rimasti senza parole se avessimo saputo che un giorno il nome Oates sarebbe apparso proprio su quelle pagine come nome dell'autrice e come soggetto di un servizio.
Poich era una miniera di femminilit mistica e dotata di poteri magici, diversa dalla femminilit (puramente) pratica (in una fattoria, le femmine hanno utilit specifiche, nessuna delle quali minimamente romantica): fra le altre cose Vogue era un reliquario che onorava la bellezza pura e non utilitaristica, e soprattutto non la femmina, ma la femminilit. Ci sarebbero voluti decenni prima che mi capitasse di leggere il commento di Sigmund Freud nel suo tardivo e malinconico Disagio della civilt: La bellezza non ha un'utilit evidente; e non esiste una chiara necessit culturale di bellezza. Eppure la civilt non potrebbe farne a meno.
Gi nella prima adolescenza ero diventata un'osservatrice acuta di mondi davvero diversi dal mio, avrei potuto contemplare le fotografie di donne e uomini di altre specie, catturate per Vogue dagli obiettivi di fotografi leggendari quali Richard Avedon e Irving Penn. Neppure fantasticando su una di quelle persone dell'alta societ o sulle modelle che portavano abiti, gioielli e calzature straordinari, avrei potuto immaginare di vedermi, un giorno, sulle stesse pagine.
Il 4 marzo 1970, durante una serata di gala a New York, avevo ricevuto il National Book Award per il mio romanzo Quelli; la foto fu fatta la mattina del 6 marzo, in uno studio situato in una casa signorile di West Eleventh Street. Del turbine di interviste e servizi fotografici che feci in quella mia breve e vertiginosa visita per ricevere il premio, questa  l'unica immagine che mi sia rimasta stampata nella memoria. Secondo me il ritratto evoca una specie perversa di nostalgia: il ricordo di quell'epoca densa di pericoli, cominciata con il tragico e deprimente assassinio di John F. Kennedy nel 1963, seguito da un decennio di confusione e anarchia costellato di omicidi e sommosse razziali in varie citt americane (inclusa quella famigerata di Detroit nel luglio 1967, al tempo in cui mio marito e io avevamo vissuto da assediati), che si concluse alla fine della lunga, sanguinosa ed estenuante guerra del Vietnam nel 1973.  difficile evocare quel periodo per chi non l'abbia vissuto: un clima diffuso di paranoia, peraltro giustificata; il consumo di droghe era normale come il consumo di tabacco; e atti isolati di terrorismo, bombe nei campus, per esempio, o al Pentagono, che erano opera di radicali-rivoluzionari-americani, non di agenti stranieri. Perch la mattina in cui feci quella foto, dopo una notte di sonno agitato in uno spazioso appartamento a Central Park West, elegante ma dall'aria volutamente trascurata, ad ascoltare i rumori notturni della grande citt (se le sirene fossero state ornamentali insegne rosse al neon, il cielo sopra New York sarebbe sembrato un gioco della matassa), sedevo rigida e impacciata cercando di non pensare alle luci accecanti, cercando di rilassarmi, di sorridere come insisteva il gentile fotografo, quando all'improvviso, da un punto terribilmente vicino, arriv un'esplosione assordante. Le finestre dello studio sbatacchiarono; i pavimenti, le pareti e il soffitto tremarono; per un orribile momento sembr che la casa di arenaria stesse per cedere e crollarci addosso.
Il servizio fotografico per Vogue fin bruscamente.
Forse l'immagine venne catturata sulla pellicola in quell'istante: l'istante in cui la vita interiore  intercettata, rubata e ridefinita da un atto di violenza esterna.
In un simile istante provi una paura fisica, animalesca. Reagisci in modo viscerale. Il panico ti scorre nelle vene, il cuore va a mille. I tuoi pensieri confusi non potrebbero essere pi elementari... Sono ferita? Sono viva? Sono in pericolo? Sto... bene?
Infatti non  insolito che persone ferite gravemente, persino ferite a morte, pensino di stare bene, in un primo momento. Se sono in grado di respirare, o di muovere un braccio... il cervello manda segnali disperati. S. Sono vivo, me la cavo.
Mi ricord il momento di panico pi lungo che avessimo mai vissuto, diversi anni prima, intrappolati nella nostra casa di Sherbourne Road, a Detroit. Il 23 luglio 1967, di primo mattino, quando la polizia fece irruzione in un club privato non autorizzato allo spaccio di alcolici che si trovava in Twelfth Street, in un quartiere afroamericano, eravamo rimasti in casa per quarantotto ore o pi, sperando che non ci dessero fuoco, e che la polizia o i cecchini non sparassero dentro le nostre finestre; a meno di tre isolati da noi, in Livernois Avenue, mandarono in frantumi le vetrine e i negozi vennero saccheggiati; ci furono incendi dolosi, sparatorie, episodi di violenza in strada, le sirene suonavano quasi incessantemente. Come se il mondo fosse impazzito. In simili momenti di pericolo pensi, quasi implorando: Non sta succedendo a noi, non  possibile! E se sei molto fortunata, non ti succede.
Il fotografo, i suoi assistenti e io uscimmo barcollando dalla casa e ci fermammo sul marciapiede di West Eleventh Street, dove l'aria mefitica era densa di fumo e polvere. Eravamo storditi, sgomenti. Che cos'era successo? Eravamo in pericolo, ci sarebbe stata un'altra esplosione? Il momento artistico era stato sostituito in modo repentino e sconvolgente da una realt brutale e assolutamente sconcertante, il cui senso ci sfuggiva. Intorno a noi pedoni spaventati, traffico fermo, una cacofonia di sirene e clacson. Nessuno aveva idea di che cosa avesse causato l'esplosione: uno scaldabagno elettrico? Il gas? Una bomba?
A un isolato di distanza, in direzione della Fifth Avenue, le fiamme sembravano divampare da una casa in arenaria. Scoprimmo poi che si trattava di una casa signorile del Diciannovesimo secolo con facciata neoclassica, dove il poeta James Merrill aveva vissuto durante l'adolescenza.
In seguito si venne a sapere che l'esplosione era stata causata inavvertitamente da un bombarolo dilettante che aveva innescato il timer di una bomba antiuomo assemblata nel seminterrato di una casa al 18 di West Eleventh Street da membri del gruppo radicale degli Weathermen; l'intento criminale era di far esplodere la bomba durante un ballo a Fort Dix, una base militare dell'esercito nel New Jersey. La bomba esplosa quella mattina uccise tre persone, due uomini e una donna di nome Diana Oughton, ex debuttante e laureata alla Bryn Mawr. Il corpo era stato grottescamente smembrato dallo scoppio e pot essere identificato solo grazie alle impronte digitali; in fuga dalla casa in fiamme, a piedi, c'erano due donne degli Weathermen, una era Kathy Boudin, che in seguito sarebbe diventata tristemente famosa. Che periodo pericoloso! Quei malati degli ideali della controcultura degli anni Sessanta! Eppure anche in un terreno cos roccioso si sviluppano i semi della nostalgia.
Mio marito e io lasciammo New York l'indomani mattina per tornare a Windsor, nell'Ontario, dove ci eravamo stabiliti. Riusc a sembrare un'ironica commemorazione: per il mio romanzo Quelli - ambientato a Detroit al tempo della sommossa, una passeggiata a confronto della Detroit di quegli anni - ricevevo un'onorificenza soltanto dopo che avevo lasciato la citt per sempre, e attraversato il Detroit diretta a una citt pi ospitale, una citt canadese, dove gli edifici e la sede della University of Windsor guardavano in parte il fiume. Vivendo nell'Ontario durante la crisi crescente e spiritualmente estenuante della guerra del Vietnam, in un paese straniero che aveva il vantaggio di non sembrare straniero, guardavo fuori dalle finestre del mio studio verso il confine del prato il fiume increspato dalla corrente impetuosa e spesso plumbeo e provavo un dolore acuto come il senso di perdita, come se fossi stata espulsa dagli Stati Uniti. Disperata e delusa dalla politica americana di quegli anni, ero mossa da un desiderio autentico di lavorare con quei giovani americani sprezzantemente definiti renitenti alla leva, e che a me sembravano coraggiosi nel loro rifiuto di combattere una guerra inutile e ingiusta, nonch con ottimi studenti canadesi, per i quali il liceo durava quattro anni e non tre come in America, e che di conseguenza arrivavano all'universit molto pi preparati degli studenti americani. Dieci anni in esilio, nell'Ontario... un decennio proficuo e complessivamente meraviglioso, che fin troppo presto.
E spesso avrei ricordato, vedendo la foto di Vogue che il mio editore, uomo dalla mente pratica, avrebbe usato per anni per la sovraccoperta dei miei libri, le circostanze di quel drammatico servizio fotografico; com' curiosa e fugace l'intimit fra fotografo e soggetto, pu finire in modo repentino; e l'immagine che rimane pu essere senza tempo e insieme vincolata a un periodo, il ricordo di un incubo cristallizzato nell'arte.
Proprio ora, in un tardo tiepido mattino del maggio 2014, ho superato la casa signorile di mattoni al 18 di West Eleventh Street, ovviamente completamente ristrutturata, pi moderna della vecchia, in un isolato di belle propriet nel West Village, rispettose dell'ambiente e molto costose. Da un punto non lontano, nella Fifth Avenue, arriva il lamento di una sirena... ma subito si allontana.

Misteri alimentari.
Tootsie Roll, Mallo Cup, Milky Way, Junior Mints, Snickers, Hershey, Mars, Oh, Henry!
Juicy Fruit, gomme da masticare Dentyne.
Cicche. Caramelle dure colorate.
Hostess CupCake: cioccolato ripieno di crema.
Tortine nei pirottini fruscianti che stanno nel palmo della mano, per essere divorate con entusiasmo sul marciapiede davanti al negozio in cui le hai comprate.
Sillabe magiche...Ghiaccioli e gelati. Transit Road, Lockport.
Ghiaccioli all'arancia, al cioccolato e alla ciliegia che inizialmente si sciolgono adagio, e alla fine rapidamente. Dita appiccicaticce.
Stecchi di gelato gusto mou e crema. Macchie sul davanti della camicia, dita dei piedi nude e appiccicose.
Al Royale in Main Street, Lockport: banana split al caramello caldo con ciliegie al maraschino, panna montata e cialde dolci.
Al Castle's Dairy in Main Street, Lockport: malto alla vaniglia cos denso da poterlo bere a fatica con una cannuccia; frapp alla fragola, coni gelato a due gusti, biscotti ripieni di gelato al cioccolato.
Al banco del Rexall, Coca gusto cioccolato.
I bomboloni di Freddie: con glassa, cioccolato, cannella, ripieno molle e dolce di panna montata e/o gelatina fino a scoppiare e ricoperti di zucchero a velo che ti lascia uno spettrale sorriso colpevole.
Tramezzino con la maionese
Tramezzino con la senape
Tramezzino con il burro d'arachidi
Panino con la mortadella
Panino con le sottilette Kraft
Panino al formaggio grigliato
Hamburger/cheeseburger/hot dog
Ketchup, senape e salsa piccante
Patatine fritte. Insalata di cavolo con maionese. Salato, dolce.
Popcorn salati e imburrati venduti nei cinema - Palace Theater, Rialto Theatre - divorati avidamente nonostante da sempre girassero voci sullo sterco di topi e scarafaggi trovato nelle scatole dei popcorn.
Mensa della North Park Junior High: pasticcio di maccheroni (bruciacchiato), spaghetti al pomodoro Chef Boyardee, patatine fritte straunte.
Cavolo ripieno. Shepherd's pie. Texas hash.
Cocktail di frutta (in scatola).
Budino di riso, budino di pane. Budino di cioccolata.
Gelatina alla frutta di un tremolante rosso lucido in una formina scanalata.
Pizza: formaggio, pomodoro, peperone verde e fettine di salamino piccante in brillanti minuscole pozze di unto.
Minigamberetti (in scatola), maccheroni con maionese Kraft su foglie di lattuga.
Collosa farina d'avena bollente con latte, zucchero scuro.
Cheerios, Rice Krispies. Wheaties.
Pan di zenzero, fudge.
Torta a tre strati di cioccolato fondente con glassatura di fudge.
L'emozione di cuocere i biscotti nel forno: sistemare con cura nella teglia l'impasto per biscotti della mamma. Schegge di cioccolato, farina d'avena, zenzero, zucchero. Biscotti natalizi glassati in cucina. A forma di stella, biscotti di zucchero a forma di albero di Natale con minuscole scintille come briciole di mica.
L'emozione di colorare le uova di Pasqua: immergere con cura l'uovo nella tintura, usando un cucchiaino da t.
Pepsi, Coca-Cola, Dr Pepper, Sunkist. Royal Crown Root Beer.
Un sorso della birra scura di pap...  davvero amara! Fa male sulla lingua!
Cibi fritti nel lardo. Ricoperti di briciole di pane.
Pollo fritto alla maniera del Sud, prosciutto glassato in forno con fette di ananas (in scatola).
Zuppe Campbell: pomodoro, pastina in brodo di pollo, vellutata di funghi.
Maiale e fagioli Heinz. Bastoncini di pesce impanati intinti nel ketchup Heinz.
Costolette impanate, pezzi di pollo impanati.
Pur annegato nel sugo.
Pur con pezzetti di burro appena tolti dal frigorifero che si sciolgono lentamente.
Tacchino arrosto. Ripieno di pane. Salsa di mirtilli rossi, torta di zucca. La salsiera della nonna colma di sugo ricco di grassi.
La vergogna di mangiare avidamente le arachidi Planters in macchina dalla scatoletta, tornando a casa dopo aver fatto la spesa da Loblaw, a Lockport.
Sale/grasso intenso. Bruciore all'interno della bocca.
Omelette al formaggio grande come un copriruota, meglio gommosa che molle.
Lattuga iceberg che si affloscia sotto cucchiaiate di condimento russo rosa fluorescente.
Dalla cantina fredda e umida con il pavimento di terra, ornata di ragnatele e con la sua miriade di odori, vasetti di salsa di mele in scatola fatta in casa... dallo stanzino della frutta.
Pere in scatola, ciliegie selvatiche, pesche che nuotano nello sciroppo... dallo stanzino della frutta.
Pancake di mirtilli. Waffles.
Sciroppo d'acero del Vermont in una caraffa di plastica appiccicosa.
Sugo per gli spaghetti fatto in casa, polpette. Il pasto preferito di pap che sobbolle sul fornello.
I meravigliosi cibi dell'infanzia, dell'adolescenza... dove sono finiti?
Come abbiamo fatto a mangiare cibi cos pesanti e malsani?
Con gioia, perlopi.
La mia nonna ungherese preparava dei gulasch densi, con panna acida e paprika. Faceva la pasta lei stessa spianando su un tagliere l'impasto duro e bianco come il gesso, con una spruzzatina di farina; impilava gli strati con grande precisione, per poterli tagliare con un lungo coltello affilato. Sul suo fornello c'era sempre del brodo di pollo o di manzo caldo.
Le specialit pi complicate della nonna erano i dolci ungheresi che richiedevano molta pazienza, abilit e determinazione e che mia madre di rado aveva cercato di preparare dopo la morte della nonna. Uno di questi consisteva in sottili crpe cotte in una grande padella di ferro, e ripiene di frutta (pere, ciliegie, pesche) e panna acida; un altro, ancora pi complicato, veniva spianato sul tagliere fino a rendere l'impasto quasi etereo, riempito sempre di frutta e panna acida, e poi arrotolato ben stretto, messo in forno, tagliato, e servito su piattini. (Anni dopo, avrei saputo che queste erano variazioni dei tradizionali alms palacsinta, egri felgmbpalacsinta e rtesek.)
Non ho mai imparato a cucinare piatti ungheresi. Non ho mai imparato una parola di ungherese se non per osmosi, parolacce dette dal nonno che non avrei mai osato ripetere.
I venerd di magro. Per me erano un mistero: perch mai, dopo la conversione della nostra famiglia al cattolicesimo, seguita alla morte del nonno, non si poteva pi mangiare carne il venerd?
C'erano i peccati veniali e i peccati mortali. Mangiare carne il venerd significava disobbedire sfacciatamente a un decreto della Chiesa (ora abrogato), quindi era un peccato mortale punibile con l'Inferno.
Non contestavo troppo questi decreti. Non ero una figlia che cercava lo scontro, ero ribelle di nascosto, nell'intimo; qualunque cosa volessero farmi credere, una vocina nella testa mi assicurava: Farai quello che vuoi fare tu. Nessuno pu costringerti a fare qualcosa che non vuoi fare.
Mangiare carne, non mangiare carne... un problema che non mi ponevo pi di tanto. Ma l'idea che stava alla base, il perch, non era facile da rimuovere.
Come mi sembrava strano e inquietante che mio padre, cos scettico di natura, sull'argomento fosse diventato misteriosamente taciturno, persino passivo; come se opporsi alle restrizioni del cattolicesimo significasse in qualche modo tradire il ricordo di John Bush, e turbare ancora di pi Lena Bush e (per qualche tempo, almeno) mia madre Carolina.
E cos il venerd aiutavo mia madre a preparare piatti di pesce: polpettine di salmone fritte in padella, crema di tonno con piselli su fette di pane tostato.
A parte il pane, gli altri ingredienti erano in scatola, naturalmente. In salamoia. Mi ci sarebbero voluti anni perch afferrassi il concetto che il salmone e il tonno sono in realt pesci (grandi, belli) che nuotano nell'oceano.
A Dio importa che cosa mangiamo? Perch? Ottenebrata dalla noia mi ponevo questa domanda nella chiesa di Pendleton, e nessun adulto aveva una risposta che non fosse:  un precetto della Chiesa.
Qualunque giovane controbatterebbe astutamente: Ma queste cose le inventa qualcuno, non la Chiesa!
Certo, in qualche modo  vero che c' una sacralit legata al cibo che mangiamo, quando ci viene preparato con cura e buone motivazioni. E dove c' sacralit, c' la possibilit del suo opposto: il proibito, il tab.
Secondo gli standard di un mondo al di l dei confini di Millersport questi erano pasti rozzi: polpettine di salmone, tonno in scatola sul pane tostato. Anche il pasticcio di maccheroni, i bastoncini di pesce. Comunque, a noi piacevano moltissimo.
Ancora oggi il ricordo di quei pasti, della mia famiglia seduta al piccolo tavolo in cucina al piano di sopra della vecchia fattoria, mi fa svenire per la fame.

Fatti, visioni, misteri: mio padre Frederic Oates, novembre 1988.
Novembre 1988. Nel mio studio della nostra casa di Princeton, nel New Jersey, mentre la luce del crepuscolo sopraggiunge rapidamente, ascolto mio padre che suona il pianoforte in un'altra stanza. Senza esitazioni affronta il presto agitato dell'Erlknig di Schubert, eseguendo l'incalzante sequenza di note velocemente ma con precisione. Il suono ha qualcosa di scintillante, e sto pensando che il mistero della musica sia un paradigma del mistero della personalit: quasi tutti conoscono membri della famiglia di cui non sanno molto, a volte loro malgrado, cos come ci sembra di conoscere brani musicali che ci sono familiari pur non avendo la minima idea della loro composizione strutturale o tematica. Dopo alcune note li riconosciamo, questo  tutto.
I neuroscienziati possono spiegare come tali riconoscimenti siano immediatamente possibili, o dovrebbero esserlo, per un cervello umano che funzioni normalmente, per noi che li sperimentiamo non abbiamo idea dei sorprendenti circuiti cerebrali che il cervello chiude per noi in una frazione di secondo, una specie di conoscenza appresa che sembra invece istintiva. La potente attrattiva della musica non si spiega facilmente,  da sempre misteriosa, come gli impulsi nascosti dell'anima; e cos anche il fascino di certe persone nella nostra vita. Raramente siamo coscienti delle forze gravitazionali che esercitiamo sugli altri (ammesso che le esercitiamo) ma siamo profondamente consapevoli delle forze gravitazionali che certe persone esercitano su di noi. Dire mio padre, mia madre significa dare nomi, ma non per questo affrontare uno dei misteri centrali della mia vita.
Come ha potuto la vita inizialmente difficile, famelica e a volte violenta dei miei genitori permettere loro di crescere, di svilupparsi, infine di prosperare e diventare le persone che sono diventate? Non c' un'inevitabile relazione fra storia personale e personalit? Il carattere non  in qualche modo profondamente radicato, iscritto nel fato assoluto? Nel destino? Ma che cosa intendiamo con carattere? Che ruolo svolgono l'ambiente, la famiglia?
Sono determinata a commemorare mio padre, mia madre. Ma... da dove comincio?
Nelle famiglie, spesso veniamo a conoscenza in ritardo dei fatti. Di rado ci raccontano gli eventi pi importanti nella vita dei nostri genitori quando maggiore  la nostra intimit con loro, cio quando siamo piccoli; le informazioni ci arrivano, sempre che ci arrivino, quando siamo cresciuti. E che cosa sono esattamente i fatti che immaginiamo abbiano il potere di spiegarci il mondo? Al contrario, sono i fatti che vanno spiegati.
Eccoli:
Il padre di mio padre, Joseph Carlton Oates, lasci la giovane moglie Blanche nel 1916, quando il loro unico figlio, Frederic James, aveva due o tre anni. Li abbandon, per essere pi precisi, a Lockport, New York. Di alimenti per il figlio o la moglie non si parlava neanche: erano i primi del 1900, e queste leggi non esistevano; anche se fossero esistite,  improbabile che Joseph Oates, a quanto si dice gran bevitore, sarebbe stato disposto o in grado di contribuire al mantenimento della famiglia. Mia nonna Blanche dovette trovarsi un lavoro qualunque (commessa? operaia? cameriera d'albergo?) in questa cittadina sull'Erie Barge Canal a nord di Buffalo; all'et di tredici anni Frederic cominci a lavorare a orario ridotto; a diciassette lasci la scuola per lavorare a tempo pieno. Una sera del 1944, ventotto anni dopo aver lasciato la famiglia, Joseph Carlton Oates ricomparve in una bettola di Swormville in cerca del figlio che viveva a poche miglia di distanza nella comunit di Millersport, non per chiedere perdono per essere stato un padre egoista, n per spiegare il motivo dell'abbandono: era venuto, annunci, per battersi con suo figlio.
A quanto pare aveva sentito dire che Frederic gli portava rancore da tempo e desiderava fare a pugni con lui, perci lo stava cercando per sfidarlo. (Dopo aver lasciato Lockport aveva vissuto nella zona di Buffalo, non molto lontano dall'ex moglie e dal figlio, ma in quegli anni venticinque miglia potevano sembrare come cento oggi.) Comunque, quando lo spavaldo e bellicoso Joseph Carlton si trov faccia a faccia con Frederic, il pi anziano sulla cinquantina avanzata e il pi giovane un trentenne sposato e con figli, si scopr che Frederic non serbava alcun rancore verso il padre, e non intendeva battersi con lui.
Questa storia sembra proprio una ballata o un canto popolare, nella malinconica semplicit della narrazione! Tuttavia, inaspettatamente, ha un lieto fine, un ribaltamento delle aspettative (edipiche)... il figlio non si batte con il padre, anche se l'interno di una rozza bettola di campagna potrebbe essere lo sfondo ideale per un incontro del genere.
Detto da mio padre Frederic, ora sulla settantina, mentre scuote la testa con un sorriso perplesso: Cristo! Non avrei mai potuto picchiare uno cos vecchio.
L'irlandese ti spezzer il cuore.
Quando andai in Irlanda (per partecipare a un festival letterario) e feci delle indagini, mi venne detto che Oates non era un nome molto comune ma che c'erano degli Oates da qualche parte nell'Irlanda occidentale.
La signora irlandese che me lo disse non sembrava molto sicura. Ricordo che corrug la fronte, pensierosa, come se avesse potuto esserci qualcosa di non molto positivo sul conto degli Oates, che lei non intendeva insinuare.
Molto probabilmente quegli Oates sospettati di abitare da qualche parte nell'Irlanda occidentale erano parenti di Joseph Carlton Oates, ormai parenti alla lontana, nella seconda met del Ventesimo secolo. Il padre di mio padre era nato in Irlanda, credo; o era stato portato da ragazzo negli Stati Uniti, alla fine degli anni Ottanta del 1800. Come e perch Joseph Carlton Oates si fosse ritrovato nella cittadina di Lockport, situata vicino a un canale navigabile, dove incontr e spos Blanche Morgenstern, e divent un giovane padre irrequieto con un debole per l'alcol e nemmeno un po' d'amore per la vita domestica... nessuno ha saputo dirmelo, quindi non lo so.
Nel mio romanzo La figlia dello straniero, scritto dopo la morte di nonna Blanche, ho cercato di evocare la sua vita misteriosa in quegli anni lontani. Ma Carlton Oates  presente soltanto per analogia: il grande bevitore violento e traditore, se commetti l'errore di amarlo ti spezzer il cuore; se commetti l'errore di sposarlo abbandoner te e il tuo bambino.
In famiglia si diceva (per mai quando nonna Blanche era a portata d'orecchio) che Joseph Carlton e Frederic si assomigliassero moltissimo. Identici capelli spessi e neri con il ciuffo e l'attaccatura alta, folte sopracciglia, lineamenti di straordinaria bellezza. La stessa aria da maschio focoso che si offende facilmente di un'era povera ma affascinante che la cultura popolare vedeva interpretata al meglio dalla boria minacciosa di Robert Mitchum (uno dei pochi attori di Hollywood che mio padre ammirava, forse perch era l'antitesi del protagonista hollywoodiano). Anche se assomiglio a mio padre, quindi al nonno irlandese morto tanto tempo fa, non ho mai visto nemmeno una fotografia di Joseph Carlton.
E cos il nonno perduto resta per me un enigma. Mai ho osato fare domande direttamente, perch nella nostra famiglia non si fa, ma poco alla volta mi sono formata un'immagine di lui grazie ai commenti sbrigativi di mio padre. Di quest'uomo (apparentemente) crudele, egoista, difficile ma bello, di cui nonna Blanche, che non parlava mai male di nessuno, diceva soltanto, in modo compassato, che non valeva niente.
Eppure Blanche Morgenstern doveva essersi innamorata di Joseph Oates, a diciotto o diciannove anni; se in seguito ha modificato la sua opinione sul suo conto, resta comunque il fatto che si erano sposati, e che mio padre era il loro unico figlio. E io discendo da lui, dall'ineffabile Oates, l'irlandese.
Perci Joseph Carlton Oates  diventato un membro fantasma della famiglia, come forse ce ne sono in molte famiglie, alla cui esistenza storica dobbiamo credere sulla parola.
Magari un paradigma dell'ineffabile Altro - il fascino stesso della narrativa che  sia la ricerca di questo oscuro oggetto del desiderio sia il timore che l'esistenza dell'oggetto sia soltanto immaginaria.
Questo non  un fatto, bens una teoria. Se nel 1916 Joseph Carlton Oates non avesse abbandonato la giovane moglie e il figlio ma fosse rimasto a vivere con loro, non  improbabile che visto il suo amore per l'alcol e la tendenza a risolvere ogni faccenda a pugni sarebbe stato violento anche con loro; avrebbe (probabilmente) picchiato mio padre, trasmettendogli cos (se crediamo alle teorie della tragica eziologia della violenza domestica) la sua predilezione per la violenza. Allora, quale sarebbe stato il comportamento di Frederic come marito, come padre? Durante la mia vita a Millersport avevo notato spesso la sua irascibilit, e la rabbia che covava, ma non lo avevo mai visto reagire violentemente, cio fisicamente, contro nessuno, n minacciare di farlo. Perci  possibile che abbandonare la famiglia alla povert, a Lockport, nel 1916, sia stato un gesto involontario di bont: forse il gesto pi magnanimo che avrebbe potuto fare Joseph Carlton Oates, il mio misterioso nonno.
Ma non lo dir a mio padre, credo. Nessuno dovrebbe intromettersi fra un uomo e il ricordo che ha del padre, per quanto amareggiato o sconcertato.
In un memoir della sua prima infanzia la poetessa Alicia Ostriker descrive il padre, un farmacista, come un uomo buono; un uomo buono nella tradizione ebraica di mariti, padri, membri della comunit. La bont, la gentilezza, come tradizione! Nell'America del mio passato familiare non esisteva alcuna tradizione di gentilezza maschile; davvero, la gentilezza come virt sarebbe sembrata innaturale, poco virile. (In realt, Fred Oates lo ignorava, ma i suoi nonni materni erano ebrei tedeschi emigrati negli Stati Uniti alla fine del 1800, che avevano cambiato il cognome ed erano riusciti talmente bene a trasformarsi in persone senza religione ed etnia che nessuno conosceva la loro origine. La veneranda tradizione della frontiera americana di sparire nel nulla.) Ma si potrebbe dire che, perlopi, nel corso della sua vita mio padre ha fatto parte di un'altra tradizione, nella quale la violenza (maschile) - la versione americana del fascino della violenza (maschile) - era un dogma.
Una tradizione che riguardava due tipi di uomini: quelli che erano disposti o ansiosi di fare a botte e quelli che non erano disposti o ansiosi di fare a botte e quindi erano poco virili.
La tradizione non ha intrinsecamente niente a che fare con le armi.  un valore della frontiera americana di altro tipo, riguarda l'amor proprio maschile e il senso di protezione della famiglia. Nonostante l'intelligenza, il talento (per l'arte, la musica) e il buon senso, mio padre non si discostava dall'etica del suo tempo, del luogo in cui viveva e della sua classe sociale.
Pur non essendoci mai stata una dichiarazione esplicita al riguardo, c'era un codice etico predominante:
Un uomo non picchia mai donne e bambini.
Un uomo deve mantenere la sua dignit a ogni costo.
Fatta eccezione per circostanze speciali, un uomo non si tira mai indietro davanti a uno scontro.
Quindi: Un uomo deve essere sempre pronto a battersi.
Per questi uomini, il pugilato era lo sport pi completo, perch sembrava qualcosa di pi profondo e pi primitivo di uno sport, l'analogo della loro vita, a differenza di altri sport basati su gioco di squadra e palloni.
Nessun uomo si sarebbe rifiutato di seguire la boxe americana. Nessun uomo avrebbe dovuto pensarci per ricordare chi fosse l'attuale campione del mondo dei massimi o dei medi.
Un ricordo della mia infanzia riguarda mia madre che supplica mio padre di non fare dietro front sulla Transit Road per tornare da un autostoppista che gli aveva fatto un gesto osceno (molto chiaro) quando era stato superato, con lei seduta accanto al posto di guida e io e mio fratello dietro. Mio padre era furioso, paonazzo; non soltanto per essere stato insultato, ma perch anche mia madre aveva visto il gesto, e forse pensava che lo avessimo visto anche noi bambini. (Io leggevo fumetti sul sedile posteriore e non mi ero accorta di niente.) Nonostante le suppliche di mia madre, pap torn indietro... con quali risultati, non si  mai saputo. (Perlomeno, mio fratello e io non l'abbiamo mai saputo.) Chiss se mio padre sfid l'autostoppista a battersi? Fecero a botte? Molto probabilmente l'autostoppista era rimasto sorpreso di vederlo tornare indietro e magari si era scusato evitando la zuffa.
(Essendo ora adulta, sono pi che d'accordo con mia madre. Cerco di immaginare come deve essersi sentita vedendo pap che tornava indietro per affrontare uno sconosciuto che poteva essere un malato di mente, o armato, o molto pi forte di lui, o pi disperato... Possibilit che mia madre deve aver contemplato con angoscia.)
Un uomo non si tira mai indietro davanti a uno scontro.
Non mi sorpresi quando venni a sapere che mio nonno Joseph Carlton era uno che usava i pugni, ma mi sorprese che avesse cercato di battersi con il proprio figlio. E mi confort sapere che mio padre, testa calda com'era a trent'anni, non se la fosse sentita di assecondarlo.
Abbiamo bevuto un paio di birre insieme. Tutto qui. Il mio vecchio  ritornato a Buffalo, e non l'ho pi rivisto.
Per tutta la sua giovinezza a Lockport mio padre, solo con la madre, cambi spesso casa, trasferendosi da un appartamento con l'affitto accessibile a un altro. Fece diversi lavori - organista al Palace Theater, pittore d'insegne, meccanico alla Harrison - e ben presto fu in grado di mantenersi da solo. Dopo alcuni anni la madre si rispos con un certo Bob Woodside, che a pap non piaceva, o non approvava, credo che la ragione non si sia mai saputa. (Nonna Blanche veniva a trovarci tutte le settimane prendendo l'autobus della Greyhound, per mai accompagnata dal marito. Lo ricordo come un uomo anziano, dai capelli grigi, non brutto, forse un operaio o un impiegato di qualche piccola azienda di Lockport, avido lettore di riviste popolari: True Detective, fantascienza, e fumava il sigaro.) Appena sposati, per un breve periodo i miei genitori vissero a Lockport - a Lowertown -, poi si trasferirono a Millersport, al piano superiore della fattoria dei Bush.
Attualmente, nel novembre del 1988, i miei genitori vivono nella stessa propriet in Transit Road, ma in una casa in stile ranch a un piano (costruita nel 1961) con le pareti esterne rivestite di alluminio bianco, accurate rifiniture marroni, e un enorme prato sul davanti; tocca a mio padre tagliare l'erba con una falciatrice autotrainata. Sopravvivono alcuni alberi di pere, ma la vecchia fattoria della mia infanzia  scomparsa da tempo.
Il vecchio fienile, gi in pessime condizioni quando ero bambina,  sparito. Come la fucina del nonno. Il mucchio di materiale di scarto che conteneva ferri di cavallo rotti, chiodi arrugginiti. Il silo in cui un bambino avrebbe potuto soffocare, il pollaio e tutta l'aia e la rete metallica che la recingeva.
La frotta spettrale di galline Rhode Island Red, svanita. Il mio amato Happy, un ricordo che sbiadisce.
Ma nelle vicinanze, in Tonawanda Creek Road in direzione di Pendleton, su un terreno ormai abbandonato, le rovine della vecchia casa dei Judd resistono beffarde.

La nonna paterna di Joyce, Blanche Morgenstern, Lockport, New York, 1917.
(Dove  finita Helen Judd? Che ne  dei ragazzi Judd? Nessuno a Millersport sosterr di saperlo.)
La generazione precedente a quella dei miei genitori  scomparsa da tempo. Molti erano americani di prima generazione; o immigrati da Ungheria, Irlanda, Germania.
Nonna Blanche mor dopo una lunga malattia, un cancro, nel 1970. I familiari erano cos riluttanti a parlare della sua malattia, e lei stessa cos restia, che seppi che era gravemente malata soltanto quando il cancro era a uno stadio avanzato. In seguito avrei appreso che era stata la nonna a non volere che sapessi della gravit, non voleva turbarmi.
In ospedale mi rassicur con il suo calmo sorriso: Non sono preoccupata.
Dolcemente mi strinse la mano, per confortarmi. Io ero stordita, affranta. Non riuscivo nemmeno a piangere, non ancora.
Non sono preoccupata. Queste parole si sono impresse cos profondamente nella mia anima che penso abbiano agito come una specie di anestesia; dovrei reagire con forza, invece c' un blocco, un'interruzione che suona come un benevolo rimprovero: non sono preoccupata.
(E cos, all'esasperante imposizione sociale di chiedere Come stai? Come ti senti? non ho altra risposta che un Bene! E tu? di raggelante allegria.)
Naturalmente, la nonna veniva sedata. Questo lo so. Non era lei a parlare, ma il farmaco, per rassicurare tutti che avrebbe detto la verit nelle ultime ore di coscienza; o forse no? Non sono preoccupata.
Su un davanzale del mio studio, di fronte alla scrivania, c' una vecchia e preziosa fotografia di Blanche Morgenstern a vent'anni: una ragazza dalla bellezza delicata con un elegante cappotto invernale con il colletto e i polsini di pelliccia, che tiene una borsettina in mano; porta un bel cappello scuro a tesa larga; le calze sembrano nere, o grigio scuro, gambe e caviglie sono sottili. Accanto a lei c' il muro grezzo di una casa in pietra, con una bicicletta appoggiata. Ci sono tre grossi rami spogli e scheletrici, il paesaggio  invernale. Essendo in bianco e nero, l'immagine sembra appartenere a un'epoca lontana - di sicuro a prima della mia nascita -, addirittura a prima della nascita dei miei genitori. Spesso fisso la fotografia per lunghi minuti e mi chiedo: chi l'ha fatta? Con che tipo di macchina fotografica, in un tempo cos lontano? Che cosa sta pensando la bella ragazza della foto? Ma sta pensando? Ha un'espressione seria ma accenna un sorriso; un sorriso quasi da Monna Lisa; la sua bellezza ha qualcosa di antico. Questa giovane donna, la mia futura nonna! Come sarebbe stata sorpresa, non ci avrebbe creduto.
Chiunque veda questa fotografia, tutti quelli a cui l'ho mostrata, notano la mia forte somiglianza con Blanche Morgenstern, nonostante la differenza di et: la nipote  ora molto pi vecchia della nonna in quella foto.
I miei amici di Princeton dicono anche: Ovviamente tua nonna era ebrea.
Se soltanto la nonna avesse riconosciuto la sua origine, e ci avesse permesso di parlare apertamente di questi segreti di famiglia, forse si sarebbe sentita meno sola. (Era sola, la nonna?  possibile che sia io a immaginare un isolamento che in realt lei non viveva; e probabilmente, in ogni ora della sua vita, provava un senso di profondo sollievo per non essere stata uccisa dal padre, e poter accettare il dono della vita senza guardarsi indietro.)
Quando mor, per suo figlio Fred fu un dolore immenso. Eravamo tutti preparati alla sua dipartita eppure... non lo si  mai abbastanza. Mia madre mi disse: Pap tiene per s quello che prova. Non ne parler con me. Sai com' fatto.
In certe famiglie  cos, le emozioni si tengono dentro, strette, strette, strette, come dentro un pugno. C' il timore che esprimendo le tue emozioni poi non ti sar pi possibile trattenerle, mai pi.
Soprattutto per uomini come Fred Oates. Pi l'uomo  virile, pi rigido  il suo controllo sulle emozioni.
Mentre le note crescenti di Erlknig si susseguono sempre pi intense.
Dal mio diario, 20/5/86:
La settimana scorsa, sono venuti a trovarmi i miei genitori... Sono arrivati mercoled, se ne sono andati sabato pomeriggio. Di colpo la casa  troppo grande, vuota, silenziosa, inutilizzata... Mia madre ha portato un vestito che ha confezionato per me, una fantasia blu, maniche lunghe, gonna larga. Castigato...
(Un altro segreto di famiglia rivelato con disarmante noncuranza.  forse per via dell'et che i miei genitori non vogliono pi mantenere segreti? Non che a settanta o settantun anni siano vecchi. Pap mi ha raccontato che suo nonno Morgenstern aveva cercato di uccidere la nonna in uno scatto d'ira, poi si era suicidato... la canna del fucile sotto il mento, preme il grilletto, Blanche (la figlia)  l vicino. All'epoca mio padre aveva circa quindici anni. Vivevano tutti insieme, una storia sordida. Ma anche trucemente comica: ho chiesto che lavoro facesse il nonno e mi  stato detto che faceva il becchino.)
(Segreti di famiglia! Quanti! O forse no... non cos tanti, suppongo, comunque inquietanti. E penso alla dolce nonna Blanche che fu quasi testimone del violento suicidio del padre... Tornata a casa, aveva trovato la porta chiusa a chiave. Il padre stava picchiando la madre nella camera da letto al piano di sopra. Sentendo la figlia era sceso con il fucile e chiss perch (frustrazione, ubriachezza, follia) si era ucciso proprio dietro la porta chiusa. Sbalordita, ho ripetuto molte volte a mio padre: Ma non mi avevi mai detto niente! E lui, con estrema tranquillit: Ah no? Ero sicuro di avertelo detto. Bravo a controbattere, pap. Finalmente il segreto veniva rivelato, dopo decenni, ma accompagnato dalla rivendicazione che essendo gi stato rivelato tanto tempo prima non poteva pi essere considerato tale.)
Ci che mi sorprende, riguardo all'infelice ricordo di un tentato omicidio e di un suicidio avvenuti molto tempo fa,  che nonna Blanche aveva gi sposato Joseph Oates, all'epoca, e aveva divorziato da lui; se mio padre aveva quindici anni, ed era nato nel 1914, il suicidio del nonno-becchino dovrebbe risalire a un giorno del 1929. (Ri-immaginando l'episodio in La figlia dello straniero, la figlia del becchino suicida diventa una bambina, e prima di puntare l'arma contro se stesso il padre medita di uccidere lei e la moglie. Quello che nella vita reale non  accaduto,  rimasto latente, si  realizzato nell'opera di fantasia, e cos si  compiuta la disperata vendetta di nonno Morgenstern.)
Solo tardivamente mio fratello io venimmo a sapere che il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei miei genitori cadeva nel 1987, e non ce lo avevano detto!
E non lo avevano festeggiato.
Protestammo: come avete potuto fare una cosa simile? Non festeggiare il vostro cinquantesimo anniversario? Non dirlo a nessuno?
Mia madre si limit a sorridere e indic con un gesto mio padre. Aveva deciso lui, naturalmente, per temperamento incline a non attribuire molta importanza a quelle cose.
(Il sorriso di mia madre era forse un po' triste? Le sarebbe piaciuto che mio padre avesse pi spesso attribuito qualche importanza a quelle cose durante il loro lungo matrimonio?)
Da bambini mio fratello Robin e io eravamo sbalorditi dall'indifferenza che nostro padre mostrava verso i regali. Ci che per noi era cos importante, per lui non significava un bel niente; i regali di Natale e di compleanno per nostro padre dovevano essere aperti da altri (cio, da noi) perch il rituale non gli interessava.
Guarda, pap! Questo  per te. Mio fratello e io lo supplicavamo e lui, che stesse leggendo un giornale o fosse occupato in un lavoretto domestico, ci lanciava un'occhiata distratta.
Ci sembrava cos strano che a nostro padre non interessassero i doni.
Per i bambini e gli adolescenti niente  eccitante come un regalo ben impacchettato. Con molti giorni di anticipo mio fratello e io facevamo ipotesi sul contenuto dei pacchetti sotto il nostro albero di Natale, sebbene l'esperienza ci avesse insegnato a tenere a freno la fantasia. Ma c'era nostro padre, indifferente sia all'eccitazione dell'apertura dei pacchetti sia ai regali stessi (invariabilmente camicie, cravatte, calzini).
Di tutti gli scrittori Henry David Thoreau  quello pi in sintonia con il carattere di mio padre: Guardati da tutte le iniziative che richiedono abiti nuovi.
E: semplificare, semplificare, semplificare.
Ho ereditato da pap la mia ambivalenza a proposito dei regali. Capisco che scambiarsi doni  un rito sociale antico e venerabile e che, nelle relazioni umane , o dovrebbe essere, una genuina espressione di amore, affetto, ammirazione, rispetto; eppure nella mia vita ho di rado provato pi ansia di quella che provo alla prospettiva di ricevere un regalo - o, di poco minore, alla prospettiva di farne. Quanto si deve essere grati per un regalo che (probabilmente) non  n necessario n desiderato; come si pu ricambiare un regalo senza commettere un errore sociale o personale? Il mio regalo sar del tutto inappropriato, troppo costoso/non abbastanza costoso? Che nella nostra societ fare un dono sia davvero un punto cruciale, l'elemento propulsore dell'economia capitalista,  per me, e per mio padre, increscioso; il mostruoso meccanismo del Natale che ogni anno ritorna, facendo passare in secondo piano ogni altra cosa, scatena invariabilmente un periodo di apprensioni e delusioni per molti, una vera sciagura. I regali pi belli sono quelli che vengono fatti spontaneamente, senza riti o abitudini stabiliti dal calendario, e sono apprezzatissimi; gli altri, adeguatamente confezionati in carte costose, dati in un periodo che vede una serie ininterrotta di pacchetti in confezioni costose, sono probabilmente discutibili.
I regali che faccio ora ai miei genitori sono per pap pi significativi di quelli che facevamo pro-forma tanto tempo fa: sono libri, dischi, abbonamenti a riviste (Atlantic, Harper's, Hudson Review, Kenyon Review, Paris Review, nelle quali pu occasionalmente comparire un mio lavoro); naturalmente ho dato ai miei genitori copie di ognuno dei miei libri, spesso dedicati a loro. (Scherzando pap ha detto che ha dovuto costruire una libreria speciale nel soggiorno per contenerli tutti.) Al momento hanno un abbonamento alla Ontario Review.
 naturale che i bambini mitizzino i genitori. Anche gli adulti mitizzano i genitori, perch cos mitizzano se stessi. Per alcuni di noi sono di, per altri demoni. Dopotutto, i nostri genitori sono giganti nel paesaggio in cui siamo nati; distesi nella nostra culla, alziamo gli occhi su di loro, o ci muoviamo barcollando intorno ai loro piedi.
Il pi grande dei misteri infantili deve essere stata l'improvvisa comparsa di questi esseri giganti: Madre, Padre.
Ugualmente grande, anche se permeato di paura, il mistero della loro scomparsa.
Comunque io penso che, pur non essendo di, i miei genitori siano persone straordinarie dal punto di vista morale; forse non per le conquiste fatte ma per come sono dentro; nell'anima, si potrebbe dire. Riflettendo sui miei genitori, un enigma della mia et adulta  stato questo: considerato l'ambiente difficile da cui entrambi provengono, i loro primi anni di povert e violenza, come sono potute diventare le persone che sono oggi? Molti dei miei amici scrittori parlano con ironia dei genitori, o sono critici, o arrabbiati, nei loro confronti; la loro vita da adulti viene presentata come un trionfo sui limiti dei genitori, e raramente come il frutto dei genitori. Al contrario, io provo una grande tenerezza per i miei genitori, il cui amore e sostegno hanno tanto permeato la mia vita, e che sono diventati, per me adulta, miei amici.
Lo scrittore  portato a commemorare ci che  avvenuto, o sta avvenendo, e persino ci che ancora deve avvenire; alcuni di noi sono affascinati dalle tracce delle generazioni che ci hanno preceduti, che ci sembrano pi forti della nostra, e pi forti delle generazioni che seguiranno, perch hanno sofferto di pi, sono state pi ferite, costrette a diventare adulte molto presto e a conoscere le privazioni senza rivendicare, come hanno fatto generazioni successive di americani, diritti e privilegi.
La memoria  una funzione trascendentale. I suoi oggetti possono essere corpi fisici, volti, espressioni facciali, ma ripresi con una luminosit simile alla luce nei quadri del Caravaggio; una radiosit interiore che pietrifica l'immaginazione, segnalando che il Tempo si  fermato e l'Eternit vince. Non riusciamo a percepire di prima mano anima o spirito,  un fenomeno che richiamiamo attraverso un esercizio di memoria.
E in certi momenti della nostra vita l'esercizio mnemonico  quasi troppo potente da sopportare.
Il perfetto uomo d'azione  il suicida. Queste parole di William Carlos Williams mi hanno affascinato per molto tempo, perch sono cresciuta in un mondo in cui gli uomini erano probabilmente pi portati all'azione che alla riflessione.
Crescendo negli anni Cinquanta, ho guardato in televisione diversi incontri di pugilato con mio padre, mai meno di una volta alla settimana (il venerd), o anche due (venerd e mercoled). Gli incontri sponsorizzati da Gillette erano gli unici programmi televisivi che pap volesse guardare, notiziari inclusi; preferiva sentire le notizie alla radio, o leggere il Buffalo Evening News.
Perch, non ne ho idea. Che non gli piacesse alcun genere di fiction televisiva o cinematografica, e mantenesse invece il suo rispetto per la letteratura sembra paradossale;  possibile che avesse ereditato l'amore per i libri dalla madre, anche se quando lavorava quaranta ore alla settimana in fabbrica, pi gli impieghi part-time, gli restava a malapena il tempo di leggere il giornale.
Se non fosse stato per lui, avrei guardato incontri di boxe in televisione, essendo una ragazza? Probabilmente no. Secondo una mia teoria le donne che seguono emotivamente gli sport sono state indottrinate in questo senso dal padre, o da altri uomini importanti della loro vita. Una volta avuto accesso alla particolare cultura di uno sport se ne acquisisce la visione, la sensibilit e il vocabolario richiesti per capirlo; un cameratismo con altre persone che sono state indottrinate allo stesso modo. Si ha poca pazienza con chi ne  al di fuori, che forse prova ripugnanza per ci che invece attira te; si ha poco interesse a convertirli, e assolutamente nessun interesse per l'opinione che hanno di te.
Per gli uomini della generazione di mio padre, e della sua epoca in generale, il ring aveva un significato che oggi si  perduto. Il pugilato era lo sport supremo, perch, nella sua brutalit e (relativa) immediatezza, rappresentava ci che altri sport aspiravano a essere. Si svolgeva in un contesto nel quale gli uomini si battevano faccia a faccia in un confronto diretto (non una squadra contro l'altra), sotto un'illuminazione abbagliante e spietata che esponeva al pubblico tutto di loro; era il paradigma stesso della giustizia, o ingiustizia, della vita: il ring rialzato, non il campo da baseball o da football o altri tipi di campi banali o spazi di gioco. Puoi correre ma non puoi nasconderti, per parafrasare il famoso commento di Joe Louis a proposito del suo arrogante sfidante, il peso mediomassimo Billy Conn, nel 1946.
In verit mio padre era fortemente attratto dal pugilato: da ragazzo si era allenato con un amico, un peso medio semiprofessionista di Buffalo, e a tutt'oggi si meraviglia di come fossero veloci le mani dell'amico, di come fosse rapido il suo movimento di piedi; di come si era stupito di essere stato superato, cos in fretta. Nella boxe, o hai talento o non ce l'hai. Ti puoi allenare, nient'altro. Ma per allenarti bene devi avere il talento.
Una delle tragedie della vita di mio padre fu che l'amico pugile, un tempo quasi un fratello per lui, venne costretto dal suo manager a battersi con un pugile pi esperto, che lo mise KO ferendolo gravemente; si ritir dalla boxe verso la trentina, e pochi anni dopo, avendo fallito in altri campi, si tolse la vita sparandosi con un fucile.
La boxe, il pi crudele degli sport. Il pubblico vede soltanto i grandi campioni all'apice della carriera ma la realt del pugilato, la sua cultura,  permeata di fallimenti: danni fisici, demenza, morte prematura. Il pugile di successo  una specie di eroe, o tale sembrava all'epoca di mio padre; il pugile  uno che offre a uomini come lui o diversi da lui un legame emotivo con un (mitico) passato (maschile) in cui violenza e grazia, disperazione e coraggio, talento grezzo e astuzia sono intrecciati e celebrati pubblicamente. Il fascino oscuro della boxe  sempre stato tanto il fallimento, e la forza morale per sopportarlo, quanto il successo; la boxe ha sempre attinto i suoi protagonisti dai bassifondi, quasi mai dal ceto medio, troppo preoccupato per la propria sicurezza. Perch il ring  insieme un luogo di svelamento e celebrazione, dove fallimenti e ambiguit vengono esaltati al massimo.
Per anni, a cominciare da quando ne avevo undici, mio padre mi ha portato agli incontri del Golden Gloves a Buffalo. Essendo la figlia di Fred Oates, nessuno contestava la mia presenza in un luogo ipermaschile; nessuno avrebbe messo in discussione la scelta di farmi sedere in mezzo a un pubblico costituito soltanto da uomini e ragazzi. Da come ricordo io quelle occasioni, ero pi o meno invisibile: una ragazzina esile, discreta e silenziosa, nella cui memoria l'arena di Buffalo  un ampio spazio dal soffitto alto dove rimbalzano grida, urla, schiamazzi, fischi e campanelli suonati con un colpo secco, come lame di coltello. E il fumo azzurrognolo di sigarette e sigari che si diffondeva ovunque.
Grida e urla di trionfo quando un pugile viene dichiarato vincitore dell'incontro, e il suo guantone grande come un palloncino  sollevato dall'arbitro. Schiamazzi e fischi di derisione quando un giovane pugile viene messo KO o si lancia in un corpo a corpo con l'avversario pi aggressivo, oppure si trascina carponi come farebbe chiunque colto da un panico istintivo.
Lo spettacolo di simili manifestazioni di aggressione suggerisce la violazione di un tab, il che spiega il frisson del pugilato, non evidente se lo si segue in televisione come dal vivo, quando manca la telecronaca che spiega e attenua; non c' lo schermo televisivo a incorniciarla come un'opera d'arte, o un allestimento teatrale. Nell'arena, un incontro di boxe  uno spettacolo crudo e spietato, dal quale non puoi distogliere gli occhi, poich, che guardi o meno, lo spettacolo avviene proprio davanti a te.
Mio padre era abbonato a The Ring - La bibbia del pugilato -, una rivista che si occupa a trecentosessanta gradi dell'argomento. (Perch la boxe, in modo molto pi ossessivo di quanto avviene nella maggioranza degli sport, non ha a che fare soltanto con se stessa ma con la sua storia.) In quegli anni - pi o meno dai Quaranta fino all'inizio dei Sessanta - i nomi dei pugili erano nomi familiari; ognuno evocava una personalit distinta e pittoresca: Rocky Marciano, Jersey Joe Walcott, Sugar Ray Robinson, Archie Moore, Carmen Basilio, Kid Gavilan, Rocky Graziano, Jake LaMotta, Bobo Olson, Tony DeMarco, Rocky Castellani, Roland La Starza. Provate a nominare Joey Maxim e subito mio padre reagir con disprezzo; basta il nome a ricordargli discutibili decisioni di arbitri e giudici, voci di incontri truccati, incontri di campionato controllati dalla mala che nei primi anni Cinquanta erano diventati la norma (rappresentati nel grande film sulla boxe di Martin Scorsese Toro scatenato).
Una volta, nell'autunno del 1952, un venerd sera rinunciai a una festa da ballo della scuola per guardare con mio padre Rocky Marciano vincere il campionato mondiale dei massimi contro Jersey Joe Walcott in un incontro teletrasmesso da Filadelfia. Nessun ballo poteva essere altrettanto elettrizzante - nessuna opportunit di stare con i miei compagni di scuola poteva essere intensa come una serata con mio padre. Ricordo il rispetto che provava per Walcott, e come fosse rimasto colpito da Marciano, l'esempio del trionfo di una pura volont bruta su superiorit tecnica, intelligenza ed esperienza.
Non avrei potuto parlare di niente di tutto questo con i compagni di scuola. Non avrei potuto spiegarlo a nessuno. N mio padre parlava in modo teorico. Ci rendevamo conto che quegli incontri del venerd sera illuminavano gli aspetti oscuri, rimossi e sistematicamente negati della nostra vita e per estensione della vita di una comunit americana di quel tempo, ma nessuno di noi due avrebbe saputo esprimerlo a parole.
Chi avrebbe potuto predire, quando Rocky Marciano vinse il titolo dei massimi nel 1952, che sarebbe stato l'ultimo pugile bianco (americano) a vincere il titolo; che, dopo il suo ritiro nel 1956, Marciano sarebbe stato il pi ricordato come campione libero e imbattuto nella storia dei massimi, e non perch fosse un grande campione. Quando Marciano mor, nel 1969, precipitando con un piccolo aereo privato, la sua epoca era finita da tempo; il mondo del pugilato (prevalentemente dei bianchi) che aveva tanto affascinato mio padre e i suoi amici si era trasformato in qualcosa di nuovo e ricco e strano, che di certo intimoriva: l'era di Muhammad Ali.
Dopo aver smesso di lavorare alla Harrison mio padre si  iscritto ai corsi serali di cultura alla University of Buffalo. Ha cominciato con le lezioni di pianoforte. La sera legge, o si esercita al piano. Una nuova vita che lo ha ringiovanito, dice, non ha pi tempo per la boxe in TV.
Da una lettera di mio padre datata 8 settembre 1988.
La cartolina in cui scrivi di voler conoscere la mia storia mi  arrivata il giorno dopo la mia telefonata. Non so bene come darti queste informazioni perch non ho la preparazione scolastica che avete tu e Fred, posso soltanto improvvisare.
Nato a Lockport il 30/3/14. Genitori separati quando avevo 2 o 3 anni. Cominciato lezioni di violino in prima media (istruzione scolastica) poi lezioni private con i soldi guadagnati facendo lo strillone. Mia madre mi compr il violino perch altrimenti avrei dovuto smettere, dato che quello che usavo apparteneva alla scuola. Il primo anno delle superiori suonavo nell'orchestra sinfonica della scuola. Il mio insegnante di disegno tecnico mi procur un lavoro dopo la scuola ai teatri Schine di Lockport, nel reparto lavorazione delle insegne. Durante le vacanze estive ho lavorato a tempo pieno e ho lasciato la scuola al secondo anno. Lavorato per il teatro fino all'et di quasi diciassette anni quando il reparto ha chiuso e sono passato alla produzione pubblicitaria.
A 18 anni trovato lavoro in un negozio di insegne commerciali e comprato un'auto. Dopo quasi quattro anni di questo lavoro assunto alla Harrison Radiator nel reparto prese meccaniche e, convinto di avere un posto fisso, ho imparato a pilotare un aereo, mi sono sposato e poi mi sono ritrovato in cassa integrazione per lunghi periodi, cos sono dovuto tornare al negozio di insegne fino all'inizio della guerra quando hanno potuto trasferirmi nell'attrezzeria e ho imparato la tecnica di fabbricazione degli utensili, in seguito, dopo aver frequentato la scuola serale per imparare trigonometria e materie connesse, ho potuto iniziare la progettazione di stampi e utensili. A circa 50 anni ho preso lezioni di piano per quasi quattro anni fino a quando sono stato operato per un'ernia al disco e rimasto fuori servizio per quasi sei mesi, poi ho lavorato pi o meno per altri 10 anni e sono andato in pensione. Ho seguito un corso di vetrate colorate, un corso di pittura, quattro anni fa cominciato lezioni di letteratura inglese e americana nonch di musica alla SUNY (State University of New York, a Buffalo) che spero di continuare ancora per qualche anno.
Con affetto
pap
Poche settimane dopo la mia nascita, nel giugno del 1938, un giorno mio padre, ventiquattrenne, si present al lavoro come sempre e gli fu detto che il lavoro non c'era pi, che l'intero reparto era chiuso a tempo indeterminato. Questo fu prima che la fabbrica si sindacalizzasse e mio padre si iscrivesse alla UAW (United Auto Workers), all'inizio degli anni Quaranta.
E cos, gli chiediamo: Che cosa hai fatto? Come ti sentivi?
E pap ci guarda con un'espressione di lieve incredulit mescolata a compassione per la nostra stupidit, come a dire:  una domanda seria? Come pensate che possa sentirsi un giovane marito e padre, a dover tornare a casa dalla moglie e dirle che  stato licenziato a tempo indeterminato? Invece si limita a rispondere: S.  stata dura.
Trovo affascinante che mia nonna, una giovane madre sola e davvero molto povera, fosse riuscita non si sa come a comprare un violino al figlio; il bel violino che mio padre ha tuttora, anche se non lo suona da tantissimi anni.
Con un pianoforte  molto pi facile, dice. Non devi creare le note, le note sono nella tastiera, basta suonarle.
Ricordo da sempre la presenza, in un angolo del nostro soggiorno nella fattoria di Millersport, di un pianoforte che pap suonava, o almeno accennava a suonare, praticamente tutte le sere. Suonare il pianoforte  un modo per rilassarsi dopo una lunga giornata di lavoro, suppongo. Un modo di rifugiarsi nel silenzio quando non si ha voglia di parlare.
Iniziai le mie lezioni di piano, pagate dalla nonna, a dieci anni, e smisi a sedici. Come mio padre, ma con pi zelo e disciplina di lui, dato che ero una studentessa, era raro che sedessi davanti alla tastiera meno di una volta al giorno, pi spesso due o tre volte, per eseguire le scale, per studiare le lezioni. Che ricordi intensi e viscerali contengono le punte delle mie dita, attivati dalle note, dal suono, dal ritmo; avvicinarmi a qualsiasi pianoforte, ed eseguire l'accordo pi innocuo, crea sempre in me un momento di tensione.
Perch uno strumento musicale - pianoforte, violino - occupa uno spazio complesso:  un normale oggetto tridimensionale e al tempo stesso un oggetto straordinario, una porta su un altro mondo; esiste come entit fisica unicamente per fare in modo che la fisicit venga superata. E cos il vecchio pianoforte verticale di mio padre nel soggiorno da tempo scomparso di Millersport occupa il proprio spazio luminoso nella mia memoria, nonch in questo memoir.
Fred Oates lo ha suonato per quasi tutta la vita. Gli piaceva moltissimo suonare. Musica classica, la pi popolare - Erlknig, Per Elisa, Tramerei, la Quinta sinfonia di Beethoven (nella trascrizione per pianoforte), la sonata Chiaro di luna - e musica popolare americana - Deep Purple, St James Infirmary, As Time Goes By, Night and Day, Hong Kong Blues, Frankie and Johnnie, Blue Moon, Melancholy Baby, September Song, Brother, Can You Spare a Dime?; suona Scott Joplin, jazz, swing. Sa leggere la musica a prima vista, fino a un certo grado di difficolt, e suonare a orecchio e improvvisare, ed  molto bravo. Ho chiaramente ereditato da mio padre un temperamento che si potrebbe dire musicale, anche se questo non significa che ne abbia ereditato il talento.
Ascolta musica mentre scrive?  la curiosa domanda che spesso gli scrittori si sentono rivolgere.
Pi conosci la musica, pi ne sei distratto mentre cerchi di lavorare. Perch la musica  un'arte raffinata, non rumore bianco.
Dev'essere un'abitudine piuttosto moderna, quella di trasmettere ovunque nei luoghi pubblici musica di sottofondo. Quando  cominciata quest'abitudine, e quando finir? Potr finire? C' qualcosa di offensivo nel dover ascoltare musica, in particolare musica seria, come se fosse un rumore di fondo, o una colonna sonora; perch la musica esiste in s e per s, da sola, non come accompagnamento di qualcos'altro.
La musica  il conforto supremo, perch  davvero molto di pi.  il contrappunto spirituale alla cacofonia del mondo, essenziale come il battito cardiaco.
Quando sono sola in un luogo tranquillo mi basta chiudere gli occhi per sentire pap che suona nel nostro soggiorno di Millersport. Nel ricordo sono seduta accanto a lui sulla panca del vecchio pianoforte mentre lui canta una delle sue canzoni preferite: Melancholy Baby, Blue Moon, Brother, Can You Spare a Dime.
Adesso siamo nel novembre del 1988. E io lo sto ascoltando che suona in una stanza lontana:  l'elegante Gnossiennes di Erik Satie.
(Non  una composizione per pianoforte dei vecchi tempi di Millersport, ma un pezzo che suono io stessa, a volte - pap ha trovato lo spartito.)
Quando penso ai miei genitori, penso all'osservazione di Colette: La felicit  una specie di genio. Com' vero! Tuttavia restiamo senza parole, ci sentiamo inadeguati; non abbiamo niente da dire, perch non siamo in grado di capire che cosa sia il genio.
Nel caso di Fred e Carolina Oates, nessuno potrebbe sostenere che siano persone di genio, per hanno sicuramente una specie di saggezza, acquisita e istintiva. Le qualit della personalit che incarnano, la loro magnanimit di spirito, il modo in cui valorizzano la vita delle persone che li circondano... che strana combinazione, viste le loro origini e il mondo duro e privo di sentimentalismi in cui sono nati.
Ho preso come una sfida l'evocazione di quel mondo nella sua miriade di complessit. E... come scrivere un memoir di Fred Oates? Come cominciare, perfino?

Lettera a mia madre Carolina Oates nel giorno del suo settantottesimo compleanno, 8 novembre 1994.
Cara mamma,
Ho sempre desiderato dirtelo.
A lungo ho ripassato mentalmente come dirtelo.
Tante volte ho pensato di dirtelo.
Il mondo si divide, a quanto pare, in due: quelli che senza esitazione dicono Ti voglio bene, e magari non sono sinceri; e quelli che per troppa timidezza, o inibizioni da consuetudini familiari, o da temperamento, non riescono a dire Ti voglio bene, bench sinceri.
Com' stato difficile dire queste semplici parole. Con il cuore in gola: Ti voglio bene.
Portiamo dentro di noi i nostri genitori giovani, molto pi vivi di qualsiasi ricordo di noi stessi neonati, bambini. Nessuna meraviglia eguaglier mai del tutto la prima, che ci ha ammutoliti: quando fissavamo i misteriosi individui chini su di noi ed eravamo incapaci di chiedere loro: Chi sei? Perch ti importa di me? Che cosa significa, che t'importa di me? Che cosa significa, che siamo qui insieme? Ma intanto nutrimi. Intanto amami per sempre.
Eravamo poveri, credo, eppure non sembrava. In qualche modo ce la cavavamo bene.
Dai miei genitori la passione di essere indaffarata, sempre intenta a lavorare.
Quando non stiamo lavorando, quando non abbiamo niente da fare a parte occuparci di noi stessi, siamo irrequieti e mai davvero contenti.
Quanti libri dedicati Ai miei genitori Carolina e Fred Oates con affetto.
In ricordo di quel paesaggio, che ormai sta scomparendo del tutto, che continua a dissetarmi come una sorgente sommersa.
Giunchiglie, narcisi, tulipani che crescono dai bulbi che avevi piantato nelle aiuole intorno alla casa. Peonie scarlatte, peonie rosa pallido, narcisi Bridal Crown, zinnie. Cespugli di lill, azalee.
Cresciuti spontaneamente lungo il recinto del vecchio fienile i convolvoli, i piselli odorosi, e la malvarosa.
Selvatici e resilienti come i giunchi pi alti, i girasoli dietro il pollaio.
Il tuo fiore preferito, le rose. La tua rosa preferita, la Doppia delizia.
Il tuo ortaggio preferito, il pomodoro. I tuoi pomodori preferiti, i First Lady.
Un inventario della nostra vita.
Il mondo perduto del bucato (in campagna): corde del bucato, mollette da bucato, lenzuola, asciugamani, vestiti e biancheria intima, calzini agitati dal vento, un vento continuo, sembrava, insistente secondo gli standard attuali, primitivo; eppure c'era del piacere in tutto ci, nell'iterazione, nella familiarit. Ogni capo di vestiario sollevato con la mano, scosso, lisciato e appeso alla corda con le mollette di legno. Dalla mia cameretta di bambina al primo piano, sul retro della casa, quando il bucato era steso sulla corda potevo guardare fuori e vedere un riflesso della nostra casa, della nostra famiglia, come figure spettrali intraviste nell'acqua.
Portami, portami con te! Non lasciare che vada via.
Non sono una persona paziente, ma se ho imparato qualcosa sulla virt della pazienza  grazie a te. I riti consolatori e confortanti della gestione della casa. Il pensiero stesso di governare la casa: l'idea che ci sia un luogo, una casa, che deve essere governata concretamente, e continuamente. Non pu essere trascurata, o disdegnata.
Che cos' poi la gestione della casa se non una serie di semplici mansioni circoscritte eseguite con attenzione, cura, amore? Spingere il battitappeto, passare l'aspirapolvere, un compito elettrizzante che prevede una corrente molto alta. Sgombrare il tavolo della cucina, aiutarti con i piatti - solo noi due in cucina dopo cena.
Hai cercato di insegnarmi senza grande successo a lavorare a maglia e a cucire. Per tali compiti (femminili) non ho dato prova di molto talento ma solo, all'inizio, di energia e speranza. Hai avuto pi fortuna insegnandomi a cucinare, a preparare i pasti, diciamo. Ecco come si imburra una teglia. Ecco come si glassa una torta usando il coltello. Ecco come si fa un ripieno con la mollica di pane. Ecco come si sbuccia un'arancia senza fare pasticci e ritrovarsi con la scorza sotto le unghie. Ecco come si rimescola il sugo per gli spaghetti, con un cucchiaio di legno.
Oh, quante belle cose! Oggi qui a Princeton le stender su un letto, le toglier dagli armadi per fare un inventario.
grande plaid di lana lavorato ai ferri arancione, marrone e bianco
grande plaid lavorato ai ferri di lana bianca con disegni floreali in rilievo
trapunta pi piccola lavorata ai ferri formata da tanti quadrati di lana dai colori vivaci, soprattutto rosso, giallo, verde
giaccone di maglia color pesca chiaro, con cintura
giaccone di maglia rosso, con cintura
giacca turchese e gonna in tinta (tessuto leggero)
giacca grigio tortora e gonna in tinta (lana)
giacca rosso scuro e gonna in tinta (lana)
giacca di maglia rosa chiaro con cintura in tinta
giacca in tenui colori autunnali con gonna color ruggine (lana)
gonna di cammello
vestito di seta lilla con bordo di pizzo, maniche lunghe
vestito in velour blu scuro, lungo
vestito in velour cremisi
gonna da sera cremisi
gonna di velluto viola, lunga
abito da cocktail blu scuro a quadretti e disegno floreale (seta)
camicetta bianca a maniche lunghe (seta grezza)
camicetta arancione a maniche lunghe (seta)
camicetta rosa scuro con colletto finemente ricamato (seta)
camicetta grigio tortora a maniche lunghe (seta)
camicetta color oro scuro a maniche lunghe (seta)
gil nero (rayon, lana)
gil beige (velour)
gonna rosa svasata con top coordinato (cotone)
Tutto questo, e molto altro, hai fatto per me. Quante ore di fatica, concentrazione, abilit, ci sono in questi indumenti raffinati, cuciti o lavorati a maglia in modo mirabile. Quale infinita pazienza in queste creazioni. Quale amore.
Un inventario della nostra vita.
La vecchia fattoria venne demolita anni fa (nel 1960) e l'area delle fondamenta fu riempita di terra, cancellando cos qualsiasi traccia della precedente esistenza. Hai vissuto l praticamente per tutta la vita, devi averne trovata strana la scomparsa, e la sostituzione con un grande appezzamento seminato a erba spesso come un tappeto peloso e ruvido.
Tuttavia io rivedo ancora chiaramente la casa-fattoria. E il piccolo albero di lill che cresceva vicino alla porta sul retro, un albero grande come un bambino su cui mi arrampicavo, e sedevo nell'incavo dei suoi grossi rami tortuosi, la solitudine regalata a una piccola sognatrice in posti vicino a casa, vicino a te.
Sotto questo alberello tre galline becchettavano nella terra. Happy si lasciava sollevare su un ramo basso, poi batteva le ali, in preda al panico tipico degli uccelli.
Per cos tanti anni  sembrato che io fossi raramente fuori dalla portata della tua voce.
Joyce! Joy-ce!
Nel ricordo  una pigra e velata giornata estiva. La particolare luminosit tipica di quando l'aria  impregnata di umidit anche se il cielo sembra sereno, un azzurro puro e remoto, e in alto il sole accecante. In questo luogo a sud del lago Ontario e a ovest del lago Erie il cielo muta continuamente -  l'effetto lago -, perci un cielo sereno pu riempirsi di nuvole nel giro di pochi minuti; anche questo  profondamente radicato nella mia memoria, un rombo di tuono improvviso, il cielo che si oscura, inquietante, la pioggia che cade a dirotto in gocce dure come proiettili. Joyce! Dove sei, vieni dentro!
Le case della nostra prima infanzia sono le case che ricorrono nei sogni, a volte astrusamente modificate, come se il ricordo fosse approssimativo, o se si trattasse di un'interpretazione del ricordo, non il ricordo stesso. In questi sogni, le case sono probabilmente pi grandi di come erano nella realt, con pi stanze, misteriose vie d'accesso che portano... dove? C' sempre la promessa, allarmante e intrigante, di stanze non ancora scoperte, attraverso una parete sul retro, magari in soffitta, o nella cantina dal pavimento di terra battuta, spazi ancora inesplorati che ci invitano. La tua presenza permea la casa, sei tu la casa, le sue infinite stanze misteriose. Sei tu la luce velata, l'odore remoto di terra bagnata, il sole e l'erba, le pere che come maturano sono gi troppo mature, leggermente ammaccate.
Sei il brusio ronzante dei suoni del frutteto a stento udibili, e dei campi oltre il frutteto. Sei i richiami di sollievo degli uccelli allo spuntare dell'alba. Ti vedo mentre mi spingi sull'altalena che pap ha costruito per me con un tubo appeso fra due alberi alti del cortile dietro casa, vedo i tuoi capelli castano-rossicci, cos meravigliosamente ricci; porti una camicia, i calzoni celesti alla pescatora e i sandali. Io sono una bambina smilza di otto o nove anni che stringe forte le corde dell'altalena con tutte e due le mani, le gambe tese verso l'alto che si sforzano di portarla sempre pi in alto, e strilla con infantile eccitazione, volando nel cielo. Sono come i miei viaggi in aereo con pap: solo che adesso  la mamma a spingermi, e siamo al sicuro sulla terra. Spesso avrei voluto dirti che nelle chiazze di sole improvvise a centinaia di miglia e migliaia di giorni lontana da casa vengo riportata in quel mondo come nel pi nutritivo dei sogni, sono piena di un senso di meraviglia, e soggezione, e paura e tristezza per tutto quello che  gi alle nostre spalle e per quello che dovr essere lasciato, nel corso del tempo.
Ci che immaginiamo come vita ma che non sappiamo spiegare, non pu essere tradotto in parole nonostante il vocabolario che possediamo; non si pu elencare a voce alta questa successione di piccoli momenti perfetti come il movimento della seconda lancetta rossa sull'orologio General Electric in cucina, a forma di sole raggiante, momenti uniti come perle per formare una collana, uniti dal contatto, una cordina invisibile, il mistero interiore. Eravamo fortunate, ed eravamo felici, e lo abbiamo sempre saputo, credo.

Quando ero piccola e mia madre non mi voleva.
Mio padre fu ucciso e non ho mai saputo perch.
Poi fui data via. Da mia madre.
Ero cos piccola - non avevo neanche un anno.
Eravamo in troppi, eravamo dieci figli,
mia madre doveva darmi via.
Quando fui abbastanza grande da capirlo piansi molto.
Mio padre era stato ucciso e non ho mai saputo perch.
Nessuno voleva dirmelo.
Adesso non c' pi nessuno a cui chiederlo.
Perch? Perch?
 successo durante una rissa, in una bettola, aveva soltanto
quarantaquattro anni.
Quarantaquattro! Adesso potrebbe essere mio figlio.
Non sono stata sempre una vecchia dell'et che ho ora...
Per molto tempo sono stata una ragazza.
Sono stata per molto tempo la pi giovane.
Avevo nove mesi quando mio padre mor ed eravamo troppe bocche da sfamare, e mia madre mi diede via.
C'erano dieci bambini. Io ero la pi piccola.
Ero nata troppo tardi, ero la neonata
che mia madre non poteva tenere.
Le mie sorelle e i miei fratelli non hanno sentito la mia mancanza, credo.
Devono avermi guardata cercando di capire perch mai
fossi io quella da dare via, e non loro.
Non potevano essere dispiaciuti per me perch forse poi
mia madre avrebbe dato via anche loro.
Mia madre mi affid a sua cognata Lena
che non aveva figli. Era il 1918.
A quel tempo non avere figli era una cosa disonorevole.
Vivevamo nella zona di Black Rock di Buffalo,
sul lungofiume del Niagara.
Tedeschi, polacchi, ungheresi: immigrati.
Noi eravamo ungheresi. Ci chiamavano Hunkies.
Non so perch la gente ci odiasse.
Zio John e zia Lena erano i miei genitori.
Ci trasferimmo in una fattoria non molto lontana, in campagna.
E la mia vera madre con i miei fratelli e le mie sorelle
si spostarono in una fattoria a poche miglia.
Un giorno avrei saputo che a quel tempo accadeva spesso,
nelle famiglie di immigrati.
Famiglie di immigrati poveri.
Mio padre era stato ucciso e non ho mai saputo perch.
Dicevano che era un gran bevitore, gli piaceva
fare a botte.
Gli ungheresi erano i peggiori, dicevano...
ubriaconi e attaccabrighe.
Dicevano che era davvero bello, mio padre.
Mia madre Elizabeth era molto graziosa.
Capelli ricci castani che davano sul rosso come i miei.
Dicevano che lui era un demonio.
Nella bettola ci fu una rissa, e lui mor.
Un uomo prese un attizzatoio e lo colp a morte.
Non ho mai saputo perch, non ho mai saputo chi fosse stato.
Eppure questa cosa ha deciso della mia vita.
C' il momento del concepimento... non te ne accorgi.
C' il momento della nascita... non te ne accorgi.
C' il momento in cui la tua vita viene decisa... non te ne accorgi.
Eppure dici: Questa  la mia vita.
Dici: Ecco chi sono io.
Quando ero piccola e mia madre non mi voleva
mi nascondevo per piangere.
Stavo cos male e mi vergognavo tanto!
Quando fui abbastanza grande andavo a piedi all'altra fattoria.
A poche miglia c'era un ponte sopra il torrente.
Credo che non mi volessero vedere.
Il mio nome  Carolina, ma non mi chiamavano cos.
Mi chiamavano lei. Mi chiamavano tu.
Non credo che fossero molto gentili con me.
Non volevano vedermi, gli ricordavo...
qualcosa.
Mia madre Elizabeth non ha mai imparato l'inglese.
Ha parlato ungherese tutta la vita.
Non ha mai imparato a leggere.
Non ha mai imparato a guidare.
Mia zia Lena non ha mai imparato bene l'inglese.
Non ha mai imparato a guidare, quindi le due donne
non si vedevano spesso pur venendo dalla stessa strada di Budapest
e abitando a poche miglia di distanza.
A quel tempo le donne erano fatte cos.
Comunque... io volevo bene a mia madre Elizabeth!
Era una donna grassottella, graziosa.
Capelli castano-rossicci come i miei.
La gente diceva: Carolina sei proprio uguale a tua mamma!.
Li sorprendevo scoppiando a piangere.
Mia madre era sempre affaccendata, mi rimproverava in ungherese...
Vattene, va' a casa tua. Ce l'hai una casa. Questa non  la tua casa.
Non conoscevo l'ungherese ma quelle parole le capivo,
le sentivo continuamente, le sento ancora oggi.
Volevo bene ai miei fratelli e alle mie sorelle pi grandi di me.
C'era Leslie, il maggiore.
Alla morte di nostro padre divenne il capofamiglia.
C'era Mary, che non ho mai conosciuto bene.
Erano nati a Budapest.
C'era Steve che era stato buttato a terra e calpestato
da un cavallo. Aveva subito delle lesioni al cervello, non
usciva mai di casa.
C'era Elsie la mia sorellona.
C'era Frank il mio fratellone.
C'era Johnny. C'era Edith.
C'era George, che entr nell'esercito.
C'era Joseph, ma non eravamo molto uniti.
Adesso se ne sono andati tutti.
Gli volevo bene, per...
Sono rimasta solo io.
A volte penso: L'anima  soltanto un fiammifero acceso!
Brucia per un po' e poi...
E poi  finita.
Adesso  passato molto tempo ma ricordo che mi nascondevo a piangere.
Quando ero piccola e mia madre non mi voleva.
(Scritto con l'autorizzazione di mia madre Carolina Oates.)

III.

Da una conversazione telefonica con mio padre Frederic Oates, maggio 1999.
In queste sere non riesco a leggere. Credo che non riuscir a finire il tuo nuovo romanzo.  meraviglioso e mi piace ma i miei occhi... leggo poesie. Nelle tue antologie del college. Frost, Dickinson, Whitman li conosco gi a memoria.  cos che passo le serate, adesso.

La lunga storia d'amore.
Restiamo giovani per molto tempo, pare. Vite intere.
E quando siamo giovani non possiamo sapere che la personalit cambia inesorabilmente nel corso del tempo, lentamente, come il granito eroso dall'acqua o dal vento, o quasi. Tuttavia l'erosione, invisibile a occhio nudo,  incessante e irrevocabile. Non possiamo nemmeno sapere come cambier il corpo, rimpicciolendo poco alla volta nella sua struttura fisica, diventando sempre meno sicuro, umile. Come se l'ombra gettata dall'anziano cominciasse ad affievolirsi. Viene il momento in cui in questi corpi ridotti, sempre che vivano abbastanza a lungo, dimorano personalit inaspettate e diverse da quelle che le hanno precedute, cos come il nostro io bambino  diverso e lontano dal nostro io maturo.
E un giorno, anche questi sconosciuti se ne vanno.
La lunga avventura  finita, e rimaniamo soli.
Il mio caro padre  mancato nel maggio del 2000. Pap soffriva da molti anni di vari disturbi legati all'et, e da molto tempo stava perdendo la vista a causa di una degenerazione maculare - pap, che amava tanto leggere; Fred Oates, le cui insegne un tempo erano state cos diffuse nella campagna a sud di Lockport. In anni pi recenti aveva persino cominciato a dipingere, e a costruire lampade in vetro colorato di cui abbiamo alcuni esemplari qui a Princeton. Un mio ritratto, fatto prendendo a modello una fotografia,  appeso a una parete nella nostra camera da letto al piano superiore.
Le ultime parole che pap mi ha detto, al telefono, a fine aprile del 2000, sono state per dissuaderci dall'andarlo a trovare. Quasi con veemenza ha detto: Non c' bisogno di fare un viaggio apposta per venirmi a trovare. Accidenti, non sto male. Un atteggiamento virile, mi resi conto in seguito. Per respingere la propria mortalit e insistere che ancora non era il caso che ci preoccupassimo per lui.
Pap aveva voluto proteggermi dalla verit. In questo assomigliava a sua madre Blanche: aveva voluto proteggere me. Era stato davvero convincente, da tempo non andavo a trovarlo; mor due giorni dopo questa conversazione telefonica, all'et di ottantasette anni, in un reparto per malati terminali a Getzville, New York, molto prima di quanto previsto dai medici.
Suo padre ha chiuso gli occhi. Appena ha saputo che sua madre stava bene e che avrebbero avuto cura di lei, ha chiuso gli occhi e si  addormentato. Era molto stanco. Non si  pi svegliato.
Mia madre mi disse le sue ultime parole di persona, nel luglio del 2002 nella casa di riposo di Getzville: Come potrei dimenticare Joyce?.
A ottantasei anni, viveva in quella struttura a diverse miglia da Clarence, New York, dove mio fratello abitava con la moglie. Loro andavano spesso a trovarla e dicevano che ogni visita era per lei una bella sorpresa; la sua memoria era ormai molto lacunosa.
Il terreno della fattoria era stato venduto, del nuovo ranch si erano impossessati degli estranei, e i miei genitori Fred e Carolina avevano occupato un comodo alloggio in una residenza assistita di Clarence per diversi anni, fino a quando le condizioni di salute di mio padre erano peggiorate, alla fine dell'inverno del 2000. Ora la mia cara mamma era una vedova che aveva dipeso per molto tempo dal marito; compensava facendo finta di credere, o forse credendoci davvero, che Freddy si trovasse in un'altra ala della casa di riposo, dove tutti lo conoscevano.
Mio padre aveva una personalit cos forte, era stato un personaggio cos dominante nella sua cerchia di conoscenti a Lockport e della contea settentrionale di Erie, che non pareva cos improbabile che per quanto defunto, tutti lo conoscessero ancora.
Mio fratello Fred mi aveva accompagnato a trovare la mamma. Abitando nelle vicinanze dei nostri genitori, ne era diventato il badante, il sorvegliante, nonch protettore; ho un enorme debito di emozione, gratitudine, rispetto, verso Fred Jr. Che persona buona  suo fratello! mi ha detto un giorno un'infermiera.
Forse non c' un valore pi nobile, se ci pensiamo, della bont.
Abbiamo portato fuori la mamma, in un cortile soleggiato. Parlare non era difficile come si potrebbe immaginare, ma adesso non ho idea di che cosa ci siamo detti; perlopi ci guardavamo. Sorridevamo, ci scrutavamo. Forse eravamo senza fiato, stordite, per l'intensa meraviglia di essere dove eravamo... insieme. Forse abbiamo parlato di un cane della casa di riposo, perch agli anziani pazienti piaceva la compagnia di un socievole labrador obeso, e mia madre aveva sempre amato gli animali. Forse abbiamo parlato, o cercato di parlare, dei tanti gatti e galline della nostra vecchia fattoria, forse anche di Happy... quanto tempo era passato, chi poteva ricordare un solitario Rhode Island Red che si inchinava alle carezze di una bambina...
Ormai la memoria a breve termine della mamma si era deteriorata, ma era sempre attenta alle convenzioni; cercava istintivamente di proteggere i sentimenti miei e di mio fratello, dissimulando il grado di smemoratezza che l'affliggeva. Quando eravamo seduti in cortile, mio fratello le disse in tono cauto: Lei  tua figlia Joyce, mamma. Ti ricordi di Joyce.
E nostra madre sorrise e rispose con queste parole che ancora oggi mi perseguitano: Come potrei dimenticare Joyce?.
Non molto tempo dopo anche mia madre mor nel sonno, per un colpo apoplettico. Quando squill il telefono, e mio fratello mi diede la notizia, per un momento sembr che il colpo si fosse abbattuto su tutti noi.
In questo modo finisce la lunga storia d'amore durata oltre sessant'anni con i miei amati genitori, Carolina e Fred Oates.

Le trapunte di mia madre.
La mia preferita sta sempre sul mio letto. Anche quando fa caldo.
Non  molto grande per la trovo bellissima:  composta da numerosi quadrati vivacissimi lavorati ai ferri, di ogni colore immaginabile... rosso, giallo, verde, blu, magenta, marrone, beige.
Il modello non  n semplice n complesso. Non si tratta di un disegno a labirinto come in certe altre trapunte.
Questa trapunta l'ho amata fin dall'inizio. Mi basta guardarla per sentirmi confortata.
Su questa coperta hanno dormito diverse generazioni di gatti. (Anche mentre sto scrivendo, la mia gattina grigia Cherie ci sta probabilmente dormendo sopra, sdraiata in una chiazza di sole.) Quanti anni sono passati da quando mia madre ha regalato la trapunta a me e a Ray, posso soltanto azzardare una stima: trenta? trentacinque?
La bella trapuntina di tutti i colori dell'arcobaleno mi ha seguito da una casa all'altra. Lo stesso letto, in camere diverse di case diverse, in diverse fasi della mia vita.
In questa ultimissima fase, in cui la trapunta multicolore  stesa sopra un piumino azzurro sul letto della casa di Princeton, nel New Jersey, dove mi sono trasferita nel 2009 con il mio secondo marito Charlie Gross, mia madre manca dalla mia vita da quasi dodici anni.
Dodici anni! Sembra molto tempo, eppure il ricordo che ho di lei  cos nitido che alzando lo sguardo la vedo sulla soglia del mio studio - vedo l'espressione sul suo viso, e (quasi) posso sentire quello che sta dicendo.
Naturalmente in questa stanza ci sono numerose fotografie dei miei genitori, sui davanzali, sulle bacheche e alle pareti. Molti anni fa, la mia cara amica Gloria Vanderbilt fece un collage delle mie fotografie di famiglia pi preziose, includendo istantanee di nonna Blanche (da giovane con un elegante cappotto bordato di pelliccia), dei miei genitori, e di Ray e mie.
In questa stanza, quella in cui scrivo, quindi il mio santuario, esiste soltanto un tempo, il presente. Il passato non  svanito,  adesso.
Mia madre non  mai venuta in questa casa. Le sarebbe piaciuta molto, credo, soprattutto le grandi aiuole curve, cos simili a quelle che lei curava nel nostro cortile di Millersport. Quando veniva da noi in visita nell'altra casa di Princeton, che si trova a meno di cinque minuti da questa, dava sempre una mano in giardino, non solo in casa; lavoravamo insieme all'aperto, e insieme preparavamo da mangiare, mentre mio padre suonava il pianoforte in soggiorno. Ogni volta che i miei genitori venivano a trovarci a Princeton mia madre ci portava dei regali: perlopi capi lavorati ai ferri, all'uncinetto, o lavori sartoriali. Splendidi plaid, giacconi di maglia, pullover e camicette, gonne, tailleur che avrei messo per anni per le foto dell'autrice. Tutti custoditi gelosamente nei miei armadi... Spesso li guardo e mi meraviglio della loro mirabile fattura, dei dettagli raffinati, i bottoni di madreperla, i corpetti plissettati. Abiti, gonne, gil, scialli. Porto spesso le camicie che ha confezionato per me: bianche, rosa, rosse, magenta; uno dei miei capi preferiti  un giaccone rosa lavorato a maglia con la cintura.
Se mi conoscete, mi avete visto indossare questi capi. In realt non c' niente di pi confortevole degli indumenti fatti apposta per te da tua madre.
Intorno ai settant'anni, in una fiammata di energia creativa ed entusiasmo, durante un corso di artigianato alla SUNY di Buffalo mio padre inizi a costruire lampade in vetro colorato stile Tiffany. (Una nei toni del blu e del rosso si trova sul mio pianoforte; lo stesso che lui amava tanto suonare.) Da una fotografia pap dipinse un mio ritratto molto realistico, diverso da qualsiasi altra cosa avesse mai fatto.
E il suo violino, comprato da nonna Blanche nei primi anni Venti a Lockport,  al sicuro nel mio studio, sopra una mensola, di un intenso rosso-marrone brunito, sempre un po' pi piccolo di come me lo immagino. Quando  stato chiaro che mio padre non avrebbe potuto tenerlo ancora per molto, dopo il loro trasferimento in un alloggio pi piccolo nella residenza assistita per anziani, me lo consegn con queste enigmatiche parole: Dove sto andando, non potr usarlo.
Parole che riecheggiano ancora, tanti anni dopo la morte di pap! Non era mai stato tipo da parlare in tono melodrammatico, lo trovava imbarazzante, come darsi troppa importanza.
Dove sto andando, non potr usarlo.
Per me  un sollievo che il violino di mio padre non sia andato perduto. Tuttavia,  una perdita che non sia stato suonato per cinquant'anni. Dopo la morte di mia madre, nel 2003, per molto tempo l'ho immaginata con me, in particolare nel mio studio; anche se immaginata  forse un termine inadeguato a descrivere come sentissi intensamente la sua presenza. Scrivendo il romanzo La madre che mi manca ho cercato di evocare Carolina Oates... Be', sono sicura di averlo fatto, magari non del tutto o solo parzialmente. Mia madre  talmente parte di me che scrivere il romanzo era l'antitesi di un esorcismo, un ritratto in parole di una persona eccezionale, amata da tutti e che vive nei nostri ricordi.
Nel romanzo, scoprendo fatti inquietanti riguardo agli anni giovanili della madre, la figlia pensa: Questo me la fa amare ancora di pi.
Nel febbraio del 2008, quando Ray venne ricoverato in ospedale per una polmonite, dove mor improvvisamente una settimana dopo, spesso giacevo a letto sotto la trapunta color arcobaleno, troppo esausta per muovermi. Il letto divent il mio porto, il mio rifugio, il mio santuario, il mio nido: la trapunta di mia madre era dominante, un segno di come l'amore resiste nel pi basilare e consolatorio dei modi. Calore, bellezza, qualcosa da toccare.
Su una mensola in alto di questa stanza c' uno dei paralumi in vetro colorato di mio padre, bianco-perlaceo, con decorazioni minimali, non montato su una lampada ma sistemato semplicemente sulla mensola come un'opera d'arte. E anche il paralume mi  stato di conforto.
Il dolore  una specie di malattia. Dolore grave, malattia grave.  il desiderio di farsi del male, una penitenza per essere sopravvissuti alla persona cara, un modo di congiungersi con quella persona, molto forte, ed essendo totalmente irragionevole  difficile confutarlo con la ragione. In quei momenti volevo chiamare i miei genitori, anche se avrei preferito non far loro sapere che Ray, che avevano amato come un figlio, era morto, per avevo bisogno del loro consiglio. La voce tranquillizzante di mia madre, la voce rampognante di mio padre, erano queste le voci che mi tennero a galla durante quattro mesi di sortilegio oscuro.
In extremis ci importa molto poco della vita pubblica - della carriera -, persino della vita della letteratura:  il conforto emotivo che bramiamo, ma tale conforto pu venirci soltanto da poche fonti intime. So di essere stata molto fortunata, e non smetter mai di essere grata per i miei meravigliosi genitori che mi hanno trasmesso il loro amore e le loro speranze e hanno fatto davvero tanto per rendere possibile la mia vita di scrittrice; e grata per la trapunta sul letto, bella e unica oggi come alla fine degli anni Settanta quando mia madre me la regal.

FINE.

Postfazione.
La radice della parola memoir  memoria. Quando la memoria risale a molti decenni prima, l'imprecisione  probabile, come una rete che gettata a casaccio pu pescare a strascico cose irrilevanti e lasciarsi sfuggire ci che  importante. Le nostre vite sono onde enormi che si frangono sulla riva, ritirandosi e lasciandosi dietro soltanto poche cose sparse affinch le si possa contemplare - di fronte alla meraviglia di un singolo giorno restiamo senza parole, se siamo sinceri. Tuttavia, essendo esseri umani, ed essendo la facolt di parlare la conquista pi grande della nostra specie, non restiamo senza parole a lungo.
Nessuno, soprattutto un bambino, vive una vita che si possa riassumere in poche svelte parole, felice, infelice. La prima illusoriet del memoir  il tentativo di creare, da una prospettiva temporale pi tarda, un'aura emotiva coerente sui dettagli minimi dell'esistenza; inconsciamente fa del memorialista una specie di personaggio, come in un racconto di fantasia. Ma la nostra vita non  un racconto di fantasia, e narrarla come se fosse fiction significa travisarne il senso.
I memoir pi attendibili sono quelli che includono annotazioni di giornali o diari, o lettere, capaci di attestare l'immediatezza dell'esperienza prima che essa diventi oggetto delle vicissitudini della memoria. Appena passi da Io sono a Io ero, e soprattutto a Io sono stato, entri nel regno di quello che si potrebbe definire ricordo creativo. Il mio primo memoir Storia di una vedova (2011) era costituito soprattutto da annotazioni del diario che coprivano i circa quattro mesi seguiti al ricovero in ospedale e alla morte di mio marito Raymond Smith nel febbraio del 2008. Il libro non intendeva presentare la vita successiva, ma concentrarsi sull'esperienza cruda e non assimilata di una caduta frontale in medias res dopo una morte inaspettata; l'avventura davvero straordinaria che quasi tutti noi prima o poi dobbiamo affrontare, anche se dopo sar molto difficile parlarne in modo coerente. Non il fenomeno del dolore da valutare e analizzare con calma, ma l'evocazione del dolore stesso... l'indicibile.
I paesaggi perduti. Romanzo di formazione di una scrittrice  un progetto completamente diverso. A parte i due capitoli sui miei genitori che si basano, in realt, su annotazioni del diario, tutti gli altri capitoli sono ricordati... con quello che ci comporta di incompleto e abbreviato, di smussato e riassunto. Mentre sto scrivendo di Joyce Carol all'et di quattro anni, posso ritrovarmi a saltare in avanti di cinquant'anni in un paesaggio completamente diverso. Una tale consapevolezza, e il suo paradosso, non  disponibile per chi vive nel tempo presente, ma solo per chi getta i pensieri all'indietro. Questo  insieme un vantaggio del memoir ricordato e allo stesso tempo uno svantaggio. Nella vita, non vediamo le ombre delle cose che verranno.  sempre mezzogiorno in punto, e probabilmente siamo accecati da tanta luminosit.
Guardare a sessant'anni prima  un'impresa vertiginosa, che sarebbe impossibile se il memorialista cercasse di essere diligentemente fedele all'immediatezza dell'esperienza passata. Nella mia famiglia non ci sono registrazioni scritte, probabilmente non pi di una dozzina di lettere; nell'era precedente a quella dei computer, gli americani non si lasciavano alle spalle molte informazioni; l'anonimato era una benedetta possibilit. Prima degli anni Settanta non tenevo un diario dettagliato e quindi non ho accesso alla mia giovinezza se non attraverso istantanee familiari, annuari scolastici, qualche aneddoto sopravvissuto al tempo, e la mia memoria.
(Il romanziere deve avere una memoria notevolmente elastica per conservare il ricordo di un romanzo mentre lo scrive, per esempio. Si potrebbe pensare al sacchetto dell'aspirapolvere, pieno da scoppiare del necessario e del superfluo in egual misura. Dopo aver completato un romanzo, il sacchetto viene svuotato... fino a un certo punto. Nella vita, pu succedere qualcosa di simile, anche se non riguarder i primi decenni, quelli che rimangono pi profondamente impressi; quei primi ricordi saranno gli ultimi a svanire.)
Il concetto fondamentale del memoir ricostruito  la sineddoche. Una parte simbolica rappresenta il tutto. Il lettore non dovrebbe aspettarsi niente che somigli al veritiero resoconto di una vita ma capire che i memoir, come le opere di fantasia e la poesia, devono essere molto selettivi. (A meno che uno si metta a scrivere un'autobiografia in pi volumi, come qualcuno ha fatto. Ma un memoir non  un'autobiografia, e non dovrebbe avere troppe note in calce.) Per sua stessa natura la selettivit distorce, perch amplifica in modo esagerato le complessit dell'esistenza. Helen Judd non era l'unica ragazza di mia conoscenza che avesse subito violenze e fosse stata vittimizzata dai propri familiari in quel lontano mondo dell'Ovest rurale dello stato di New York, ma ho deciso di scrivere proprio di lei perch la conoscevo meglio; Cynthia Heike non era la mia unica amica intima al liceo, ma scrivere di Cynthia per esteso annullava pi o meno la necessit di scrivere delle altre amiche che non si suicidarono. (Scrivere di un'altra amica del liceo che era stata vittima di un appuntamento con stupro - termine che nel 1956 non esisteva -  stato reso superfluo dal mio romanzo Una famiglia americana [1996].) Scrivere di Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio precludeva la citazione di molti altri libri per l'infanzia che mi stavano particolarmente a cuore. Scrivendo di un pollo da compagnia, non potevo ragionevolmente scrivere di gatti, anche se ne ho avuti molti, molti pi gatti che polli. Alle accuse di distorsione posso soltanto rispondere: mea culpa.
Andrebbe rivelato anche questo: mentre ogni capitolo di questo memoir  concentrato su avvenimenti, circostanze e persone che fanno parte della vita dell'autrice, diversi capitoli contengono materiale troppo dolorosamente personale, anche dopo decenni, perch io possa esporlo in modo trasparente. Quindi troverete personaggi compositi con nomi inventati: Helen Judd, Jean Grady, reverendo Bender, Cynthia Heike, Lee Ann Krauser, Emmet Heike. Sapendo come sarebbe stato doloroso questo materiale per i miei genitori, che volevano sempre credere, e forse lo hanno creduto, che un giorno mia sorella Lynn Ann potesse migliorare, ho scelto di non includere molti dettagli su questa fase; n mi sono soffermata sulle loro malattie, e le ultime settimane di vita. Niente  pi offensivo di un figlio adulto che espone i genitori anziani all'interesse sbigottito di estranei, anche se con il pretesto della franchezza, dell'onest.
In Storia di una vedova, i nomi inventati per certe persone sono forse stati una buona idea perch non  mai stata mia intenzione scrivere qualcosa che potesse turbare, offendere o tradire la privacy di altri. Ci che pi mi attrae come scrittrice non sono gli individui bens gli avvenimenti e le circostanze; gli aspetti pi particolari e privati suscitano soltanto interessi passeggeri. Iniziando a scrivere I paesaggi perduti ho capito che in diversi capitoli sarei stata obbligata a trattare argomenti atrocemente dolorosi - la violenza sessuale sulle bambine, l'incesto padre-figlia (Se ne sono andati tutti); il suicidio di un'amica del liceo (Un mistero irrisolto: l'amica perduta). Tuttavia non sono riuscita a scrivere di queste persone se non indirettamente, cambiando molti dettagli necessari per nascondere la vera identit delle persone di cui stavo scrivendo, e non ho saputo trovare un modo per rappresentare me stessa nelle loro storie se non come un personaggio semi-inventato di nome Joyce, che  quasi totalmente un'osservatrice della loro vita, emotivamente pi distaccata (e pi ingenua) nel memoir di quanto non fosse nella vita reale.
Sono stati questi capitoli semi-immaginari a crearmi le maggiori difficolt. Ognuno contiene commenti testuali fatti tanti anni fa - per esempio dal dottor Heike, il padre intimidatorio di Cynthia Heike dai modi aggressivamente cordiali - ma per riportare quei commenti avrei dovuto immaginare il contesto (probabile) in cui vennero fatti, e quindi inventare. La memoria  un patchwork in cui molto, se non quasi tutto,  vuoto. L'emozione  una specie di fotografia con il flash: se  davvero profonda, probabilmente la si ricorda per molto tempo. Ma se l'emozione non  acuita, cio in quasi tutte le ore di quella che chiamiamo la nostra vita quotidiana, i ricordi sbiadiscono come le immagini delle Polaroid. Il memorialista  come una persona che ha raccolto impulsivamente una manciata di pietre molto calde, e deve lasciarne cadere alcune per poter mantenere la presa sulle altre.
Un problema inerente allo scrivere di ogni tipo di violenza su minori, non soltanto sessuale,  che il tema pu sembrare al lettore molto diverso da ci che ha significato davvero nella vita della vittima. Perch non tutte le persone maltrattate registrano la violenza in profondit; in una certa misura, siamo ossessionati da cose per cui siamo gi condizionati a lasciarci ossessionare, attraverso le aspettative e i rimproveri degli altri. Che i miei genitori sapessero relativamente poco di quanto ero infelice alla mia vecchia scuola elementare mi ha forse salvata168
dal prolungarla nel tempo. Che non ci fossero terapeuti nel mondo rurale della mia infanzia e della mia adolescenza pu avermi salvata dal pericolo di rimuginarci.  possibile considerare queste esperienze infantili come educative - in un certo senso - oltre che traumatiche. Non vorrei di certo rivivere queste esperienze ma, paradossalmente, non vorrei non averle vissute, perch la mia vita mi sembrerebbe meno completa; soprattutto la mia vita di scrittrice, per la quale il tratto saliente della personalit  l'empatia.
In verit, per citare Henry James: tre cose nella vita umana sono importanti. La prima  la capacit di comprendere gli altri; la seconda  la capacit di comprendere gli altri; e la terza  la capacit di comprendere gli altri.
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FINE.
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RINGRAZIAMENTI.
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Un sentito ringraziamento va ai direttori e agli editori di queste pubblicazioni:
Mamma e io (Mommy & Me)  apparso la prima volta, in forma pi breve, su Civilization, febbraio 1997.
Happy, 1942-1944 (Happy Chicken 1942-1944)  apparso su Conjunctions 61: A Menagerie, 2013.
La scoperta di Alice, 1947 (Discovering Alice: 1947)  apparso su AARP Magazine, 2014.
Piper Cub  apparso la prima volta, in forma considerevolmente diversa, su Rhapsody, novembre 2013.
Dopo Black Rock (After Black Rock)  apparso sul New Yorker, giugno 2013.
Gite domenicali (Sunday Drive)  apparso, in forma considerevolmente diversa, su Traditional Home, marzo 1995.
Se ne sono andati tutti (They All Just Went Away)  apparso, in forma sostanzialmente diversa, sul New Yorker, ottobre 1995, e ripubblicato su The Best American Essays 1996 e su The Best American Essays of the 20th Century. Comprendeva anche Transgressions, originariamente pubblicato sul New York Times Magazine, ottobre 1995.
Dov' andato Dio (Where Has God Gone  apparso la prima volta, in forma molto diversa, su Southwest Review, estate 1995, ed  stato ripubblicato nel 1995 su Communion, a cura di David Rosenberg, con il titolo And God Saw That It Was Good.
Un mistero irrisolto: l'amica perduta (An Unsolved Mystery: The Lost Friend)  apparso la prima volta, in forma molto diversa, su Between Friends, a cura di Mickey Pearlman, 1994.
Mettiti in proprio! (Start Your Own Business!)  apparso la prima volta, in forma molto diversa, sul New Yorker con il titolo Bound, aprile 2003; su Conjunction 63, 2014, con il titolo The Childhood of the Reader, e su Pushcart Prize: The Best of the Small Presses 2016.
La sorella perduta: un'elegia (The Lost Sister: An Elegy)  apparso la prima volta su Narrative.
Caprimulgo: ricordi di un tempo perduto (Nighthawk: Recollections of a Lost Time)  apparso la prima volta su Yale Review, 2001, poi su Conjunction, 2014; ripubblicato in forma molto diversa su Narrative, 2015.
Il racconto diventa film: Where Are You Going, Where Have You Been? e Smooth Talk (Story into Film: Where Are You Going, Where Have You Been? and Smooth Talk)  apparso la prima volta sul New York Times, 23 marzo 1986.
Detroit: citt perduta 1962-1968 (Detroit: Lost City 1962-1968)  apparso la prima volta, in forma pi breve, su (Woman) Writer, 1988.
Servizio fotografico: West Eleventh Street, NY, 6 marzo 1970 (Photo Shoot: West Eleventh Street, NYC, March 6, 1970)  stato pubblicato, in forma pi breve e con il titolo Nostalgia, su Vogue, aprile 2006; ripubblicato su Port, 2014.
Misteri alimentari (Food Mysteries)  apparso la prima volta, in forma sostanzialmente diversa, su Antaeus, 1991; ripubblicato su Not for Bread Alone, a cura di Daniel Halpern, 1992.
Fatti, visioni, misteri: mio padre Frederic Oates, novembre 1988 (Facts, Visions, Mysteries: My Father Frederic Oates, November 1988)  apparso la prima volta, in forma sostanzialmente diversa, sul New York Times Magazine, marzo 1989; ripubblicato in I've Always Meant to Tell You, a cura di Constance Warloe, 1996.
Lettera a mia madre Carolina Oates nel giorno del suo settantottesimo compleanno, 8 novembre 1994 (A Letter to My Mother Carolina Oates on Her Seventy-eighth Birthday, November 8, 1994)  apparso la prima volta, in versione leggermente diversa, sul New York Times Magazine, 1995; ripubblicato in questa versione in I've Always Meant to Tell You, a cura di Constance Warloe, e su The Norton Anthology Book of Autobiography, a cura di Jay Parini, 1999.
Le trapunte di mia madre (My Mother's Quilts)  apparso la prima volta, in forma pi breve, in What My Mother Gave Me: Thirty-One Women on the Gifts That Mattered Most, a cura di Elizabeth Benedict, 2013.
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FINE.
